Occhi al cielo: per il moon day

Caro Calvino,
        non c’è volta che sentendo parlare di lanci spaziali, di conquiste dello spazio, ecc., io non provi tristezza e fastidio; e nella tristezza c’è del timore, nel fastidio dell’irritazione, forse sgomento e ansia. Mi domando perché.
        Anch’io, come altri esseri umani, sono spesso portata a considerare l’immensità dello spazio che si apre al di là di qualsiasi orizzonte, e a chiedermi cosa c’è veramente, cosa manifesta, da dove ebbe inizio e se mai avrà fine. Osservazioni, timori, incertezze del genere hanno accompagnato la mia vita, e devo riconoscere che per quanto nessuna risposta si presentasse mai alla mia esigua saggezza, gli stessi silenzi che scendevano di là erano consolatori e capaci di restituirmi ad un interiore equilibrio.
        […] Ora, questo spazio, non importa da chi, forse da tutti i paesi progrediti, è sottratto al desiderio di riposo, di ordine, di beltà, allo straziante desiderio di riposo di gente che mi somiglia. Diventerà fra breve, probabilmente, uno spazio edilizio. O un nuovo territorio di caccia, di meccanico progresso, di corsa alla supremazia, al terrore. Non posso farci nulla, naturalmente, ma questa nuova avanzata della libertà di alcuni, non mi piace. È un lusso pagato da moltitudini che vedono diminuire ogni giorno di più il proprio passo, la propria autonomia, la stessa intelligenza, l’autonomia, la speranza.

Anna Maria Ortese

Cara Anna Maria Ortese,
        guardare il cielo stellato per consolarci delle brutture terrestri? Ma non le sembra una soluzione troppo comoda? Se si volesse portare il suo discorso alle estreme conseguenze, si finirebbe per dire: continui pure la terra ad andare di male in peggio, tanto io guardo il firmamento e ritrovo il mio equilibrio e la mia pace interiore. Non le pare di “strumentalizzarlo” malamente, questo cielo?
        Io non voglio però esortarla all’entusiasmo per le magnifiche sorti cosmonautiche dell’umanità: me ne guardo bene. Le notizie di nuovi lanci spaziali sono episodi d’una lotta di supremazia terrestre e come tali interessano solo la storia dei modi sbagliati con cui ancora i governi e gli stati maggiori pretendono di decidere le sorti del mondo passando sopra la testa dei popoli.
        Quel che mi interessa invece è tutto ciò che è appropriazione vera dello spazio e degli oggetti celesti, cioè conoscenza: uscita dal nostro quadro limitato e certamente ingannevole, definizione d’un rapporto tra noi e l’universo extraumano. La luna, fin dall’antichità, ha significato per gli uomini questo desiderio, e la devozione lunare dei poeti così si spiega. Ma la luna dei poeti ha qualcosa a che vedere con le immagini lattiginose e bucherellate che i razzi trasmettono? Forse non ancora; ma il fatto che siamo obbligati a ripensare la luna in un modo nuovo ci porterà a ripensare in un modo nuovo tante cose.
        Gli exploits spaziali sono diretti da persone a cui certo questo aspetto non importa, ma esse sono obbligate a valersi del lavoro di altre persone che invece si interessano allo spazio e alla luna perché davvero vogliono sapere qualcosa di più sullo spazio e sulla luna. Questo qualcosa che l’uomo acquista riguarda non solo le conoscenze specializzate degli scienziati ma anche il posto che queste cose hanno nell’immaginazione e nel linguaggio di tutti: e qui entriamo nei territori che la letteratura esplora e coltiva.
        Chi ama la luna davvero non si accontenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più. Il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo, Galileo, appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa ad un grado di precisione e di evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiose. E la lingua di Galileo fu uno dei modelli della lingua di Leopardi, gran poeta lunare…

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I. Calvino, Occhi al cielo, “Corriere della Sera”, 24 dicembre 1967 (ora in Una pietra sopra, Einaudi, 1980 col titolo Il rapporto con la luna).

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“Buono ma fuggitivo”

“Buono ma fuggitivo” sta scritto su un foglietto attaccato con una molletta per i panni alla sua gabbia. Non è una reggia e anche se lo fosse poco cambierebbe: a chi piace stare chiuso in gabbia? Tuttavia è piuttosto alta, e larga abbastanza da contenere due cucce, una morbida e una rigida, la lettiera per i bisogni e tre ciotole allineate: per l’acqua, l’umido e il secco. Intorno varie gabbie simili ospitano gli altri neoarrivati.

Pangu guarda fuori dalla finestra e ha l’aria triste. Non volevo fargli questo, ma quando l’ho visto arrivare per l’ennesima volta ricoperto di graffi e di croste non ce l’ho fatta più: gli ho messo la pappa nel trasportino e lui, in buona fede, è entrato. Ho aspettato che finisse di mangiare prima di chiudere, poi l’ho preso e siamo andati dal veterinario, dove già ci attendevano.
L’hanno operato il giorno seguente e l’hanno poi tenuto in osservazione una notte. Venerdì mattina siamo tornati a prenderlo già consapevoli di tutto. L’operazione era andata bene, ma i test hanno dato esito positivo alla FIV e così non possiamo tenerlo. Non volevamo però lasciarlo lì, in attesa di una sistemazione “in stallo” per poi trovarne un’altra definitiva e così l’abbiamo riportato a casa. Abbiamo dovuto isolarlo per non farlo entrare in contatto con Spiro, Filli e Amarilli e così l’abbiamo sistemato nel locale più grande della cantina. Lui è andato subito a nascondersi e l’abbiamo lasciato tranquillo per un po’. Quando siamo scesi, abbiamo visto che aveva mangiato e usato la lettiera come un gatto ben educato, cosa che ci ha confermato ciò che da sempre sospettavamo: Pangu un padrone un tempo ce l’aveva, ma chissà poi cosa è successo…

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Se ne stava rannicchiato in cima all’armadio. Si lasciava coccolare come mai aveva fatto e, quando si è sentito più sicuro, è sceso e si è accomodato sulla poltrona.

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Pangu rannicchiato in cima all’armadio

Per due giorni è stato nostro ospite in cantina. È stato bene, ha sempre mangiato e ha fatto addirittura “la pasta” su un cagnolino di peluche… ma a volte lo trovavo che piangeva, che cercava una via di fuga.

Domenica mattina, a malincuore, eravamo pronti per un nuovo viaggio. Pangu ha bisogno di una casa, di una famiglia senza gatti o con gatti FIV+ che gli dia tantissimo amore. Al “Cat Village” di Lonate Pozzolo hanno accettato questa missione e ora Pangu è un nuovo ospite.
Stamattina siamo andati a trovarlo. Era nella stessa gabbia dove l’hanno collocato settimana scorsa. Ce l’hanno lasciata aprire chiudendo tutto intorno e il fuggitivo ha subito cercato di evadere. Quando mi sono avvicinata, ha detto “miao” e forse si è illuso che lo portassimo via. Marco dice che sta bene e infatti il pelo è già più morbido e molte croste non ci sono più, ma ha lo sguardo triste e un solo desiderio: la libertà.

Il “Cat Village” è un bel posto. È una grande casa che gatti e volontari dividono con gli Alpini e ha un bel parco intorno. A seconda che i gatti siano sani o malati, selvatici o no, ci sono diverse sistemazioni. Per i FIV+ c’è un recinto apposta, una specie di piccolo appartamento con giardino riservato, ma prima di essere sistemato lì Pangu deve finire gli esami clinici. E poi è un gatto remissivo e potrebbe rischiare di essere nuovamente preso a botte come è stato in questi mesi di vita randagia. Temo che potrà uscire dalla gabbia solo quando gli avremo finalmente trovato una famiglia. Avevo immaginato, prima di sapere che fosse malato, di riportarlo a casa e di continuare a dargli da mangiare: era un gatto libero e avrebbe deciso lui se entrare in casa oppure no.

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Prima di andare l’abbiamo rimesso dentro. Si è seduto subito all’angolo che sta più vicino alla finestra, a guardare oltre le sbarre…

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Mi dispiace averti fatto questo, bel gattone tutto bianco… Quando troverai una casa e una famiglia che si prenderà cura di te con tanto amore, forse capirai…

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PS: chi non conosce le storie di Pangu può trovarle qui e qui.

La bicicletta nella Resistenza: 25 aprile a Cardano al Campo

Il 25 aprile a Milano è unico.
La prima volta che sono stata al corteo, sono rimasta folgorata da tanta umana partecipazione. C’era uno striscione enorme, largo quanto la strada, che per un po’ ho portato anch’io dando il cambio a una signora che era stanca. Era lo striscione arcobaleno, con la parola pace nel mezzo e i bambini che giocavano a passarci sotto correndo.

Da un po’ di anni però preferisco le celebrazioni di paese. È bello che una piccola comunità si stringa intorno ai propri caduti, persone che hanno ancora degli eredi, cognomi che tutti conoscono.

Anche stamattina la Festa della Liberazione è stata celebrata, con le istituzioni, l’ANPI e i ragazzi delle scuole. Nei discorsi del sindaco e dell’assessore alla cultura risuonavano altri discorsi, parole pronunciate tanti anni fa che bisogna continuare a ripetere perché non sono scontate, perché non siano state pronunciate invano, perché vengano rinnovate nelle lotte di oggi. Oggi che molti esponenti delle istituzioni – a vari livelli – non hanno celebrato, hanno fatto a gara per non esserci, per sminuire il sacrificio di chi ha consegnato anche a loro la libertà.

Poi il corteo è sceso dalla scalinata del palazzo comunale, accompagnato dalla banda, e si è avviato prima al cimitero a portare i fiori ai partigiani e infine a scuola. Questo ha di unico il nostro 25 aprile a Cardano, che protagonisti insieme ai partigiani sono i ragazzi, che ogni anno lavorano con l’ANPI per approfondire un aspetto, per ricostruire un tassello perduto della Resistenza. L’anno scorso avevano invitato un partigiano, “Cin”, che, dopo avere parlato loro della Resistenza a scuola, ha accettato l’invito ed è venuto a parlare a tutti.

Quest’anno, dopo il discorso di rito del sindaco del CCRR (il Consiglio Comunale dei Ragazzi e delle Ragazze), tanti piccoli “ciceroni” ci hanno illustrato la mostra “La bicicletta nella Resistenza”.

La bicicletta, che un tempo non tutti avevano, fu la fidata compagna di tante staffette, dei portaordini, di chi con molto coraggio ha contribuito alla causa. I ragazzi (Luca e Alessandro per il mio gruppo) ci hanno raccontato di come gli ordini e le informazioni venissero nascosti nel telaio, le armi nei cestini, mimetizzate in nascondigli improbabili come dentro un cavolfiore!

Poi ci hanno parlato dei ciclisti, di professione, che come Seghezzi e Bartali hanno dato il loro contributo alla lotta. Ed è proprio la storia di Bartali, a fumetti, che chiude la mostra.

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Sono queste immagini di vita piena l’eredità dei partigiani e delle partigiane:
una bicicletta e tanti ragazzi che raccontano…

W il 25 aprile! Continua a leggere

Caro Faber

Caro Faber,
ti ho incontrato tardi nella mia vita. Ti ha portato l’università, insieme ad altri cantautori che prima semplicemente ignoravo. Però ricordo il giorno della tua morte, la notizia al telegiornale, come qualcosa che ti colpisce senza una ragione. Conoscevo diverse tue canzoni per averle sentite, mai ascoltate. La prima volta che ti ascoltai non eri nemmeno tu a cantare, ma un altro che ti conosceva e amava da molto. Tuttavia io sentii solo te nel cuore impazzito del malato di cuore e anche il mio cuore stordì e ora no, non ricordo se fu troppo sgomento o troppo felice…

Cominciai a cercarti, e fu facile in verità trovarti dappertutto: nella terra di Liguria che già era mia e con te la scoprivo più ricca, di Mediterraneo e di poesia…

Nella storia triste di quella ragazzina di Brescia colpevole di bellezza, che come le più belle cose visse solo un giorno come le rose… Non ho mai sopportato l’insulto alle donne, il solo a non avere un corrispettivo maschile; solo tu riuscivi a dirlo con rispetto, a non farlo essere un insulto…

Ti ho trovato nel cristianesimo che avevo abbandonato, ma che tu hai riportato con il suo vero messaggio di pietà che non cede al rancore:

Nella delicatezza di un gesto: i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte… Nell’umanità di Maria, di cui porto il nome dietro al mio: gioia e dolore hanno il confine incerto nella stagione che illumina il viso…

Nella libertà, nella lotta, nella giustizia:

Nella poesia che amo, dove son merci ed uomini il detrito di un gran porto di mare, e io ritrovo, passando, l’infinito nell’umiltà. E soprattutto ti ho trovato in tutte le anime salve in volo per il mondo:

Grazie, Faber…

Solo l’amare…

«Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto…»

P.P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, 1956

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Foto inviatami dal mio alunno Matteo Rossetti

Auguri per un anno d’amore e conoscenza:
amori letterari, incontri di persone e personaggi,
conoscenza di sé degli altri del mondo.
O di una sola parola…

La storia del censimento

La parola censimento la imparai presto, da bambina.

A volte era la nonna a metterci a letto – mio fratello e me – e in quell’occasione la storia prima di dormire non poteva mancare.
La nonna aveva tre storie. Era un tipo pratico, che sapeva risparmiare e anche sulle storie preferiva non esagerare: tre bastavano e avanzavano. La prima era la storia di Cappuccetto Rosso e non la sceglievamo mai. La seconda ogni tanto ci poteva stare; era la storia delle tre ochette. Qualche anno fa chiesi alla nonna di raccontarmela, perché non la ricordavo più. Passai una bella serata a sentire ancora il lupo che diceva alle ochette: “Pitin pitun troo giò casin casun”. Il lupo naturalmente parlava in dialetto.
La storia più bella era però la storia del censimento.

La storia del censimento era la storia della nascita di Gesù. La cultura della nonna si muoveva tra conoscenze religiose e popolari e così questa era per lei come una fiaba da raccontare ai nipotini. Quello che ci colpiva, oltre alla storia, era una parola, una parola strana, curiosa: la parola “censimento”. Giuseppe e Maria si erano messi in cammino perché dovevano andare a farsi registrare al censimento della popolazione e durante quel viaggio nacque Gesù. La nonna doveva avere presente il vangelo di Luca, l’unico (a parte gli apocrifi) nel quale se ne parla. Le circostanze storiche restano nebulose: si tratterebbe forse del censimento di Quirinio, governatore della Siria e incaricato di effettuare il censimento in questa provincia dell’impero. L’uso orientale voleva poi che la registrazione avvenisse nel paese d’origine degli antenati e per questo Giuseppe si sarebbe recato a Betlemme, paese d’origine di Davide. La nonna non sapeva tutte queste cose, per lei il censimento era una realtà e basta, come tutto il resto della storia, che così introduceva e la parola censimento mi ha sempre fatto pensare alla storia di Gesù bambino.

Un po’ di tempo fa nella cassetta della posta trovai una lettera: diceva che eravamo stati sorteggiati per effettuare il censimento di quest’anno. Il pensiero volò subito al censimento della storia.

Quest’anno è stato il primo Natale senza la nonna. Quando ci pensavo, facevo fatica a immaginarlo, perché negli ultimi anni la protagonista della festa era diventata lei. Tornata un po’ bambina, veniva ricoperta di regali e più che Natale sembrava il suo compleanno. Lo festeggiavamo nella casa “fatta su” da lei – come precisava sempre, dove un po’ di anni fa si sono trasferiti i miei genitori per non lasciarla sola. Quest’anno invece il Natale l’abbiamo passato da me: mia madre voleva sentire meno la sua mancanza. È stato strano: non sembrava neanche Natale, ma un semplice pranzo di famiglia con il tavolo allungato e diverse portate in più. Anche i regali erano pochi e sono stati aperti senza le cerimonie che mi infastidivano tanto e ora invece sono diventate un ricordo. A dire la verità anche l’anno scorso era stato strano, perché la nonna non parlava: comunicava con il viso e gli occhi. Mi era dispiaciuto che proprio quel giorno non fosse “in vena” e così ero tornata a trovarla una settimana dopo e ci siamo fatte delle belle chiacchierate… le ultime. Dieci giorni dopo ci ha lasciati.

Quest’anno a Natale eravamo qua e sulla tovaglia rossa che mi ha prestato mia suocera ho messo un centrotavola bianco a uncinetto, fatto chissà quando dalla nonna: in qualche modo era presente anche lei…

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Ancora Natale

Natale

Nascerà in una stiva tra viaggiatori clandestini.
Lo scalderà il vapore della sala macchine.
Lo cullerà il rollio del mare di traverso.
Sua madre imbarcata per tentare uno scampo o una
                  fortuna,
suo padre l’angelo di un’ora,
molte paternità bastano a questo.
In terraferma l’avrebbero deposto
nel cassonetto di nettezza urbana.
Staccheranno coi denti la corda d’ombelico.
Lo getteranno al mare, alla misericordia.

Possiamo dargli solo i mesi di grembo, dicono le madri.
Lo possiamo aspettare, abbracciare no.
Nascere è solo un fiato d’aria guasta. Non c’è mondo
                per lui.
Niente della sua vita è una parabola.
Nessun martello di falegname gli batterà le ore dell’infanzia,
poi i chiodi nella carne.
Io non mi chiamo Maria, ma questi figli miei
che non hanno portato manco un vestito e un nome
i marinai li chiamano Gesù.
Perché nascono in viaggio, senza arrivo.

Nasce nelle stive dei clandestini,
resta meno di un’ora di dicembre.
Dura di più il percorso dei Magi e dei contrabbandieri.
Nasce in mezzo a una strage di bambini.
Nasce per tradizione, per necessità,
con la stessa pazienza anniversaria.
Però non sopravvive più, non vuole.
Perché vivere ha già vissuto, e dire ha detto.
Non può togliere o aggiungere una spina ai rovi delle
               tempie.
Sta con quelli che vivono il tempo di nascere.
Va con quelli che durano un’ora.

(E. De Luca, Opera sull’acqua e altre poesie, 2002)

Qualcuno noterà che è la stessa poesia dell’anno scorso. Vero. Ma per me Natale non è più solo un bimbo palestinese in cerca di un posto dove nascere; ma è qualunque bimbo migrante in cerca di una casa, di una terra che lo accolga, di un piccolo spazio dove essere amato. Piccolo come una pannocchia; o come una noce.

PresepeNoce

Buon Natale a tutti

Ortografia

Al liceo non studiavo molto. L’ho detto e scritto tante volte: qui, altrove, l’ho detto persino ai miei alunni… dunque al liceo non studiavo molto, anzi: studiavo proprio poco. La cosa assurda è che, sebbene non studiassi, credevo nella scuola. Non avevo l’arroganza di pensare che la scuola fosse importante, sì, però la vita… era da un’altra parte. Ho sempre riconosciuto il valore dello studio, della cultura e sapevo che sarebbe stato ciò che avrei imparato tra quelle quattro mura a darmi una direzione. Forse è stato questo a salvarmi… o a inguaiarmi, perché studiare non rende felici, tutt’altro. 

Faccio fatica e soffro nel vedere l’arroganza-ignoranza dei miei alunni, che studiano più di quanto facessi io, eppure sono convinti che ciò che davvero conta sia altro, sia fuori dalla scuola: che non guarda al mondo del lavoro, che non usa le “magnifiche tecnologie e progressive”… e mentre loro prendono gli appunti sul computer per prendere poi un bel voto che li farà sentire ancora più bravi, io sto a pensare come un’ingenua anacronistica all’ortografia, alle lettere maiuscole, ai libri, alla parola scritta.

Tra quelle quattro mura sporche, scrostate, scritte con i pennarelli, sono entrata tanti anni fa e non ne sono più uscita e mi piaceva pensarlo.
Ora inizio a pensare che il mio posto non sia più lì…

Pioggia di novembre

…e venga la pioggia a novembre
a lavarmi i pensieri dal fango e dal mal.

E se, e ma…
mi pare sarà…
eppure non piove e nuvole
non ne vedo di qua…
è una striscia di cielo
non diversa da prima,
solo freddo d’autunno
e bianco color di farina.

Guardo sopra al sesto piano
una goccia e poi l’altra si spiaccica in faccia,
fa un rumore di sveglia
che tintinna sul ferro
di una gronda lontana…

e viene la pioggia a lavare
le macchine in fila,
gli allarmi strillare…
e bagna le aiuole spellate,
le multe stracciate,
il cielo dei bar…

sulla strada di pietra segnata
come panforte di tagli e binari,
piove sulle varesine e gira gira
la giostra senza fine…

Cade sopra i tram che passano lenti,
di ferro e di legno pazienti,
con un occhio solo,
buoni da guardare,
dinosauri in fila ad asciugare…
piove sui pensieri dietro ai fanali
delle tangenziali…

e bagna nei cortili i gerani,
le nere ringhiere,
le lingue straniere,
i viados di Gioia,
la casbah di Buenos Aires,
le edicole accese,
le borse e le spese…

Piove sulle campane
delle pievi romane,
sulle grazie, sui ceri,
sui voti e sui desideri.

Cade sopra i piedi dei bambini
che ci sono ma non li vedi,
sugli ortomercati
dentro i fabbricati,
sopra le collette di spicci e sigarette,
su uomini e su cani
e piove sulle urla dei villani…

sul cimitero monumentale,
sugli attacchini, sugli spazzini,
sulle chiese dei filippini,
sui tavolini dei baracchini,
sui gatti tristi dentro i cortili,
sulle collane degli abusivi,
sul padiglione degli infettivi,
sopra i germani dentro i navigli…

sui treni caldi dei pendolari,
sopra i silenzi dei tassinari,
sulle africane per mezzo ai viali,
sopra i parenti negli ospedali
e piove stasera anche sul chiuso della galera…

e venga la pioggia a novembre
a lavarmi i pensieri dal fango e dal mal.

(V. Capossela, Il ballo di San Vito, 1996)