Lai Mei

Complice il clima di odio intolleranza razzismo sospetto paura facilmente manovrata, ho deciso di raccontare qualche storia dei miei alunni migranti. Nessun profugo tra di loro, per fortuna. Solo persone con il desiderio – più spesso la necessità – di cambiare vita. Saranno loro a raccontare in alcuni casi; in altri saranno invece le mie parole a restituirne la voce.
Dopo la storia di Majed (raccontata qui), ecco quella di Lai Mei (i nomi sono di fantasia).

All’età di 8 anni sono immigrata dalla Cina all’Italia per restare con la famiglia e per le migliori condizioni di vita.
In Cina vivevo con i miei nonni e la mia mamma. Da piccola vivevo in montagna, ma a 3 anni mi sono trasferita a Pechino con i miei zii e i miei cugini; abitavamo in 2 palazzi con 3 piani e un grande giardino. Io e la mamma vivevamo in un palazzo. Accanto a noi c’era quello dei miei zii. Dopo un mese siamo ritornati in montagna per convincere i nonni a vivere con noi; ma sapevo che i nonni non volevano andare via da lì, perché la nonna soffre d’auto e perché non voleva separarsi con la natura e un animale che aveva curato. Ma alla fine con un grande pianto ho fatto concludere questa faccenda e i nonni sono stati obbligati a venire con me. Con il tempo i nonni si sono trovati bene, perché lì c’erano i loro nipoti e figli e poi pure i loro animali che anche loro si erano trasferiti.
Dopo 3 o 4 anni mio papà mi ha chiesto di andare da lui, ma quando l’avevo sentito non volevo più andare. Ma poi mi hanno convinto dicendo che poi sarebbero venuti pure i miei nonni e poi abbiamo cominciato a preparare per il viaggio. Il tempo passò in fretta. Questo è l’ultimo giorno che ho passato in Cina. Questo giorno non lo dimenticherò mai.
Di mattina e di pomeriggio ci siamo preparati per la festa di addio che è stata svolta di sera alle 18:00, nel giardino della mia casa. Mi sono divertita. Abbiamo mangiato, riso, cantato. L’ultima cosa che mi è piaciuta è stato che mi hanno offerto le patatine e poi le merendine e i dolci tipici della Cina.
Finita la festa, quel giorno sono andata a dormire con i nonni e mi sono svegliata alle 5:00 della mattina e non ho visto il nonno e poi mi hanno detto che il nonno era andato a comprare qualcosa da farmi mangiare durante il viaggio; d’un tratto non volevo andarmene più di lì. Dopo i nonni mi hanno costretta. Per fortuna c’era mio zio, perché ha deciso di accompagnarmi fino in Italia.
Per arrivare in Italia abbiamo preso la macchina per arrivare in aeroporto, per prendere l’aereo delle 9:00 e poi il 2° cambiamento di aereo. Una volta arrivata in Italia, mi sono separata dallo zio, perché lui doveva ritornare in Cina. E per la prima volta ho visto il mio papà, che non lo conoscevo più e non mi ricordavo neanche com’era.
L’ambiente era molto bello, ma visto che ero abituata a vivere in Cina mi sentivo strana. Dopo qualche mese di scuola non capivo ancora niente di tutto quello che dicevano e dopo la scuola chiamavo subito i nonni e gli dicevo tutto ma poi che cominciavo ad abituarmi all’ambiente c’era un nuovo problema: non ero abituata al cibo della scuola e ogni volta che bisognava andare a mensa non mangiavo niente. Le maestre erano disperate, ma piano piano cominciavo a mangiare qualcosa.
Ma adesso che sono grande mi piace l’Italia perché è così bella, anche se nel mio ricordo la Cina è più bella, ma soprattutto voglio ritornare in Cina per vedere i miei nonni e i miei zii e cugini. 

Mi chiamo Lai Mei e ho 15 anni. Sono emigrata dalla Cina all’Italia. La Cina è un ricordo bellissimo della mia infanzia e mi rimarrà sempre nel cuore. Adesso sono grande e dopo tutto l’Italia mi piace anche se vorrei ritornare in Cina per rivedere i miei parenti che mi mancano molto. In Italia ho incontrato mio papà e per questo voglio restare qua per non perderlo più.

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Sguardi dall’infanzia 24: la crosta di formaggio.

Tra le immagini di mio fratello bambino una di quelle che ricordo con più tenerezza è sicuramente il suo faccione con gli occhialoni che sostiene una mensola della camera. Accadde durante un pomeriggio in cui avevo invitato un’amica a giocare e lui non aveva potuto fare a meno di fare il pagliaccio tutto il tempo, fino a quando, con un movimento brusco e goffo, prese una testata contro una mensola. Anziché lamentarsi, si mise a ridere e ripeté la scena una, due, tre volte… finché la mensola si staccò dal gancio e lui rimase lì, a sostenerla per non farla cadere insieme a tutto ciò che vi stava sopra, perfettamente immobile fino all’arrivo del papà.
Un’altra immagine indimenticabile appartiene ad una delle tante vacanze in montagna e va osservata in campo lungo, che l’effetto migliore per godersi un bambino appeso a una cancellata per i pantaloncini è di sicuro da lontano!
La sua impresa più originale fu però un’altra…

Sarà stato un pomeriggio di fine estate. Io e mio fratello frequentavamo allora le scuole medie. Al ritorno dal supermercato la mamma, forse annusandolo, gli intimò di andare a fare la doccia. Lui, affamato come al solito, non poteva resistere alla tentazione di sgraffignare qualcosa dalla borsa della spesa, che giaceva inerte e invitante sulla panca della cucina. Doveva però sbrigarsi, che se la mamma lo beccava a mangiare prima di entrare in doccia, avrebbe dovuto aspettare tre ore o sarebbe morto! Senza pensarci troppo il genio si avventò su un bel tocco di formaggio e se lo infilò in bocca tutto intero. A un certo punto tuttavia, meglio di un animale selvatico, fiutò il pericolo e capì che doveva fare in fretta: trangugiò il formaggio senza neanche masticare e, per evitare di lasciare tracce, lanciò la crosta dalla finestra.
Non appena la forza di gravità ebbe finito di svolgere il proprio lavoro, si sentì un urlo: «Ahi!». Mio fratello fece in tempo a captare il lamento, ma – pavido – scappò (in doccia).
Come tutte le volte che combinava qualcosa, venne poi a importunare me, confessando il (doppio)reato. Io che ero più grande, e di conseguenza più bastarda, a cena iniziai a fare domande strane alla mamma, tipo: “Ma se durante una lite il papà ti lanciasse una frittata in faccia?”, oppure: “E se con la stessa frittata ti colpisse mentre dormi?”. Mio fratello mi guardava preoccupato, ma la mamma non poteva capire e rideva insieme a me.
Il misfatto non poteva rimanere insabbiato a lungo e fece giusto in tempo a passare la notte che già il mattino successivo la vicina di casa, aspettato e avvistato mio padre in strada, lo chiamò e gli raccontò che il pomeriggio precedente, mentre dormiva beata sull’amaca in giardino, era stata colpita da qualcosa. Destatasi di colpo, si era trovata tra le mani una crosta di formaggio, letteralmente piovuta dal cielo come la manna (o con maggiore probabilità dal nostro balcone…) I miei genitori, che a senso dell’umorismo han sempre lasciato un po’ a desiderare, obbligarono mio fratello ad andare a chiedere scusa, con il capo cosparso di cenere e autoflagellandosi.
Chiusa la faccenda, ritrovarono tutti il buon umore e la storia della crosta di formaggio poté entrare di diritto tra gli annali di famiglia e anzi: divenne uno dei nostri cavalli di battaglia per intrattenere ospiti e amici.

Povera Cina: notizie dal 1913

Un’altra lettera di Madre Maria dalla Cina del 1913 (qui la precedente)

Miei cari, avrei un mondo di cose da narrarvi da questa povera Cina, ma anzi tutto devo dirvi pregate, pregate perché il Signore ci usi misericordia e ci manda un po’ di pioggia. Se vedeste quale siccità, quale desolazione! A quest’ora il frumento dovrebbe essere già alto, ed invece vi sono le campagne secche, in certi pezzi il terreno è appena spuntato da terra e non cresce, in altri non è nato addirittura, immaginatevi voi quanta povera gente che non ha da che nutrirsi, quanti poveri genitori portano i loro bambini all’orfanotrofio, far il sacrificio di donargli alla S. Infanzia per non vederseli morire innanzi dalla fame!

RifugiatiClimatici

Africa subsahariana 2018. La maggior parte dei profughi provenienti dall’Africa appartiene alla categoria dei “rifugiati climatici”.

Ieri andai fuori a passeggio e proprio là nel cimitero, vi era un povero vecchietto che raschiava per terra un po’ di erba secca e […] vicino perché tanto piccola […] una mia Rev.da Madre gli domandò cosa ne facesse e gli rispose che per bruciare, gli domandò pure se avesse del pane da mangiare ed egli: Cosa dici del pane? È già troppo mangiare un po’ di brodaglia che questa consiste in un po’ di farina di mollica delle scope cotta e ancora lungo come la borlanda pei porci; e per bere un po’ d’acqua di una tanica ove tutti vanno a lavare, quanta strada fanno per prenderla! Le piante hanno appena incominciato a metter qualche foglia, e già ho visto giovani, uomini arrampicarsi alla cime degli alberi con un canestro in mano a raccogliere quelle piccole foglioline per mangiarsele così da almeno star vivi.

Sudan1993

Sudan 1993 (foto di Kevin Carter)

Che ne dite? Non sono favole queste; ho visto coi miei occhi, e avremo noi il coraggio di lamentarsi da tanta provvidenza! Mamma cara, non vorrei con questo mettervi in orgasmo sul conto mio poiché io costà dentro nulla mi manca, anzi sto ottimamente bene quasi ardirei dire più che in Europa; ho imparato benissimo a mangiare il pane cinese, meglio dirò il pane degli Europei che abitano in Cina perché i cinesi lo vedono neppure, è bianco e buono assai, ma non essendovi forni si fa cuocere a vapore e resta quindi senza crosta; ho detto imparato perché se ci fosse costà la Natalina chissà come riderebbe a mie spalle pensando che a casa non volevo prendere in nessun modo la mollica del pane ed ora la mangio con tanto appetito. Vi ricordate quando mi diceva andrai a monaca e vedremo se nol mangerai, povera sorella quanto la ricordo!

Vedeste miei cari, questa casa com’è grande, non ho ancor imparata girarla da sola e conosco sei cortili grande come il nostro, vi sono tre scuole per le orfanelle e ciascuna scuola ne conta più di 70. Immaginate voi quante bocche da riempire e queste hanno non meno di sei anni.

Stenterei a credere non avessi visto coi miei occhi che portano questi bambini trovati a cinque, sei, persino otto al giorno. I primi giorni dopo il mio arrivo queste buone Madri mi chiamavano ogni volta che portavano queste povere creature chi in un cesto involto in poca paglia, chi se gli stringeva al seno in uno straccio tutto stracciato, e chi li portava? Poveri accattoni oppure gli stessi genitori non bastandogli il cuore di ucciderli o gettarli in un fosso essi lo portavano dicendo che non era suo, ma trovato dietro una siepe ecc.

Una volta fra le altre che non posso dimenticare era sera già fatta e bussano alla porta, un povero accattone non so dire come l’era stracciato coi capelli lunghi sembrava un vero orso portava un bambino e disse alla Suora: Questo bambino è moribondo fa presto a darle il Battesimo se no, non va in Paradiso. Figuratevi voi era lui pagano.
La Madre prese il bambino, poi diede noi un pezzo di pane per dare a quel povero uomo, vedeste in un batter d’occhio lo divorò, poi chiese un paio di scarpe mostrandoci i piedi ignudi: se ne diede un paio in disuso e partì tutto contento. Una volta passeggiando le mie buone Madri mi mostrarono alcune cappellette degli idoli sparse qua e là e ci accostammo ad una. Mio Dio qual ribrezzo!

Vi erano tre uomini di fango seduti come in trono ed un ventaglio dipinto sul muro perché l’adoperassero nei tempi caldi; uno di questi idoli cadde dal suo seggio e si frantumò, nessuno dei pagani osa toccarlo perché teme le maledizioni di quel po’ di fango. Vi era pure alcuni avanzi di candele che poco prima le avevano acceso per implorare grazie o fortuna da quei […] Vedete quanta miseria! Oh ne siamo riconoscenti e grati al Signore d’averci fatto nascere nel grembo di santa chiesa cattolica.

La Cina è un grande cimitero, ciascuna famiglia seppellisce i suoi morti nel proprio terreno, dunque in tutti i campi vi si scorge monumenti mortuari, e sapete con qual segno? Un mucchio di terra, ecco la lapide, ecco il monumento cinese, con più il mucchio è grosso è segno che più era ricco. Un giorno vedevo gli uomini che aravano il terreno e quando giungevano al mucchio voltavano fuori i buoi e lo lasciavano intatto; io pensavo che fossero mucchi d’erbaggi a seccare ma un Padre Missionario mi disse: Vede, tutti quei mucchi di terra sono tutte tombe da morto. Non so dire qual cosa provai, per i bambini poi non usano casse: un pochino di paglia se vi è ed un buco non tanto profondo, che i cani sentendo l’odore raschiano e li divorano con facilità.

La lettera, scritta da Nanyang il 31 marzo 1913, si conclude con richieste di informazioni su tutti i parenti in Italia e con i saluti di rito.

Fonti delle immagini:
rifugiati climatici: qui
storia della foto di K. Carter: qui

bambini delle campagne cinesi: qui
villaggio dei bambini abbandonati in Ecuador: qui
bimbo abbandonato in un sacco: qui

bambina abbandonata sul marciapiede: qui
Lesbo: qui

Lampedusa: qui

Majed

Sono Majed. Sono venuto in Italia nel 2002.
Sono venuto in Italia per vivere tutti insieme. Ero piccolo; i miei genitori mi avevano detto che mi portavano dalla nonna. Io mi sono seduto in macchina e sono partito. Il viaggio è durato un po’ perché l’aeroporto era lontano.
Arrivato, ho detto ai miei: «Non è la città dove abita la nonna» e loro: «No, andiamo con l’aereo dalla nonna». Io tutto contento ho salutato mio zio e sono andato subito nell’aeroporto.
Quando mi sono seduto nell’aereo mi sono divertito a giocare con un gioco e il tempo è passato così in fretta che ero già a Dubai. Rimanendo nello stesso aereo sono venuto a Roma e da Roma a Malpensa. Là ho visto mio cugino che ci ha portato a casa sua. Quel giorno ho mangiato da lui e poi ho detto ai miei: «E la nonna?» e loro: «La nonna è lontana, la rivedrai l’anno prossimo».

(Majed, 13 anni, Pakistan)

Storia di Majed, portato in Italia con l’inganno, come dice lui.
Trovo questo racconto molto delicato e compiuto nella sua semplicità. Essere sradicati dalla propria terra, dalla propria cultura, lasciare la casa e i parenti è difficile per tutti, anche per un bambino, sebbene poi i bambini si adattino più in fretta dei grandi.
I migranti economici non scappano da guerre, persecuzioni o calamità naturali e per questo sembrano non meritare il diritto di essere accolti e nemmeno di emigrare. I migranti economici sognano semplicemente una vita migliore, un altro luogo dove realizzarla: non è un desiderio normale, lecito? Facile dire che se hanno i soldi per l’aereo non muoiono certo di fame! In effetti no: non muoiono di fame. Non provengono dagli strati più bassi della società, perché per emigrare occorre disporre di denaro e soprattutto perché chi sogna migliori condizioni di vita sa di averne diritto e di avere la possibilità di trovarle. Chi non ha nulla non sogna nulla.

Sguardi dall’infanzia 23: odiavo le mie simili.

Quando ero piccola, odiavo le mie simili.

Avevano un fare da smorfiose, i capelli lunghi e nelle docce della piscina se li lavavano in modo strano. Parlavano del balsamo, che io non capivo come potesse essere argomento di conversazione. Ma soprattutto sapevano nuotare.

Sulle loro borse c’erano gli adesivi di tutti i pesci del mondo. L’adesivo col pesce era la testimonianza del traguardo raggiunto, del livello del corso, l’appartenenza alla casta di chi sapeva nuotare: uno status symbol, insomma. C’erano lo squalo, il pesce persico, il luccio. E loro ce li avevano. La trota, la carpa, la sogliola, il branzino. E loro ce li avevano. Le aringhe, le acciughe, il nasello, il sarago pizzuto, il sarago fasciato e loro ce li avevano. L’orata in umido con le patate e loro ce l’avevano e pure il delfino che non è un pesce ma un mammifero.

Io avevo il girino.

Lo avevo attaccato tutta orgogliosa sulla borsa al termine del primo durissimo corso, di due mesi, che modestamente avevo superato. Entravo in piscina esibendo la borsa e l’adesivo in un’unica mossa e non ci pensavo neanche a vergognarmi. Sognavo il giorno in cui avrei ricevuto il secondo adesivo e cercavo di capire dalle borse delle altre quale sarebbe stato ed ero convintissima si trattasse del pesce persico, che ogni tanto avevo sentito nominare a scuola, ma del quale non capivo proprio l’utilità nella catena alimentare. Sarebbe un giorno diventato utile appiccicato alla mia borsa, ma quel giorno non arrivò mai, perché prima che il corso finisse partii per la montagna! Non ne feci un dramma. Oramai, che sapessi nuotare o no, dei pesci non me ne poteva importare più niente e neanche delle mie simili e del balsamo. Tra cime leggendarie e alberi e prati colorati io correvo, saltavo, mi arrampicavo, cadevo, mi rialzavo… sempre restando ancorata alla terra, mio elemento primordiale, dove aprivo varchi, gallerie, scoprivo e ricoprivo, poi scavavo, mi tuffavo, fluivo, guizzavo con tutta la fantasia che avevo dentro.

Il vero avventuroso viaggio di Madre Maria verso la Cina

Gli appassionati lettori – e soprattutto le lettrici – di questo blog ricorderanno l’incredibile storia di Madre Maria (qui per chi non la conosce), mia giovane e intraprendente antenata che un giorno del lontano 1912 abbandonò tutto e tutti e partì missionaria per la Cina.

Era allora la Cina molto più lontano di quanto lo sia oggi, ma Madre Maria non ebbe paura e affrontò pericoli e difficoltà con lo spirito di chi ha un solo desiderio: aiutare gli altri. Incuriosita dalla storia, avevo scritto alle Madri Canossiane per chiedere se ci fosse in qualche loro polveroso archivio della documentazione e in pochissimi giorni avevo ricevuto, tramite e-mail perfettamente scannerizzati, una scheda ed un lungo necrologio, nel quale si ricordavano Madre Maria e ciò che aveva vissuto in quasi trent’anni di missione. Per ricostruire il viaggio avevo però dovuto affidarmi alla rete, dove per la verità ero riuscita a trovare informazioni sui viaggi dei Padri Missionari nella Cina di quegli anni, insieme ai quali partivano le suore. Avrò sbagliato?
Una decina di giorni fa mi è stata posta in mano la risposta a questa domanda: un cugino di quel ramo della famiglia mi ha consegnato una busta, dove, oltre ad altro di cui magari racconterò, era contenuta una copia delle lettere che Madre Maria spediva alla famiglia. Quale tesoro più grande delle parole? Scritte, ferme immobili sulla carta, fissate per sempre.
Ecco dunque dalla “voce” di Madre Maria il racconto del suo vero viaggio alla volta della Cina. Buona lettura.

Carissimi Genitori
                                Eccomi dunque a darvi mie notizie, ben so che sarete in pensiero sul conto mio e ansiosi aspetterete questa mia; io invece sono felicissima, ed ora vi dirò un po’ del mio viaggio, siete contenti?
Dacché vi scrissi l’ultima volta ancora un po’ di giorni ancora viaggiai in mare, finalmente al 17 Novembre lasciai il bastimento (era partita il 17 ottobre, esattamente un mese prima) e dopo un paio d’ore di vaporetto attraverso il fiume giallo (leggi Azzurro) arrivai a Shang-hay dove feci tre giorni di sosta presso le Suore di S. Vincenzo, le quali ci accolsero con grande gentilezza e carità, ci fecero visitare l’ospedale, la sant’Infanzia ecc.
La sera del 20 Nov. c’imbarcammo su di un bastimentino lungo il fiume e giungemmo a Han-kow
(oggi Wuhan, nella regione dell’Hubei).

Il 24 Nov., alcune Madri Canossiane vennero ad incontrarci; giunte a casa tutte le Madri ci salutarono, anche le donne e bambine cinesi là ricoverati si sfilarono lungo i portici del cortile e man mano che passavamo per andare in chiesa si prostrarono a terra a farci il saluto secondo il costume cinese. In quei giorni feci buona compagnia con la Madre Giulia C. che sta moltissimo bene; visitai pure le tombe delle nostre comparrocchiane M. Adele P. e M. Luigia T. che sono distante otto o dieci passi una dall’altra. Dite alla T. Teresa che mi ricordai in modo speciale di Lei sulla tomba di sua cugina. Al 28 Nov., alle sette del mattino, partii io sola di Suore con Monsignor Vescovo e due Padri Missionari da Han-kow e dopo 11 ore di ferrovia arrivai a Ciumatien (Chumatien, oggi Zhumadian);

quella notte la passai dalla Suore Francescane; all’indomani due Madri Canossiane vennero a prendermi e partii di nuovo per Hhanciuan (probabilmente Han-tchoang, oggi Hanzhuang o anche Queshan, nella quale c’era una missione che, nei racconti dei missionari del PIME, viene collocata vicino a Chumatien); colà mi fermai ancora una quindicina di giorni.

Al 14 Dicembre dovetti partire di nuovo (sia benedetto il Signore che fu l’ultima volta).
Alle cinque del dopo pranzo accompagnata da una Madre e alcune Suore Francescane mi avviai alla stazione in carrozza cinese, perché la neve rese le strade inviaggiabili. Ma sapete mamma mia quale carrozza? Figuratevi come era bella, un carro tirato da buoi. Alle sei partì il treno e alle dieci di sera arrivai alla casa di un Missionario. Là stetti tutta la Domenica; al lunedì primo giorno della Novena del S. Natale mi alzai alle tre, immaginatevi qual gioia provai, mentre tutti dormivano io sola con una donna cinese che mi accompagnava assistemmo alla S. Messa celebrata da S. Eccellenza e facemmo la S. Comunione dalle sue mani. Appena si fece giorno arrivò la ferrovia cinese cioè i carri su cui dovetti viaggiare quattro giorni e mezzo. A dire il vero, miei cari, al primo vederli mi sono spaventata, vedeste! un carrettone di cavallante, con la baracca di paglia sopra, tirato da tre muli. Ero però accomodata benino; al secondo giorno il Vescovo mi fece cambiare il carro ed in quello stavo molto più bene perché era tutto chiuso. Somigliava a quello che conducono gli ammalati all’ospedale, avevo il materazzo, guanciale e una trapunta perciò il freddo non l’ho sofferto tanto. A desinare e alla notte ci fermammo negli alberghi cinesi, credete, i casotti delle nostre campagne sono tre volte più belli; i muri sono di mattone fatti col fango, i tetti o di paglia o come di mollica, senza finestre, la grande sala in cui stetti a mangiare e dormire consisteva in un tavolino tutto rotto, e tra l’unto e la polvere s’era formato come la polentina; la donna che mi accompagnava disse all’albergatore di pulire un po’ il tavolo, ed egli prese una branca di paglia e tutto fu fatto, la sedia la trovai solo il primo giorno; il letto poi consisteva in un asso sopra due cavalletti ed una stuoia, fortuna che avevo dietro materazzo ecc. Ringrazio tanto il Signore che viaggiai sempre col Vescovo che come vero padre nulla mi lasciò mancare. Miei cari genitori, anche […] in dovere di pregare per Esso perché in questo tempo fece a me le vostre veci.

Quello che più mi costò in questi quattro giorni era che non si poteva celebrare quindi non potei far la S. Comunione, (ciò che sempre feci in tutto il viaggio) perché gente pagana. Alle volte entrando in quei famosi alberghi, la natura si faceva sentire un momentino, ma io ero felicissima perché finalmente trovavo ciò che avevo sempre desiderato. Se sapeste miei cari quanto ho riso, che non sapendo parlare perciò mi facevo intendere dalla donna che mi accompagnava tutto coi segni come una muta. Immaginatevi, un giorno credevo di saper domandare almeno il cucchiaio, invece le domandai il mulo; una mattina questa donna mi venne a dire ch’era ora di alzarsi, io le risposi che non avevo capito, ed ella non ripeté una seconda volta, ma anche questa volta non capii, volendo però indovinare che mi chiedeva se avessi bisogno qualche cosa le risposi di no; figuratevi voi…
Orbene torniamo altrimenti non finirei più.

Al 20 Dic. verso mezzogiorno arrivai fina[lmente] a Na-ynfù (Nanyang, nella regione dello Henan); vedeste questi cinesi cristiani che bellissimo incontro fecero al Vescovo, una folla immensa di cristiani vennero fino fuori dalla città ad incontrarlo, i ragazzetti della S. Infanzia con la loro divisa davanti in processione: chi suonava tamburi chi sparava mortalette, poi una ventina e più di bandiere, e dieci soldati a piedi collo schioppo in spalla e quattro a cavallo precedevano il Vescovo, io pure sul mio carro lo seguivo. Appena che Monsignore fu passato vennero le mie Rev.de Madri, e mi fecero discendere dal carro e in loro compagnia arrivai a casa ad abbracciare la mia cara ed amata Rev.da Superiora. Miei cari unitevi meco a ringraziare il Buon Dio non solo perché mi ha protetta in tutto il lungo viaggio, ma ancora perché ho trovato nella mia ottima e Rev.da Madre Superiora una vera mamma, che sa prevedere e provvedere a tutti i miei bisogni e compatire con carità alla mia ignoranza; pregate perché [il Signore] me la conservi a lungo.

La lettera, scritta da Nanyang il 27 dicembre 1912, si conclude con pensieri e domande sui parenti a casa e con i saluti di rito.

FirmaMadreMaria

My header

Da ieri ho una nuova pagina, dedicata alla mia nuova testata. A volte pensi che i luoghi speciali siano quelli che hai trovato nel passato, dove andavi in vacanza da bambina, dove hai conosciuto un ragazzo o una persona che poi è diventata un’importante  parte di te, e pensi che resteranno quelli per sempre, che non se ne possano aggiungere altri perché ormai li hai trovati, i tuoi luoghi dell’anima. E invece all’improvviso ne ritrovi un altro, dove pensavi di non essere mai stata, ma appena ci metti piede scopri che in qualche modo gli appartieni e così nascono nuovi ricordi… 

My header.

Trovare rifugio

Tutti abbiamo avuto bisogno di un rifugio, qualche volta.

La parola rifugio credo di averla sentita per la prima volta dalla mamma, ed era un rifugio di montagna, dove i camminatori potevano fermarsi e trovare riparo per la notte. Mi sembrava una cosa avventurosa, di quelle che nella vita possono capitare solo agli altri…
     Non so dove andassi io da bambina a rifugiarmi; forse a quell’età il mio rifugio era tutto mentale, nei giochi che facevo da sola, nelle canzoni che ascoltavo e cantavo da sola, di nascosto, come se cantare fosse un’attività da tenere segreta, che gli altri non potevano comprendere.

Da ragazzina invece il rifugio mentale non bastava più. La mamma e il papà erano diventati nemici e a volte anche gli amici e allora ci voleva un rifugio vero, un posto sicuro, dove stare in pace, dove non poter essere perseguitati. Io l’avevo a casa della nonna.
     Era una piccola stanza, detta il “salottino”, dove un tempo si accoglievano – di rado – gli ospiti. C’erano il tavolo bello, le poltrone, il mobile con la vetrinetta. Era un signor rifugio: caldo, riparato, accogliente. Io scappavo sempre lì, appena potevo, perché fuggire era un bisogno quotidiano, una questione di sopravvivenza. E lì ricostruivo il mio mondo per intero, con il pianoforte, i miei quaderni, le cassette con le canzoni e lo stereo per ascoltarle in loop, come si dice oggi. L’altro mondo, che non era mio, lo chiudevo fuori.

Ma anche fuori avevo un rifugio; tutto diverso, aperto, inondato di luce, dove le persone passavano e non potevano vedermi. Era il rifugio del mare. Ho sempre desiderato, fin da bambina, di poter vivere al mare e quando ci andavo in vacanza, due settimane all’anno, pensavo a come fossero fortunati gli abitanti dei posti di mare. Anche in vacanza avevo bisogno di fuggire, ogni tanto, di trovare un rifugio dagli amici che non capivano niente, e così all’improvviso partivo. Mi rimettevo i vestiti, prendevo lo zainetto e lasciavo la spiaggia. Andavo al molo.
     Il primo ricordo del molo risale a una sera lontanissima, quanti anni avrò avuto? Dovevano essere così pochi che non ne ho idea! Ero a Marina di Massa e il mare era agitatissimo: c’erano i “cavalloni”. Ricordo la mamma che mi spiegava perché si chiamassero così e ricordo quel timore misto ad attrazione che mi si agitava dentro. Una prima manifestazione del sublime? Chissà…
     Il molo poi divenne il molo di Pietra Ligure, dove scappavo per dimenticare tutto ciò che lasciavo per strada e rifugiarmi davanti al mare. Camminavo veloce e arrivata andavo dritta alla ringhiera, ad affacciarmi. Restavo lì per un po’… pensavo, a volte piangevo silenziosa, parlavo con il mare. Poi tornavo a casa, perché – che mi piacesse o no – io una casa l’ho sempre avuta. Quella dove vivevo, quella della nonna, quella affittata per le vacanze, la camera dell’albergo. E non ho mai immaginato come potesse essere doverla lasciare, non averla più. Non ho mai immaginato come potesse diventare un giorno un posto pericoloso, da cui scappare con poche cose sulle spalle. Enea era già nella foresta, Troia lontanissima dietro di lui. Il padre e i Penati sulle spalle, Ascanio per mano, Creusa che si perde per sempre. Dev’essere questo che vivono i profughi…

Così, consunta la notte, ritorno a vedere i compagni.
E qui trovo con meraviglia che era affluita
una moltitudine di nuovi compagni, donne e uomini,
popolo radunato all’esilio, miserevole turba.
Si raccolsero da tutte le parti, pronti d’animo e di forze,
in qualunque terra volessi condurli per mare.
E già Lucifero sorgeva dagli alti gioghi
dell’Ida, e portava il giorno; i Danai presidiavano
le porte, e non v’era speranza d’aiuto; mi mossi,
e levato il padre sulle spalle mi diressi verso i monti.

Virgilio, Eneide, II, 795-804
(trad. di Luca Canali)

SputnikNews

Immagine da sputniknews.com

C’era Leningrado

Quando ero piccola facevo spesso il giro del mondo. Al pomeriggio, o in serata, ogni tanto mi veniva voglia di partire e cercavo qualcuno che venisse con me, ché fare il giro del mondo in solitaria da piccoli non è divertente.

L’agenzia si chiamava Ravensburger, all’avanguardia per i tempi erano gli anni Ottanta e con proposte sempre avventurose, poiché lasciava scegliere le mete al caso (forse era per questo che il giro era gratis…). Era però un caso controllato, organizzato: le tappe dovevano essere equamente distribuite tra le grandi aree del pianeta: l’area arancione, l’area verde e l’area blu. Io avevo già allora le mie preferenze, tutte tra la vecchia Europa e l’Estremo Oriente. Quando ricevevo le mie nove carte con le informazioni sulle città da visitare, ero sempre emozionata e mi auguravo di trovare anche la foto della località, per iniziare a sognare prima di partire. Ma alcune località non le avrei mai viste e sarebbero rimaste nomi: ma i nomi per me erano più affascinanti di mille immagini colorate…

GiroDelMondoCarte

Quei nomi erano scritti in più lingue, in caratteri latini ma con il tentativo di mantenere la pronuncia originale, il suono, la musica di quei posti lontani… e c’era Lulea, dal suono morbido, caldo, che teneva calde le persone che ci abitavano… c’era Chungking, che ci faceva ridere con il suo suono buffo… e poi quella con il nome doppio, che nessuno mai ricordava perché era già tanto riuscire a pronunciarlo leggendolo, figuriamoci ricordarlo! Petropavlovsk – Kamchatskiy…

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C’era un mondo sul quale mi spostavo rapidamente, a colpi di dado: un punto per i collegamenti via terra, due per quelli aerei. Un mondo che aveva il fascino di ciò che si può soltanto sognare e la sicurezza di ciò che sta scritto sulla carta. Un mondo solido.

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C’era un mondo che – io non lo sapevo – era in lento e inevitabile disfacimento. Viaggiavo tra le città dell’URSS senza poter immaginare che un simile colosso di lì a poco sarebbe crollato: se me l’avessero detto, non ci avrei creduto. Leningrado era una certezza per me, un nome scritto sulla carta geografica, sul tabellone del gioco, come avrebbe potuto cambiare? E invece sarebbero cambiati anche tanti altri nomi di tanti altri paesi: in Africa, in Asia… ma di quelli non credo mi sarei stupita: erano così lontani che non potevo controllarli.

Ma l’URSS no, non poteva smettere di esistere da un giorno all’altro. Come le due Germanie, la Jugoslavia con quel nome che mi ammaliava… e la Cecoslovacchia… come avrebbero potuto dividerla? Spaccarla in due? La Cecoslovacchia della mia Praga adorata…

C’era un mondo che – qualunque fosse – per me era rassicurante che ci fosse. C’era Leningrado, c’era l’Olanda. C’era Leningrado!

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Eppure avrei assistito anch’io alla fine di quel mondo, al crollo del muro: nella quotidianità e nella sicurezza della cucina di casa, al caldo, una sera, davanti alla televisione con la mamma che diceva: «È incredibile: è crollato il muro di Berlino. Il mondo sta cambiando…». Beh, io non lo capivo che il mondo stava cambiando e avrei continuato a giocare al Giro del mondo senza badarci, sicura che quello che stava scritto sulla cartina era lì, sotto la pedina che muovevo, in quel punto preciso del mondo. E magari un giorno l’avrei visto anche con gli occhi…

GiroDelMondoScatola

La leggenda di Pangur Bán

Ante scriptum: prestare molta attenzione durante la lettura, altrimenti, scivolando come un gatto sulle parole evidenziate, potrebbe capitare di finire in altre storie…

Pangur Bán

La leggenda si perde nella notte dei tempi, insieme a mille altre, fino a confondersi e a infilarsi dentro il libro sbagliato. Le fonti affermano con sicurezza che risalga al IX secolo, ma io credo che sia stato circa quattro anni fa. Non ricordo quando l’ho visto per la prima volta, ricordo solo la prima volta che scrissi di lui: era gennaio, mese invernale, e il suo manto era più bianco del bianco.

Da quel dì tante volte l’ho visto passare, ma non sono mai riuscita ad avvicinarlo, né a capire da dove arrivasse e dove andasse poi a finire. Lo ammiravo, avevo una rispettosa venerazione per lui. Qualunque cosa stessi facendo, appena lo scorgevo – una macchia bianca sullo sfondo – mi interrompevo per vederlo e non mi allontanavo dalla finestra fino a che non era lui a perdersi sull’orizzonte.
Il giorno seguente ritornava e io ero di nuovo lì. Poi un giorno scompariva, così: all’improvviso; e non si faceva vedere per mesi. Chissà se andava a caccia di topi… pare che fosse infallibile, così racconta il suo padrone, o almeno colui che si vanta di esserlo, ma per me un padrone non ce l’ha, non è possibile: lui è libero.

Pangur Bán, “più bianco del bianco”. Leggendario gatto bianchissimo che ho ritrovato a mille chilometri dal mio giardino, tra le pagine di un libro: anche questo è l’Irlanda.
Al largo della Scozia, sull’isola di Iona, o a Kells, nella contea di Meath, un gruppo di monaci lavorava notte e giorno alla trascrizione dei Vangeli, in una lingua ancora oggi ritenuta oscura: il latino. Così nacque il testo miniato più ammirato dell’epoca o, se non in quella, almeno nella nostra: The Book of Kells. Ma non è nel libro di Kells che si aggira il gatto bianco…

Book_of_Kells_34r_-_Katzen_und_Maeuse

“Book of Kells”, folio 34r (Old Library, Trinity College, Dublin)

Una notte – una notte mitica, forse di primavera – mi alzai per bere, e andando verso la cucina nel buio scorsi la macchia bianca che si muoveva: era Pangur, che usciva lesto dalla finestra dopo avere dormicchiato chissà per quanto tempo sul mio divano. Ero incredula. E incantata…
Ci furono altre notti così, quando iniziai a svegliarmi inconsciamente alla stessa ora per vederlo dormire. Ma forse i suoi poteri lo avvertivano o lui avvertiva l’impercettibile levarsi delle mie palpebre e facevo giusto in tempo a scorgerlo mentre se la filava con eleganza dalla finestra semiaperta. Pangur Bán.
Ebbi per un po’ l’illusione di poterlo tenere con me e i miei gatti, che stranamente sembravano accettarlo e Amarilli per me era anche un po’ innamorata… anche questo poteva essere solo merito dei poteri incredibili di Pangur.

Ma poi la natura prevalse e il territorio divenne troppo stretto, inospitale per l’ultimo arrivato. Così forse tornò dal suo padrone, di cui poco si conosce: molti dicono che viva in Austria, ma in Irlanda voci autorevoli confermano che stia in Svizzera, nel monastero di San Gallo, altri che sia il gatto di una misteriosa bambina. C’è infine chi sostiene si tratti di un certo Sedulius Scottus, ma io ci credo poco…

E infatti continuavo ad aspettarlo e ogni volta che lui tornava mi avvicinavo un po’ di più e da vicino mi accorsi che era molto magro, emaciato e il suo biancore si spegneva. Gli occhi però erano sempre vivi, brillanti, di un verde chiarissimo, un verde d’acqua.

PangurDaVicino

La poesia che parla di lui, forse la più antica poesia dedicata a un gatto che si conservi, è scritta sui margini di un remoto testo di scrittura, una sorta di quaderno scolastico usato da un giovane monaco irlandese per esercitarsi e che conteneva un po’ di tutto: inni, carte astronomiche e tavole matematiche, poesie.

TestoOriginalePangur

“Reichenau Primer”: in basso a sinistra la poesia di Pangur Ban

Il libro è conservato in una abbazia benedettina, in Carinzia, ma è stato scritto in un altro monastero, su un’isola lacustre. Chissà perché i monaci irlandesi sceglievano sempre le isole, ovunque andassero…

Da un po’ di tempo Pangur non si vede. Ogni volta che scorgo una macchia bianca sullo sfondo corro a guardare, ma non sono mai sicura che sia lui. Il gatto bianco a volte sono due. Un altro gatto – o forse una gatta – di colore bianchissimo abita da queste parti e quando c’era Pangur li distinguevo, sempre. Ora invece non sono più così sicura e attendo il momento che si avvicini un po’ di più per vedere quel colorino acqua nei suoi occhi.

GattoBianco1

Anche stamattina qualcosa di bianco si muoveva sullo sfondo e se non era Pangur vorrei almeno chiedergli, perchè lui – ma per me è una lei – lo sa, dove sia il gatto della leggenda, se nascosto nei dintorni o accucciato sul margine di un libro…

…dedicato a tutti i gatti…

 

Post scriptum: per questa storia devo molto al post di una ragazza americana, che potete leggere qui.