Lo scoiattolo della penna

Avevo sette anni, quasi e mezzo, quando lo scoiattolo della penna si arrampicava per l’ultima volta sopra un albero e sgusciava via, dalla vita.

La prima volta che sentii il tuo nome, Italo, facevo le scuole elementari. Ero in salotto, seduta per terra vicino alla poltrona di pelle tipicamente anni Ottanta. Sulla poltrona la mamma cercava di leggermi “Il visconte dimezzato”. Ricordo le sue impressioni, come le sembrasse incredibile l’idea che aveva avuto lo scrittore, l’immagine di un uomo tagliato a metà. Invece a me del povero Visconte diviso in due non importava un fico secco! Non avevo voglia di stare lì, ad ascoltare. Volevo andare a giocare, io!
Chissà dove si trovava Calvino quel giorno, se era ancora vivo; chissà cosa disse la mamma quando sentì al telegiornale la notizia della sua improvvisa e tanto ingiusta scomparsa.

Ero troppo piccola per ricordarlo, ero troppo piccola per incontrarlo.

Eppure oggi so che per quasi sette anni e mezzo ho abitato la stessa terra in cui Pin giocava a fare il grande, la stessa terra che il Barone rampante scrutava dall’alto. Per quasi sette anni e mezzo ho vissuto nella città invisibile dove Marcovaldo gironzolava a caccia di natura; ho camminato sotto lo stesso cielo che il signor Palomar guardava con nostalgia… E forse, mentre Qfwfq giocava ad atomi insieme a Pfwpf nello spazio cosmico, io giocavo a biglie sulla spiaggia con gli amici del mare…
Ma solo oggi che non ci sei più, caro Italo, finalmente possiamo giocare insieme: con le parole. Tu, però, rimani sempre il più bravo…

Il paese del pane bianco

«Avevo sette anni e di quel lontano 1944 ricordo l’urlo delle sirene nelle incursioni aeree, i morsi della fame e il buio delle notti di coprifuoco. Noi bambini eravamo amici dei partigiani, i giovani eroi coi fazzoletti rossi al collo che cantavano le canzoni patriottiche per le vie cittadine. Era il periodo della resistenza in Ossola e della nostra sofferta “Repubblica”» (Irene Pagani).

Ottobre 1944: la Repubblica partigiana dell’Ossola resiste da quasi 40 giorni, ma ormai è chiaro che la fine si avvicina. La popolazione non è più al sicuro e si teme una rappresaglia durissima da parte dei nazifascisti. Basterebbe poco per salvarsi, basterebbe raggiungere il confine e valicarlo; e il confine non è lontano. La Croce Rossa lo sa e lo sa Gisella Floreanini, membro del governo della Repubblica con delega all’assistenza. Saranno loro insieme alla Croce Rossa Svizzera a mettere in salvo migliaia di bambini, e anche molte donne e uomini.
La storia di quei bambini è stata raccontata dalle loro voci cinquant’anni dopo. Uno di questi, Claudio Barone, lanciò un appello tramite un quotidiano per ritrovare gli altri. Così venne costruito Il paese del pane bianco. Testimonianze sull’ospitalità svizzera ai bambini della “Repubblica dell’Ossola” (Grossi editore). Il libro che porto a casa dalle vacanze, che mi ha tenuto compagnia nelle mie sere in Valgrande.
45 sono le storie riportate. Ben più di 45 i bambini coinvolti e le famiglie svizzere che li hanno ospitati, accolti come figli e fratelli e sorelle. Storie tutte diverse: alcune brevi, ma la maggior parte è un racconto accurato e dettagliato, rimasto a lungo nella memoria che i bambini hanno cresciuto dentro di sé.
Il paese del pane bianco offre inoltre un altro punto di vista sulla guerra e sui rapporti internazionali. I bambini dell’Ossola sono i bambini della Repubblica partigiana: sanno cos’è, come e perché sia nata, grazie a chi. Sanno riconoscere in mezzo al male dove sta il bene. Nei partigiani loro eroi, ma anche nella gente comune che, senza problemi grazie alla neutralità del proprio paese, non rimane indifferente ma decide di offrire una mano a chi è in difficoltà.

Siamo abituati a pensare alla Svizzera come al paese neutrale per eccellenza, che non si schiera, non partecipa perché non conviene. In questo caso la Svizzera e la sua gente hanno dimostrato di saper scegliere una parte, quella giusta.

«…fui avvolta in una coperta e presa in spalla da mio padre che a turno con altri partigiani mi portarono fin lassù. Dissero anche che ero la più piccola bambina partigiana del suo gruppo».
(Osvalda Vignadocchio)

«Albeggiava appena, quando – garantiti dal silenzio calato sulla zona –qualcuno degli abitanti e noi ragazzi più grandicelli ci spingemmo fin su la strada deserta.
E qui – voglio ricordarlo quasi con la stessa emozione che provai allora – vidi per la prima volta, in carne e ossa, un partigiano. Era un giovane con la barba, giubba e calzoni corti, scarponi ai piedi. Imbracciava un’arma – uno “sten” apprenderò più tardi – ed era diretto a villa Tibaldi
per una prima ricognizione».
(Ezio Rondolini)

«Si è messo con noi un partigiano che andava in Svizzera, era ferito e perdeva sangue dalla testa, aveva attraversato il fiume per salvarsi. I partigiani stavano facendo saltare il ponte napoleonico e quello della ferrovia. Questo partigiano ferito ha preso in spalla il piccolo Virgilio e l’ha portato così fino a Varzo.
Non abbiamo mai saputo chi era…».
(Primo Falcaro)

La storia

Elsa Morante tra i suoi libri.

La prima volta che sentii parlare de La storia di Elsa Morante avevo 16 anni. Il professore di lettere ci aveva assegnato la lettura di un passo. Ricordo solo che c’era un bambino che si chiamava Useppe e che mi aveva annoiata. Mortalmente.
Allora ero un’adolescente egocentrica, nel senso letterale del termine: il mio unico centro ero io e anche i libri dovevano parlare di me.
Mi avvicinai a Elsa Morante più tardi, all’università. Il professore di latino, con cui poi mi sarei laureata, propose un suo racconto nell’ambito di un corso dedicato al dialogo tra antichi e moderni: Prima della classe. La prima della classe ero io: un mostro mai visto che agli occhi degli altri doveva apparire quasi inumano.
Comprai la raccolta da cui il racconto era tratto e la diedi da leggere anche a mia nonna, perché i Racconti dimenticati sanno parlare a tutti, anche a chi ha una dignitosa quinta elementare.
Ci fu poi L’isola di Arturo, mentre La storia continuava a rimanere in libreria, a farmi paura. Quell’unico episodio letto troppo presto pesava e pesava anche il mio tardivo amore per la storia. Mi vergogno quasi a dirlo, La storia finì tra le mie mani per una promozione Einaudi. Servivano due libri e per la prima volta, di fronte al volume bianchissimo tra gli altri Einaudi, considerai l’idea di comprarlo e di leggerlo.
Lo divorai. Non riuscivo a staccarmene come raramente mi era successo. Ero dentro le pagine, non sentivo nulla di ciò che accadeva intorno, nulla mi disturbava perché non c’ero. Ero altrove.
Una settimana dopo averlo finito, a ripensarci, piangevo ancora.
La storia di Elsa Morante oggi è sullo scaffale dei libri che maggiormente hanno in-ciso su di me, mi hanno tagliata e scavata nel profondo.
Ultima piccola nota: i due professori che di fatto sono stati i miei Maestri hanno entrambi messo Elsa Morante sulla mia strada. Ma quant’è bello il modo in cui una persona ci avvicina a un libro? Alle parole degli altri?

Taccuino delle vacanze #7

Giorno 7: sulla via del ritorno

…e anche quest’anno la vacanza volge al termine.
In valigia c’è posto per tutto: luoghi visitati, storie lette, treni presi, torte mangiate. Libri comprati e cartoline spedite, cieli azzurri e grigi, gelati e mirtilli, rumore d’acqua che scorre… e sul fondo anche un’ultima foto, dalla strada del ritorno.

Il “Giardino di Montagna” è un gruppo scultoreo di sette opere. L’artista milanese Giancarlo Sangregorio ha voluto lasciare qui questi lavori, in un luogo a lui caro.
Formatosi all’Accademia di Brera, Sangregorio rimase affascinato dalle cave dell’Ossola, dove la pietra congiunge la montagna all’arte.
Il “Giardino di Montagna” si trova a Druogno, davanti all’oratorio sconsacrato di San Giulio, lungo la strada che collega Domodossola alla Svizzera attraverso la Val Vigezzo. L’ho visto ogni volta che sono passata di qua durante la vacanza. L’ho scelto come ultimo ricordo di questa estate in Val Grande…

Taccuino delle vacanze #6 – parte seconda

Giorno 6: giornata partigiana. 
Parte seconda: pomeriggio piovoso a cercar caduti.

La Repubblica dell’Ossola deve ancora nascere, ma in tutta la valle si resiste da tempo.
La frazione di Finero, nel territorio di Malesco, sarà teatro di alcuni fatti di sangue oggi ricordati da diversi monumenti. La giornata grigia ci accompagna a cercarli.

Finero dall’alto (agosto 2022)

Da Zornasco, frazione in cui alloggiamo, ci spostiamo a Finero, dove il 23 giugno 1944 un comando infame di nazifascisti mette fine alla vita di un gruppo di partigiani. Sono i 15 martiri della fontana di Malesco.
Senza motivo di rappresaglia 15 partigiani catturati durante un rastrellamento vengono prelevati dall’asilo di Malesco, adibito a carcere, e fucilati contro il muro del cimitero di Finero. Ben visibile lungo la strada un grande monumento ricorda tutti i caduti della guerra di Liberazione. Due cartelli invece raccontano l’eccidio e il sentiero “Teresa Binda”, madre barbaramente uccisa per avere seguito il figlio partigiano.

Finero: monumento ai caduti per la libertà (agosto 2022)

Spostando lo sguardo verso il paese, una targa sulle mura che oggi circondano il cimitero indica il luogo dell’eccidio.

Finero: cimitero (agosto 2022)

Il cancelletto sembra chiuso, ma basta spostare il chiavistello e si può entrare: sulla sinistra due lapidi, una bianca e una nera, riportano il ricordo degli eventi e i nomi di 12 partigiani (3 sono rimasti ignoti).

Non sono passati neanche quattro mesi. È la mattina del 12 ottobre 1944 e al Sasso di Finero si prepara un’imboscata: i comandanti partigiani Alfredo Di Dio e Attilio Moneta resteranno uccisi.
Passato il borgo di Finero, in direzione Cursolo-Orasso un cartello posto all’imbocco di una galleria segnala l’area monumenti caduti partigiani ottobre 1944. Lasciamo la macchina in uno slargo e proseguiamo a piedi lungo la strada, ora dismessa, che affianca la galleria. 

In lontananza compare prima la lapide bianca sul dorso della montagna; poi di fronte l’area monumentale con le lapidi, i busti dei comandanti e il cartello che ricorda gli eventi.

“E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime… Vivo, sono partigiano.
Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
(Antonio Gramsci, Scritti giovanili)

Taccuino delle vacanze #6 – parte prima

Giorno 6: giornata partigiana. 
Parte prima: mattino.

Non potevamo tornare a casa senza una giornata dedicata alla memoria.
In Val Grande lapidi, monumenti, musei, sentieri che ricordano la Resistenza sono dappertutto. Tra questi c’era un posto che più di altri volevo vedere: la Sala Storica in cui si riuniva la Giunta provvisoria di Governo (G.P.G.) della Repubblica dell’Ossola.

Nel periodo della guerra partigiana alcuni territori liberati dall’occupazione nazifascista hanno realizzato i primi esperimenti di democrazia nel Paese. Tra questi la Repubblica dell’Ossola, che aveva sede nella città di Domodossola. Durante i 40 giorni della sua durata la G.P.G. si è riunita dove oggi si riunisce il consiglio comunale. Ci è bastato chiedere il permesso di visitarla e una dipendente del Comune ci ha accompagnati. Gentilissima, ci ha chiesto il motivo della nostra visita e ci ha regalato due pubblicazioni sull’argomento.

La sala è circondata di pannelli che illustrano la Storia che lì dentro si è compiuta, e il tavolo al quale siedono i consiglieri comunali è interamente ricoperto delle copie di volantini e provvedimenti della G.P.G. Non c’è che dire… si era pensato proprio a tutto! Campagna di raccolta delle eccedenze alimentari per sfamare la popolazione, campagna di raccolta armi e arruolamento per difendere la zona liberata, emanazione leggi, francobolli e marche da bollo, divieto di caccia, campagna vaccinale… A quel tavolo ben prima del 2 giugno 1946 sedeva anche Gisella Floreanini, con delega all’assistenza, in rappresentanza del PCI. Il suo lavoro fu determinante per la salvezza di migliaia di bambini e la rete di solidarietà da lei creata insieme ai Gruppi di difesa della donna sopravvisse alla caduta della Repubblica dell’Ossola il 23 ottobre 1944.

Girando intorno al tavolo, guardando e leggendo, mi veniva da pensare come si senta chi oggi siede lì…

Taccuino delle vacanze #5

Giorno 5: improvvisando

Giornata calda, troppo calda. Urgeva una fuga verso l’alto… Ed è così che abbiamo trovato la sorgente d’acqua ferruginosa.

Scappati da Malesco intorno a mezzogiorno, abbiamo preso la strada per l’Alpe Blitz. Ci siamo fermati al rifugio La vasca per pranzare, dove il cameriere (neanche mi conoscesse) mi ha subito avvertita che non c’erano i mirtilli… Dopo pranzo camminata sul ponte di pietra per favorire la digestione e poi via verso ben altre quote.

Tutto questo naturalmente in macchina, sia chiaro. A un certo punto però la strada finiva, quindi per raggiungere il rifugio Alpe Blitz con annessa frescura non restavano che le nostre gambe. Insomma, avremo camminato 5 minuti o poco più, ma comprensivi di piccolo guado, e finalmente il rifugio apparve all’orizzonte. Della frescura però non c’era traccia, nonostante i quasi 1300 mt. di altitudine…

Rifugio Blitz, 1270 mt. (agosto 2022)

Siamo allora tornati indietro, abbiamo recuperato la macchina e cambiato meta. Sopra il rifugio La vasca c’è una sorgente d’acqua immersa nel bosco, che sebbene a un’altitudine inferiore prometteva bene. E infatti, dopo altri 10 minuti di cammino con una pendenza di tutto rispetto, abbiamo finalmente abbracciato il fresco.

La sorgente d’acqua ferruginosa di Craveggia era detta “Vasca”. Ci sono diverse cartoline d’epoca che la raffigurano con le donne che se ne servivano.

Cartolina sorgente ferruginosa alla Vasca (1955, viaggiata)

Al ritorno, con temperature più gestibili, mi sono riconciliata con Craveggia e i suoi camini. C’ero stata pochi giorni prima, ma il borgo mi aveva lasciata un po’ delusa… Ora so che Craveggia va vista dall’alto, partendo dai camini per cui è famosa e scendendo piano verso il resto dell’abitato.

Tra i comignoli di pietra si distingue una piccola torre campanaria: è la cappella di San Bernardino, custodita, insieme ai suoi affreschi, da un angelo di ceramica…

Questa giornata senza progetti mi è sembrata una delle più belle dell’intera vacanza…

Taccuino delle vacanze #4

Giorno 4: ferrovia vigezzina-centovalli e Locarno

…sarà una certa mai negata predisposizione al fascino dell’antico, ma per quanto l’aereo consenta di volare e arrivare lontano in poco tempo, il treno è sempre il treno.

In vacanza un viaggio un piccolo tragitto in treno deve esserci. Attraversare il paesaggio dove alle macchine non è consentito, vedere altri angoli altri scorci da un’altra prospettiva, immaginare di percorrere un tratto di un’altra epoca… resta impagabile.
La ferrovia vigezzina-centovalli fa proprio questo: congiunge Domodossola e Locarno da più di cento anni senza sosta. Alla caduta della Repubblica partigiana dell’Ossola ha permesso a migliaia di bambini di salvarsi superando il confine e giungendo in Svizzera.
Da Malesco a Locarno il viaggio dura un’ora: un’ora di verde e azzurro, di alberi e corsi d’acqua… di vigne e casolari sparsi…

L’arrivo a Locarno riporta lo sguardo sulla città, dove però l’azzurro non manca.

Locarno: lungolago (agosto 2022)

Altri colori poi si mescolano alla vista, dalla città vecchia e dalla piazza fino alle opere della Fondazione Ghisla.

Infine il percorso della piccola Walk of fame dedicata a musicisti e cantanti filtra il ricordo di tante canzoni lontane…

Taccuino delle vacanze #3

Giorno 3: Cannero e Cannobio

L’acqua e l’azzurro non possono mancare nelle mie vacanze.
In montagna l’azzurro non manca mai: basta alzare lo sguardo ed è lì, in mille sfumature cangianti. L’acqua a volte va cercata, invece: salendo alla ricerca di piccoli e raccolti laghetti, scendendo lungo un fiume.
Dalla Val Vigezzo basta seguire la strada della Cannobina per trovarsi di fronte il Verbano, o Lago Maggiore. Si scende tra frazioni e piccoli borghi, immersi nel fresco della vegetazione, e superata l’ultima curva si apre Cannobio.

Da molto tempo volevo raggiungere la parte alta del Verbano. Cannobio è come me l’aspettavo, placida, limpida, bella. I colori della piazza e il rosso dei gerani risaltano e non spengono il blu che involge tutto.

Anche Cannero sognavo di vederla da tempo. Di sfuggita, sul finire del pomeriggio, l’abbiamo raggiunta… per superarla. Il borgo e i castelli sono comunque emersi lungo la strada: ho provato a catturarli per portarne a casa almeno un istante…

Alla fine della strada la meta più sentita: il cippo di confine della Repubblica partigiana dell’Ossola…

…ma questa è un’altra storia…

Taccuino delle vacanze #2

Giorno 2: mattino antico forno Thomà (Toceno), pomeriggio chiesa di San Gaudenzio (Baceno).

Le montagne e le valli che compongono il paesaggio del Verbano-Cusio-Ossola sono state una scoperta continua e a tratti inaspettata. Sapevo cosa andavo cercando, ma non tutto quello che avrei trovato. Il territorio è disseminato di vecchi mulini, forni, frantoi, lavatoi… molti privati ma utilizzati a pagamento dalle comunità, altri a gestione comunitaria. Le strutture sono state recuperate e alcune sono visitabili come il mulino di Zornasco di cui ho già parlato. Il borgo di Coimo ha invece una latteria sociale ancora funzionante. Noi siamo stati a Toceno. 

Come tutti i paesi della Val Vigezzo, la valle dei pittori, anche Toceno regala dipinti ad ogni angolo di strada e scorci da cartolina. Il forno Thomà si trova in cima all’abitato. Ben visibili la struttura a capanna e gli affreschi sulla facciata. Il forno era fondamentale per gli abitanti, che per non restare senza pane dovevano prenotarlo per tempo. Portavano la farina e la legna e trovavano il lievito sul posto, perché chi usava il forno lasciava una parte di pasta già fermentata a chi sarebbe arrivato dopo. Questo era il senso della comunità: collaborare, lavorare insieme, in modo che tutti avessero il pane quotidiano…

Andando verso Nord oltre Domodossola si entra in Valle Antigorio. Ci siamo stati nel pomeriggio alla ricerca della chiesa di Baceno, monumento nazionale. La chiesa (X sec.) dedicata a San Gaudenzio, primo vescovo di Novara, si innalza sull’abitato con la sua facciata inconfondibile: un affresco grandissimo di San Cristoforo è il suo segno di riconoscimento. Oltre la porta le altre sorprese: le pareti, il soffitto e le colonne sono interamente ricoperte di affreschi ben conservati. Al romanico originario si sovrappongono gli stili successivi. La cripta, infine, porta in un mondo ancora diverso: la grotta della Madonna di Lourdes. Il tutto immerso nel verde brillante di un’altra delle valli dell’Ossola.

Finita la visita, un gelato fior di latte e mirtillo fatto con il latte del territorio e l’ultima scoperta della giornata: la torta Fiore del Devero. Qui il link per i golosi…