C’era Leningrado

Quando ero piccola facevo spesso il giro del mondo. Al pomeriggio, o in serata, ogni tanto mi veniva voglia di partire e cercavo qualcuno che venisse con me, ché fare il giro del mondo in solitaria da piccoli non è divertente.

L’agenzia si chiamava Ravensburger, all’avanguardia per i tempi erano gli anni Ottanta e con proposte sempre avventurose, poiché lasciava scegliere le mete al caso (forse era per questo che il giro era gratis…). Era però un caso controllato, organizzato: le tappe dovevano essere equamente distribuite tra le grandi aree del pianeta: l’area arancione, l’area verde e l’area blu. Io avevo già allora le mie preferenze, tutte tra la vecchia Europa e l’Estremo Oriente. Quando ricevevo le mie nove carte con le informazioni sulle città da visitare, ero sempre emozionata e mi auguravo di trovare anche la foto della località, per iniziare a sognare prima di partire. Ma alcune località non le avrei mai viste e sarebbero rimaste nomi: ma i nomi per me erano più affascinanti di mille immagini colorate…

GiroDelMondoCarte

Quei nomi erano scritti in più lingue, in caratteri latini ma con il tentativo di mantenere la pronuncia originale, il suono, la musica di quei posti lontani… e c’era Lulea, dal suono morbido, caldo, che teneva calde le persone che ci abitavano… c’era Chungking, che ci faceva ridere con il suo suono buffo… e poi quella con il nome doppio, che nessuno mai ricordava perché era già tanto riuscire a pronunciarlo leggendolo, figuriamoci ricordarlo! Petropavlovsk – Kamchatskiy…

Questo slideshow richiede JavaScript.

C’era un mondo sul quale mi spostavo rapidamente, a colpi di dado: un punto per i collegamenti via terra, due per quelli aerei. Un mondo che aveva il fascino di ciò che si può soltanto sognare e la sicurezza di ciò che sta scritto sulla carta. Un mondo solido.

Questo slideshow richiede JavaScript.

C’era un mondo che – io non lo sapevo – era in lento e inevitabile disfacimento. Viaggiavo tra le città dell’URSS senza poter immaginare che un simile colosso di lì a poco sarebbe crollato: se me l’avessero detto, non ci avrei creduto. Leningrado era una certezza per me, un nome scritto sulla carta geografica, sul tabellone del gioco, come avrebbe potuto cambiare? E invece sarebbero cambiati anche tanti altri nomi di tanti altri paesi: in Africa, in Asia… ma di quelli non credo mi sarei stupita: erano così lontani che non potevo controllarli.

Ma l’URSS no, non poteva smettere di esistere da un giorno all’altro. Come le due Germanie, la Jugoslavia con quel nome che mi ammaliava… e la Cecoslovacchia… come avrebbero potuto dividerla? Spaccarla in due? La Cecoslovacchia della mia Praga adorata…

C’era un mondo che – qualunque fosse – per me era rassicurante che ci fosse. C’era Leningrado, c’era l’Olanda. C’era Leningrado!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Eppure avrei assistito anch’io alla fine di quel mondo, al crollo del muro: nella quotidianità e nella sicurezza della cucina di casa, al caldo, una sera, davanti alla televisione con la mamma che diceva: «È incredibile: è crollato il muro di Berlino. Il mondo sta cambiando…». Beh, io non lo capivo che il mondo stava cambiando e avrei continuato a giocare al Giro del mondo senza badarci, sicura che quello che stava scritto sulla cartina era lì, sotto la pedina che muovevo, in quel punto preciso del mondo. E magari un giorno l’avrei visto anche con gli occhi…

GiroDelMondoScatola

Annunci

11 commenti

Archiviato in Ritorni

La leggenda di Pangur Bán

Ante scriptum: prestare molta attenzione durante la lettura, altrimenti, scivolando come un gatto sulle parole evidenziate, potrebbe capitare di finire in altre storie…

Pangur Bán

La leggenda si perde nella notte dei tempi, insieme a mille altre, fino a confondersi e a infilarsi dentro il libro sbagliato. Le fonti affermano con sicurezza che risalga al IX secolo, ma io credo che sia stato circa quattro anni fa. Non ricordo quando l’ho visto per la prima volta, ricordo solo la prima volta che scrissi di lui: era gennaio, mese invernale, e il suo manto era più bianco del bianco.

Da quel dì tante volte l’ho visto passare, ma non sono mai riuscita ad avvicinarlo, né a capire da dove arrivasse e dove andasse poi a finire. Lo ammiravo, avevo una rispettosa venerazione per lui. Qualunque cosa stessi facendo, appena lo scorgevo – una macchia bianca sullo sfondo – mi interrompevo per vederlo e non mi allontanavo dalla finestra fino a che non era lui a perdersi sull’orizzonte.
Il giorno seguente ritornava e io ero di nuovo lì. Poi un giorno scompariva, così: all’improvviso; e non si faceva vedere per mesi. Chissà se andava a caccia di topi… pare che fosse infallibile, così racconta il suo padrone, o almeno colui che si vanta di esserlo, ma per me un padrone non ce l’ha, non è possibile: lui è libero.

Pangur Bán, “più bianco del bianco”. Leggendario gatto bianchissimo che ho ritrovato a mille chilometri dal mio giardino, tra le pagine di un libro: anche questo è l’Irlanda.
Al largo della Scozia, sull’isola di Iona, o a Kells, nella contea di Meath, un gruppo di monaci lavorava notte e giorno alla trascrizione dei Vangeli, in una lingua ancora oggi ritenuta oscura: il latino. Così nacque il testo miniato più ammirato dell’epoca o, se non in quella, almeno nella nostra: The Book of Kells. Ma non è nel libro di Kells che si aggira il gatto bianco…

Book_of_Kells_34r_-_Katzen_und_Maeuse

“Book of Kells”, folio 34r (Old Library, Trinity College, Dublin)

Una notte – una notte mitica, forse di primavera – mi alzai per bere, e andando verso la cucina nel buio scorsi la macchia bianca che si muoveva: era Pangur, che usciva lesto dalla finestra dopo avere dormicchiato chissà per quanto tempo sul mio divano. Ero incredula. E incantata…
Ci furono altre notti così, quando iniziai a svegliarmi inconsciamente alla stessa ora per vederlo dormire. Ma forse i suoi poteri lo avvertivano o lui avvertiva l’impercettibile levarsi delle mie palpebre e facevo giusto in tempo a scorgerlo mentre se la filava con eleganza dalla finestra semiaperta. Pangur Bán.
Ebbi per un po’ l’illusione di poterlo tenere con me e i miei gatti, che stranamente sembravano accettarlo e Amarilli per me era anche un po’ innamorata… anche questo poteva essere solo merito dei poteri incredibili di Pangur.

Ma poi la natura prevalse e il territorio divenne troppo stretto, inospitale per l’ultimo arrivato. Così forse tornò dal suo padrone, di cui poco si conosce: molti dicono che viva in Austria, ma in Irlanda voci autorevoli confermano che stia in Svizzera, nel monastero di San Gallo, altri che sia il gatto di una misteriosa bambina. C’è infine chi sostiene si tratti di un certo Sedulius Scottus, ma io ci credo poco…

E infatti continuavo ad aspettarlo e ogni volta che lui tornava mi avvicinavo un po’ di più e da vicino mi accorsi che era molto magro, emaciato e il suo biancore si spegneva. Gli occhi però erano sempre vivi, brillanti, di un verde chiarissimo, un verde d’acqua.

PangurDaVicino

La poesia che parla di lui, forse la più antica poesia dedicata a un gatto che si conservi, è scritta sui margini di un remoto testo di scrittura, una sorta di quaderno scolastico usato da un giovane monaco irlandese per esercitarsi e che conteneva un po’ di tutto: inni, carte astronomiche e tavole matematiche, poesie.

TestoOriginalePangur

“Reichenau Primer”: in basso a sinistra la poesia di Pangur Ban

Il libro è conservato in una abbazia benedettina, in Carinzia, ma è stato scritto in un altro monastero, su un’isola lacustre. Chissà perché i monaci irlandesi sceglievano sempre le isole, ovunque andassero…

Da un po’ di tempo Pangur non si vede. Ogni volta che scorgo una macchia bianca sullo sfondo corro a guardare, ma non sono mai sicura che sia lui. Il gatto bianco a volte sono due. Un altro gatto – o forse una gatta – di colore bianchissimo abita da queste parti e quando c’era Pangur li distinguevo, sempre. Ora invece non sono più così sicura e attendo il momento che si avvicini un po’ di più per vedere quel colorino acqua nei suoi occhi.

GattoBianco1

Anche stamattina qualcosa di bianco si muoveva sullo sfondo e se non era Pangur vorrei almeno chiedergli, perchè lui – ma per me è una lei – lo sa, dove sia il gatto della leggenda, se nascosto nei dintorni o accucciato sul margine di un libro…

…dedicato a tutti i gatti…

 

Post scriptum: per questa storia devo molto al post di una ragazza americana, che potete leggere qui.

5 commenti

Archiviato in Atopos

Anagrafe antifascista

Sono stata a Sant’Anna di Stazzema quand’ero in vacanza a Nicola; credo fosse nel 2008, ad agosto.

Sant’Anna è una piccola frazione appoggiata sulle Alpi Apuane, a 660 mt. sul livello del mare. Ci si arriva inerpicandosi su una ripida strada panoramica tutta curve, da cui salendo si vede la Versilia, con gli stabilimenti balneari, i locali notturni, le persone più o meno importanti che si divertono.
Era un pellegrinaggio dovuto, in memoria della strage, di ogni vittima che ho poi ritrovato nel museo, appesa a un muro, che mi guardava ancora ignara da vecchie immagini in bianco e nero. Sono questi i ricordi più vivi che ho di quel pomeriggio. Non avevo il telefono che fa le foto a quei tempi e, per circostanze varie e sfortunate che non sto qui a raccontare, quell’estate non avevamo la macchina fotografica.
La località di Sant’Anna deve il suo nome a una piccola chiesa costruita nel XVI sec.: “…picciol ridotto di case sparse qua e là, sull’andamento degli acuti a nord-est di Farnocchia in mezzo a dette case vi è un oratorio sotto l’invocazione di Sant’Anna…” (Versilia granducale, 1700), si legge sull’opuscolo del Parco Nazionale della Pace – Centro Regionale della Resistenza.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Guardo le immagini riportate e mi sforzo di ricordare, ma le mie immagini sono sfocate: una radura fresca, verde, la porta di accesso al museo e la lapide con le parole di Piero Calamandrei, che intravedo un po’ meglio.

L’eccidio di Sant’Anna è uno dei più noti per il numero delle vittime: “560 innocenti, in gran parte bambini, donne e anziani. I nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra e bombe a mano, compiendo atti di efferata barbarie. Infine il fuoco, a distruggere e cancellare tutto. Non fu rappresaglia, non fu vendetta. Come è emerso dalle indagini della Procura Militare di La Spezia, si trattò di un atto terroristico, di una azione premeditata e curata in ogni minimo dettaglio…”.
Il resto lo potete leggere sul sito http://www.santannadistazzema.org, dove non troverete alcun accenno al tradimento di un partigiano che avrebbe causato il massacro, come si racconta in qualche film americano, fortemente criticato dall’ANPI e non solo (qui un articolo interessante de Il Post sulla faccenda).

In memoria di quella strage, di quelle persone e dei valori della nostra Costituzione antifascista il comune di Stazzema ha aperto un’anagrafe, l’anagrafe del Comune Virtuale Antifascista, al quale si possono iscrivere tutti i cittadini italiani.
Lo so che è poco, come hanno affermato i sopravvissuti alla strage, anziani che quella mattina di agosto erano bambini, ma è un gesto simbolico per me dovuto, per ricordare ma anche per opporsi, per dire che si è contrari e si rimane indignati ogni volta che il fascismo torna a farsi vivo, con gesti e manifestazioni che offendono tutti quelli che durante il fascismo c’erano e hanno sofferto e non lo possono dimenticare, perché i loro ricordi non sono sfocati come i miei…

ANAGRAFE ANTIFASCISTA

2 commenti

Archiviato in Pensieri

Natale

Natale

Nascerà in una stiva tra viaggiatori clandestini.
Lo scalderà il vapore della sala macchine.
Lo cullerà il rollio del mare di traverso.
Sua madre imbarcata per tentare uno scampo o una
                  fortuna,
suo padre l’angelo di un’ora,
molte paternità bastano a questo.
In terraferma l’avrebbero deposto
nel cassonetto di nettezza urbana.
Staccheranno coi denti la corda d’ombelico.
Lo getteranno al mare, alla misericordia.

Possiamo dargli solo i mesi di grembo, dicono le madri.
Lo possiamo aspettare, abbracciare no.
Nascere è solo un fiato d’aria guasta. Non c’è mondo
                per lui.
Niente della sua vita è una parabola.
Nessun martello di falegname gli batterà le ore dell’infanzia,
poi i chiodi nella carne.
Io non mi chiamo Maria, ma questi figli miei
che non hanno portato manco un vestito e un nome
i marinai li chiamano Gesù.
Perché nascono in viaggio, senza arrivo.

Nasce nelle stive dei clandestini,
resta meno di un’ora di dicembre.
Dura di più il percorso dei Magi e dei contrabbandieri.
Nasce in mezzo a una strage di bambini.
Nasce per tradizione, per necessità,
con la stessa pazienza anniversaria.
Però non sopravvive più, non vuole.
Perché vivere ha già vissuto, e dire ha detto.
Non può togliere o aggiungere una spina ai rovi delle
               tempie.
Sta con quelli che vivono il tempo di nascere.
Va con quelli che durano un’ora.

(E. De Luca, Opera sull’acqua e altre poesie, 2002)

Buon Natale a tutti

7 commenti

Archiviato in Atopos

Ritorni

Dove sono stata l’anno scorso? – qualcuno si chiederà. Sono sempre stata qua, in punta di piedi nella mia stanza. E cosa hai fatto, Tiptoe? Ho fatto le solite cose, ma senza farmi sentire, produrre rumore.
Ho letto e studiato; e dato da leggere (e dato da studiare). Ho giocato con i miei gatti, ho riso. Ho ascoltato vecchia e nuova musica, cercato epifanie, vagato nel tempo. Sono invecchiata.
Ho comprato sacchi di libri, e dove metterli in questa piccola stanza è un problema che cresce.
Ho passato tutto il tempo con Alda Merini e sono andata a cercarla lungo il Naviglio. Quasi ogni giorno.
Ho ricevuto un grande regalo: un antico scrittoio. Da lì ho visto quello che avete fatto e vi ho pensato. Poi ho smesso. Ho immaginato un’altra vita e goduto la solita. Sono ingrassata.

Alla fine sono andata in vacanza; e se avessi voluto – forse – non sarei mai tornata. Ho scoperto la magia della bassa marea, raccolto conchiglie finché dura il mattino. E le ho portate a casa, naturalmente, con i nuovi paesaggi. Sono tornata? Solo ogni tanto, perché chi è pronta per un vero ritorno? Mi piace essere altrove, lo sapete. Il ritorno – i ritorni – sono brevi momenti…

IMG-20170826-WA0000

Sandymount, mattino d’agosto

15 commenti

Archiviato in Ritorni

#iostocongabriele

ammennicolidipensiero

Le parole che vorrei aggiungere sono semplicemente queste, di Giulio Cavalli.

P.S. l’appuntamento, per chi vuole, è qui.

View original post

Lascia un commento

Archiviato in Atopos

Christmas song

Tantissimi auguri di buon Natale
agli amici del blog
e a chiunque passerà per caso da queste parti…

Sta piovendo sulle luci della strada, 
accendono i lampioni è tempo di Natale
e tu… sei qui con me: 
i tuoi vestitini allegri
sono addosso sotto i miei.

Gioco col cappello del vecchio
mentre i soldi cadon dentro; 
sono un dolce vagabondo
che ha lasciato il suo tesoro
e tu… sei qui con me: 
ti ho nascosta nel giaccone
per non farti prender freddo.

Sciabadabadaa…

I ragazzi stanno urlando
ed il flipper tintinnando; 
sono solo qui a guardarti
in uno spruzzo di ricordi
e tu… sei qui con me: 
faccio un brindisi per noi
a quando ti rincontrerò…

Sciabadabadaa…

 

 

5 commenti

Archiviato in Pensieri, Ritorni

Mare nostro

Mare nostro,
che non sei nei cieli,
e abbracci i confini dell’isola e del mondo,
sia benedetto il tuo sale,
sia benedetto il tuo fondale,
accogli le gremite imbarcazioni,
senza una strada sopra le tue onde.
I pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati.

Mare nostro,
che non sei nei cieli
all’alba sei colore del frumento,
al tramonto dell’uva di vendemmia,
ti abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste.

Mare nostro,
che non sei nei cieli
tu sei più giusto della terraferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le abbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
la carezza d’abbraccio
bacio in fronte
di madre e padre prima di partire.

(Erri De Luca per i migranti annegati nel Mediterraneo)

 e per tutte le vittime della guerra in Siria
e in ogni altro luogo dimenticato

9 commenti

Archiviato in Cielo e mare, Pensieri

Sguardi dall’infanzia 22: la fotografia.

Si cresce d’estate. Nel tempo delle scoperte, degli incontri, dei ritorni anche. Si cresce quando si vivono mille avventure, quando si fanno giochi diversi, pericolosi. Quando accadono fatti che poi a scuola si racconteranno, con fierezza e nostalgia. Si cresce nel tempo vissuto all’aperto, quando la casa è un ricordo lontano, che torna improvviso al richiamo di una voce: è ora di mangiare. Si cresce nel tempo in cui il sole si ritira più tardi e noi insieme a lui. Si cresce rimanendo piccoli, in silenzio, la mamma che piange.

Ricordo che ero immobile. In piedi, a pochi passi dai gradini che salivano al portone della palazzina a tre piani dove andavamo in villeggiatura. Davanti al portone la mamma, scesa perché aveva sentito qualcosa, perché aveva capito. Vicino a lei mio fratello; poco più in là i gemelli. Forse ci eravamo disposti così perché io rimanessi fuori, leggermente a parte della scena. Per offrirmi la stessa visuale trent’anni dopo.

Il bambino taceva, la mamma parlava. Il bambino era impaurito, la mamma invece non aveva paura di niente. Non alzava la voce e non si scomponeva, ma parlava decisa, risoluta, con l’orgoglio e la forza di chi difende i più deboli. La dovevano smettere di prendersela con il suo bambino, lui così piccolo e loro che già avevano finito le medie. Avrebbero potuto essere i suoi alunni: la stessa età, la stessa faccia forse. Ma gli alunni della mamma non erano così. La mamma ci parlava di loro, ci raccontava dei bei lavori che facevano insieme, dei posti incredibili dove li accompagnava nelle gite. Erano simpatici gli alunni della mamma, io lo sapevo. I gemelli invece erano arroganti e cattivi. E mi facevano paura. Non se la prendevano anche con me – forse – perché io ero una femmina, ma mi mettevano paura ugualmente. Erano così cattivi che io pensavo fossero dei drogati, il pericolo estremo per me, bambina degli anni Ottanta. Una volta uno dei due mi sputò sulla gonna, una gonna blu con i tulipani comprata al mercato. Naturalmente non dissi nulla, per paura e di più per vergogna. Forse è la prima volta che lo racconto. Andai a casa e cercai di lavare via lo sputo, di nascosto. Altre volte mi prendevano in giro, ma io non sempre potevo capirlo.

Uno dei due, il più basso e cattivo, disse alla mamma che suo figlio era un falso. La mamma si arrabbiò molto e ripeté anche lei quella parola – “falso” – che io non avevo mai sentito usare così, ma capivo benissimo cosa significava. Poi salimmo in casa e la mamma iniziò a piangere. La ricordo seduta su una sedia, con le mani sul volto. La fotografia di una madre inerme, che non sa come difendere il suo bambino.

La nonna le diceva di smetterla e minacciava di scendere lei da quei due, ma la mamma le disse di no. Arrivò la signora Maria, la padrona di casa. Non so se richiamata dall’accaduto o per altri motivi. Trovò la mamma che piangeva e da questo momento ricordo solo la furia, come scese le scale, come urlava contro i gemelli dicendo che c’era su “la signora che piangeva” e loro la dovevano finire di darci fastidio, a noi e a tutti.

Poi un giorno il mese di luglio finì e così la vacanza. Sulla 127 bianca tornammo a casa, per l’ultima volta.

Avevo trascorso in quel paesino del bergamasco cinque delle mie estati di bambina, cinque di quei mesi in montagna che sembravano non finire mai. Mi dispiacque non tornare più. Non rivedere le amiche; non ritrovare la piazzetta i sentierini e i muretti dove si giocava, dove scendevo contenta con le bambole, i Puffi e le Barbie. Non ricordo se avevo capito perché non andammo più in vacanza a Bagnella, però quel momento, quella situazione e la fotografia non li dimenticai. Li misi da parte, certo, ché per fortuna abbiamo angoli nascosti e spaziosi in cui accumulare le brutte esperienze, i brutti ricordi. Sono i ripostigli che ci salvano. Insieme al tempo e alla polvere. E a ciò che non sappiamo.

La bambina non sapeva che presto sarebbe tornata l’estate. Sarebbero iniziati altri mesi di luglio destinati a non finire mai. Non sapeva che avrebbe trovato altre montagne, più alte e più belle. Non immaginava gli incontri e le scoperte che in segreto la attendevano; per condurla – magari per mano – fuori dall’infanzia…

16 commenti

Archiviato in Ritorni

9 maggio 1978

Io avevo solo un mese, un mese e un giorno soltanto. Ma non per questo ero l’unica a non sapere. Forse solo le radio e le televisioni locali avevano dato la notizia o più verosimilmente neanche quelle. Nessuno tra chi mi circondava, nel Nord ricco e industrializzato, sapeva nulla e così è stato per molti, troppi anni.

Anche oggi la maggior parte della gente non conosce questa storia. D’altra parte, chi era Peppino Impastato? Solo un piccolo siciliano di provincia; un giovane sincero, limpido ed illuso che si potesse combattere la mafia; un ragazzo che scriveva, leggeva e lottava. E gli è capitato di morire la stessa notte che venne ritrovato il cadavere dell’onorevole Aldo Moro.

Oggi sono passati trentotto anni, trentotto anni nei quali, lentamente, i famigliari di Peppino hanno avuto giustizia. Trentotto anni, durante i quali, tenacemente, hanno portato in giro la sua storia, la loro storia, per continuare la lotta.

foto home

Per la “Casa della memoria Felicia e Peppino Impastato” (fonte: casamemoria.it).

Sono passati trentotto anni oggi ed oggi, a noi italiani, la mafia continua ancora a piacere…

15 commenti

Archiviato in Atopos, Pensieri