Sguardi dall’infanzia 22: la fotografia.

Si cresce d’estate. Nel tempo delle scoperte, degli incontri, dei ritorni anche. Si cresce quando si vivono mille avventure, quando si fanno giochi diversi, pericolosi. Quando accadono fatti che poi a scuola si racconteranno, con fierezza e nostalgia. Si cresce nel tempo vissuto all’aperto, quando la casa è un ricordo lontano, che torna improvviso al richiamo di una voce: è ora di mangiare. Si cresce nel tempo in cui il sole si ritira più tardi e noi insieme a lui. Si cresce rimanendo piccoli, in silenzio, la mamma che piange.

Ricordo che ero immobile. In piedi, a pochi passi dai gradini che salivano al portone della palazzina a tre piani dove andavamo in villeggiatura. Davanti al portone la mamma, scesa perché aveva sentito qualcosa, perché aveva capito. Vicino a lei mio fratello; poco più in là i gemelli. Forse ci eravamo disposti così perché io rimanessi fuori, leggermente a parte della scena. Per offrirmi la stessa visuale trent’anni dopo.

Il bambino taceva, la mamma parlava. Il bambino era impaurito, la mamma invece non aveva paura di niente. Non alzava la voce e non si scomponeva, ma parlava decisa, risoluta, con l’orgoglio e la forza di chi difende i più deboli. La dovevano smettere di prendersela con il suo bambino, lui così piccolo e loro che già avevano finito le medie. Avrebbero potuto essere i suoi alunni: la stessa età, la stessa faccia forse. Ma gli alunni della mamma non erano così. La mamma ci parlava di loro, ci raccontava dei bei lavori che facevano insieme, dei posti incredibili dove li accompagnava nelle gite. Erano simpatici gli alunni della mamma, io lo sapevo. I gemelli invece erano arroganti e cattivi. E mi facevano paura. Non se la prendevano anche con me – forse – perché io ero una femmina, ma mi mettevano paura ugualmente. Erano così cattivi che io pensavo fossero dei drogati, il pericolo estremo per me, bambina degli anni Ottanta. Una volta uno dei due mi sputò sulla gonna, una gonna blu con i tulipani comprata al mercato. Naturalmente non dissi nulla, per paura e di più per vergogna. Forse è la prima volta che lo racconto. Andai a casa e cercai di lavare via lo sputo, di nascosto. Altre volte mi prendevano in giro, ma io non sempre potevo capirlo.

Uno dei due, il più basso e cattivo, disse alla mamma che suo figlio era un falso. La mamma si arrabbiò molto e ripeté anche lei quella parola – “falso” – che io non avevo mai sentito usare così, ma capivo benissimo cosa significava. Poi salimmo in casa e la mamma iniziò a piangere. La ricordo seduta su una sedia, con le mani sul volto. La fotografia di una madre inerme, che non sa come difendere il suo bambino.

La nonna le diceva di smetterla e minacciava di scendere lei da quei due, ma la mamma le disse di no. Arrivò la signora Maria, la padrona di casa. Non so se richiamata dall’accaduto o per altri motivi. Trovò la mamma che piangeva e da questo momento ricordo solo la furia, come scese le scale, come urlava contro i gemelli dicendo che c’era su “la signora che piangeva” e loro la dovevano finire di darci fastidio, a noi e a tutti.

Poi un giorno il mese di luglio finì e così la vacanza. Sulla 127 bianca tornammo a casa, per l’ultima volta.

Avevo trascorso in quel paesino del bergamasco cinque delle mie estati di bambina, cinque di quei mesi in montagna che sembravano non finire mai. Mi dispiacque non tornare più. Non rivedere le amiche; non ritrovare la piazzetta i sentierini e i muretti dove si giocava, dove scendevo contenta con le bambole, i Puffi e le Barbie. Non ricordo se avevo capito perché non andammo più in vacanza a Bagnella, però quel momento, quella situazione e la fotografia non li dimenticai. Li misi da parte, certo, ché per fortuna abbiamo angoli nascosti e spaziosi in cui accumulare le brutte esperienze, i brutti ricordi. Sono i ripostigli che ci salvano. Insieme al tempo e alla polvere. E a ciò che non sappiamo.

La bambina non sapeva che presto sarebbe tornata l’estate. Sarebbero iniziati altri mesi di luglio destinati a non finire mai. Non sapeva che avrebbe trovato altre montagne, più alte e più belle. Non immaginava gli incontri e le scoperte che in segreto la attendevano; per condurla – magari per mano – fuori dall’infanzia…

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9 maggio 1978

Io avevo solo un mese, un mese e un giorno soltanto. Ma non per questo ero l’unica a non sapere. Forse solo le radio e le televisioni locali avevano dato la notizia o più verosimilmente neanche quelle. Nessuno tra chi mi circondava, nel Nord ricco e industrializzato, sapeva nulla e così è stato per molti, troppi anni.

Anche oggi la maggior parte della gente non conosce questa storia. D’altra parte, chi era Peppino Impastato? Solo un piccolo siciliano di provincia; un giovane sincero, limpido ed illuso che si potesse combattere la mafia; un ragazzo che scriveva, leggeva e lottava. E gli è capitato di morire la stessa notte che venne ritrovato il cadavere dell’onorevole Aldo Moro.

Oggi sono passati trentotto anni, trentotto anni nei quali, lentamente, i famigliari di Peppino hanno avuto giustizia. Trentotto anni, durante i quali, tenacemente, hanno portato in giro la sua storia, la loro storia, per continuare la lotta.

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Per la “Casa della memoria Felicia e Peppino Impastato” (fonte: casamemoria.it).

Sono passati trentotto anni oggi ed oggi, a noi italiani, la mafia continua ancora a piacere…

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Ettore e Andromaca

Scendeva la notte, una notte senza luna di metà settembre, che accompagnava i cinque uomini alla porta più esterna della città. Avanzavano svelti in silenzio, in abiti borghesi, raccattati qua e là tra le case che li avevano accolti durante il ritorno. Tanti avevano incontrato e tanti li avevano aiutati. Era quello il tempo dei saluti, dell’ultimo saluto – alle mogli, alle madri dei loro figli – prima di salire sui monti e continuare la guerra da lì. Una guerra scelta, questa volta. Ettore era con loro e portava un fazzoletto rosso attorno al collo, sul quale era appuntato l’unico ricordo della divisa: una piccola stelletta d’argento, che aveva assunto nuovo significato. Era grande Ettore, robusto e forte. Aveva scelto quel nome in onore del padre, che fin da bambino gli aveva insegnato a esser giusto e generoso.

Le donne erano state avvertite con una staffetta ed erano uscite, di nascosto, coi bimbi piccoli. Sapevano di rischiare, ma quando non si ha scelta il coraggio si fa amico. Tra loro la giovane sposa di Ettore, con il bambino ancora al seno. Mai il padre l’aveva visto, preso in braccio, accarezzato; e almeno una volta – pensava la donna – era necessario lo facesse, per avere un ricordo un racconto una spiegazione da dare ad un figlio che, in cuor suo lo sentiva, un padre non l’avrebbe conosciuto. Guardava le altre donne, silenziose, fiere, decise, che non sembravano stanche mai, e si chiedeva se fosse la sola a trattenere con grande fatica le lacrime.

Tra questi fugaci pensieri, gli uomini erano arrivati e già abbracciavano le spose ed i figli. Lei sola esitava, lei che non capiva quella necessità, quell’urgenza, di correre via di nuovo anziché rimanere – nascosti, certo, ma vicini e vivi. Così, tra lacrime che non volevano sgorgare, parlò al marito: «Amore caro, perché sei così pazzo? Perché tanta audacia? Non è coraggio questo, ma incoscienza. E la tua incoscienza ti ucciderà. Non sai di avere un figlio e una moglie? Tu sei stato per me un padre, una madre e un fratello, ché tutti me li hanno ammazzati i fascisti, tutti. Cosa faccio se perdo anche te? Cosa dirò al figlio quando mi chiederà di suo padre? Ti prego, rimani. La guerra, certo, non è finita, ma perché combattere anche quando non è più il tuo dovere di uomo?».

Le rispose Ettore, stella abbagliante: «Donna, mia amata mia sposa mia compagna; lo so che ti porto un forte dolore, un altro tra i tanti che hai avuto, ma ho troppo rossore dei compagni e di chi mi ha cresciuto se resto come un vile al di fuori della lotta. Guardati intorno: chiuse sono le case, un silenzio di morte aleggia dovunque e tu devi uscire nascosta, la notte, rischiando di farti ammazzare per incontrare tuo marito. È questo il mondo che vuoi per tuo figlio? Potrei accontentarmi e rimanere, come hanno già fatto altri; ma io non voglio accontentarmi, voglio scegliere e scegliere vuol dire rivoltarsi, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è come loro: un fascista. Giorno verrà che lo saremo tutti, ma io voglio lottare e credere che questo non accada. Il mio dovere lo inizio adesso, non verso la patria, che niente mi ha dato, ma verso il mio cuore, che sogna un mondo libero e giusto».

Dopo avere detto così, si avvicinò al figlio, che mai l’aveva visto e piangeva. Ma Ettore lo prese con forza e lo sollevò in alto, più in alto della sua testa, e continuò: «E tu, mio piccolo figlio, potrai avere un giorno parole da dire, da opporre a quanti non avranno creduto e non crederanno più in niente, e urlare con l’orgoglio del cuore che tuo padre ha lottato anche per loro. E magari, chissà? –continuare anche tu la mia lotta…». Poi si tolse il fazzoletto dal collo e lo avvolse intorno al bambino.

Rispose la donna, pelle chiara: «E allora vai, Ettore grande, stella lucente, io sarò il tuo coraggio. Mi unirò alle altre donne, che salutano i compagni senza piangere. Vi aiuteremo anche noi, faremo la nostra parte, in qualunque modo: porteremo notizie, cibo e vestiti, e anche le armi se necessario. Non sarete mai soli. Fino a ieri sono stata una moglie, oggi divengo tua compagna e questo momento, questo saluto, sarà per nostro figlio un ricordo lieto».

Ettore forte allora sorrise e consegnò il bambino alle braccia della madre. Li abbracciò entrambi, a lungo. Poi riprese il fazzoletto con l’odore del figlio e lo strinse più forte intorno al collo. Baciò la sua Andromaca e partì coi compagni.

Le donne tornarono alle case, in fretta, ché l’alba stava per scendere e il giorno non doveva sorprenderle. Nessuna pianse: non ne avevano il tempo. Pensavano già a come aiutare gli uomini da lontano…

Buon 25 aprile

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The Head

Quando lavoravo per mio padre al negozio di dischi, c’era un tipo che avevo soprannominato The Head, perché era la fotocopia ‒ uscita male ‒ dell’omonimo personaggio di un cattivissimo cartone di MTV. The Head di The Head aveva però solo la testa, esteriormente parlando, perché interiormente non so cosa ci fosse. Siccome sono molto fortunata, io per questi tipi un po’ originali ho come la calamita e quindi The Head, tra tutte le commesse del centro, aveva un inconfessato e morboso debole per me.

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The Head in un giorno in cui era più bello del solito.

Ogni giorno si presentava in negozio a chiedere non so cosa, perché raramente lo ascoltavo, e levava le tende solo quando, dopo le cinque, arrivava mio padre e lo guardava male (forse perché mi importunava o più facilmente per la sua inquietante fisionomia).

Un mattino qualunque ‒ di quelli che sembrano non avere nulla da regalare e invece poi ‒ me ne andavo al lavoro accompagnata da un’amica, ché mi ero alzata e già non stavo bene (noi ipotesi siamo gente così, e se non ci credete chiedete a Giorgio Gaber). Arrivata al negozio, entro e nel retro mi accoglie un vivace mazzo di mimose. Lì per lì non ci bado, e soprattutto non mi preoccupo: è l’8 marzo. La mia amica inizia però a ridere e a guardarmi in modo strano, in quel modo che avevamo noi quando ci capitavano cose che agli altri non capitavano mai, mentre noi sembravamo avere il radar solo per quelle:
     ‒ Ale…
     ‒ Eeh?
     ‒ C’è un tipo strano che ti guarda da dietro la vetrina…

Mi volto, con nonchalance per non dare nell’occhio e non insospettire eventuali serial-killer:
     ‒ Ma dove che non c’è nessuno?!
     ‒ Si è nascosto!

A quel punto mi sorge un preoccupante sospetto e le chiedo:
     ‒ Per caso ha la testa grossa?
     ‒ Sì…
     ‒ Molto grossa?
     ‒ Sì…
     ‒ Spropositatamente grossa?
     ‒ Sì!
     ‒ Oh, cazzo: è The Head!
     ‒ Chi??
     ‒ Signore, ti prego: dimmi che le mimose non le ha portate lui!

Mentre la mia amica continua a ridere senza ritegno e senza pietà, io entro in azione e faccio l’unica cosa che posso fare: chiamo mio padre, nella speranza, vana, che le mimose siano opera sua. Agile e scattante, il genitore risponde al volo, ma dice che no, lui non c’entra. Ed io, incredula e demoralizzata, riattacco. Non faccio però in tempo ad elaborare un piano B che il telefono squilla: «Ale, le ha portate il nonno!», esclama mio padre all’altro capo dell’etere. “Grande, nonno: non ti ho mai voluto così bene!”, penso, o forse esclamo ‒ non so ‒ ma di sicuro esulto, sollevata, saltando per tutto il negozio.

A quel punto accade l’irreparabile: inspiegabilmente il cielo si oscura, un boato sinistro rimbomba per la città e la porta si spalanca quando un fulmine colpisce il suolo: entra The Head… con la mimosa. Io mi arresto, pietrificata. Il tempo si ferma, pietrificato anch’esso. La mia amica, infame, scivola nel retro, dove io so che andrà avanti a ridere di gusto, scegliendo le parole migliori per raccontare alle altre la nostra simpatica mattinata.

Intanto la scena riprende, con il macrocefalo che avanza e, tremante, allunga verso di me il pugno con i fiori. Farfuglia qualcosa, come al solito; ed io come al solito non lo ascolto. Vorrei solo darmi fuoco, o, meglio, dare fuoco a lui, alla sua cazzo di testa abnorme e soprattutto a quell’insopportabile mimosa mezza appassita e puzzolente che lui stringe ancora nelle sue mani ché le mie neanche la vogliono toccare!

Tuttavia lo ringrazio, forse. Sinceramente, non ricordo. Ricordo solo la mia amica, che, uscito The Head portandosi via il suo orribile testone, è ancora nel retro a rotolarsi dalle risate…

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L’albero e il bambino

L’insegnante scrive un racconto. Parla di alberi e di infanzia.

L’alunno lo legge e si ricorda di quando era bambino, di un libro che amava; e ne parla all’insegnante. L’insegnante cerca il libro, lo trova e scopre che è una storia famosa, conosciuta e tradotta in tutto il mondo. Il libro è L’albero. Allora lo compra, lo legge e lo regala a un bambino. Il bambino a sua volta legge il libro, tutto d’un fiato.

È sera, è tardi e nel buio della stanza entra la mamma. Si avvicina piano, in punta di piedi, ma il bambino non c’è. La mamma si volta, lo cerca. Ma non lo trova. Poi alza lo sguardo: e incredula vede il bambino che piange, abbracciato all’albero.

Dedicato a mio nipote Simone (il bambino) e a Gabriele (l’alunno), che mi ha fatto conoscere L’albero, di Shel Silverstein.

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Dell’Amore

Ai tempi del liceo la canzone che più di tutte le altre rappresentava ciò che doveva essere l’amore, era questa di Luca Carboni:

…e questi versi in particolare:

Voglio entrare nella tua vita,
dimmi a cosa stai pensando.
Vedi com’è bella la vita
anche solo per un momento
(L’amore che cos’è, 1992)

…canzone legata al primo amore, che ancora oggi, quando l’ascolto, è capace di regalare epifanie; e rivedo la ragazzina di quattordici anni, nella piazza di Cavalese, che guarda le vetrine della “Bottega di Veronika”, attendendo la sera…

Poi sono arrivati gli anni dell’università e la musica è cambiata. L’amore è diventato la via d’uscita, d’evasione, un biglietto del treno per due, una stanza doppia senza letti da aggiungere… Ricordo di avere invidiato un’amica che aveva passato il sabato sera a casa con il suo ragazzo a suonare canzoni con la chitarra. L’amore era allora lo spiraglio attraverso il quale fuggire dal mondo, inadeguato ai nostri sogni di ventenni, con l’albatro di Baudelaire e le canzoni di Battisti:

E infine è arrivato il mio compagno e insieme abbiamo iniziato a camminare per le strade del mondo, senza più ignorarlo. Perché a fare l’amore non ci riesci quando sai che in Palestina hanno ricominciato a sparare… E con lui ho imparato che per condividere non si può rimanere da soli, chiusi in un altrove solo nostro.

Buon San Valentino a tutti

“Fare insieme buone azioni è l’unico modo per amarsi” (I. Calvino, Il visconte dimezzato, 1951).

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La musica ai miei tempi

La musica ai miei tempi non usciva da uno schermo. Era scritta sopra un nastro, che a volte si inceppava, aggrovigliava e prima che fosse troppo tardi dovevi agire con cautela, con l’aiuto di una Bic. La musica ai miei tempi era annunciata da un rumore… il leggero e morbido graffio della puntina di diamante, la cadenza goffa e lenta del nastro che si avvia. La poesia ha iniziato a perdersi con l’arrivo dei CD.

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La musica ai miei tempi si comprava. Qualche volta, mica sempre, ché dischi e cassette costavano e allora ci si divedeva: tu compri questo, io quell’altro e poi ce li registriamo. Io il registratore bicassette all’inizio non l’avevo e con la bicicletta andavo a casa delle amiche. La musica ai miei tempi si doveva guadagnare. Coi risparmi delle mance, con le conoscenze giuste, con i pomeriggi infiniti alla radio e il dito pronto sul tasto “Rec”: prima o poi la canzone amata arrivava e tu dovevi esserci, decisa a schiacciare in quell’esatto istante. La musica ai miei tempi si aspettava…

La musica ai miei tempi seguiva il ritmo lento della mano, che con pazienza e fatica trascriveva le canzoni sul diario, o su foglietti sparsi da custodire gelosamente. E gli ascolti ripetuti per capire cosa dicessero! Non solo gli stranieri, anche gli italiani che si mangiavano le parole. Si restava settimane o mesi interi con dubbi irrisolti, e le dispute infinite a riempire le serate con gli amici…

La musica ai miei tempi non era troppa, debordante. Non c’erano motori di ricerca e canali dove digitare un titolo e prima ancora che avessi finito la canzone era iniziata. La musica non era pronta al nostro uso e consumo acritico. Era forse più sincera, era quella che avevamo scelto, che ci somigliava. La musica era anche nostalgia.

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La musica ai miei tempi era appartenenza. A un gruppo, a una fede, a un sogno di rock da cui non ti potevi risvegliare. Io quelli che un giorno si sono svegliati non li capisco. La famiglia, il lavoro e tutto il resto non valgono il risveglio, i dischi in cantina o addirittura venduti.

La musica era la sola compagna che avevamo, orfani delle cose che ci sono oggi e delle idee di chi ci aveva preceduti…

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La sorella cinese (3)

(Continua da qui)

Il racconto di Madre Natalia a un certo punto si interrompe. Gli ultimi avvenimenti risalgono al 1937 e vedono Maria trasferita a Nei-shan (oggi Neixiang) di nuovo come maggiore. Qui «il suo cuore missionario ebbe molto a soffrire per l’ostilità di quei cittadini verso la Chiesa Cattolica, per il loro tenace attaccamento alle superstizioni, malgrado tutto il bene che ricevettero specie in ogni incursione aerea, quando si gremiva di feriti il piccolo Ospedaletto». Il contesto storico è ora quello della guerra sino-giapponese, che dal 1939 scorrerà parallela e sovrapposta alla seconda guerra mondiale, moltiplicando il caos e le sofferenze della popolazione. Nonostante le difficoltà Maria continua la sua missione, tenacemente, e «nelle ore dolorose dei bombardamenti […] dal remoto nascondiglio in casa, offriva a Dio la sua vita pur di ottenere che quella casetta potesse mettere profonde radici in quel suolo sterile». Poi una lunga fila di puntini di sospensione segna l’interruzione.

Ma poco al di sotto la lettera si riapre – credo qualche anno dopo, quando viene inserito un altro racconto trascritto da un’altra lettera. La Rev. Madre Vice Superiora di Nanyang scrive alla vicaria di Hankow per comunicare notizie delle sorelle in servizio laggiù. Siamo al 3 di febbraio – suppongo del 1940 – e la città dove Maria ha lavorato per molti anni si dice «ridotta ad un mucchio di rovine». Bombardata ed incendiata più volte, Nanyang vede passare le incursioni di nuovi e vecchi padroni, che vi entrano a più riprese per saccheggiarla, e quando se ne vanno la lasciano in preda alle fiamme. Cessati i bombardamenti, suore e missionari si adoperano ogni volta per spegnere il fuoco. Gli spostamenti tra la città e il villaggio di Kinkiakang sono continui, ma nessun posto sembra sicuro ed anche la popolazione chiede aiuto e protezione. Dopo un assedio di cinque giorni ininterrotti gli ultimi occupanti se ne vanno.

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Suore cinesi di Kinkiakang nel 1936 (fotografia in vendita su delcampe.net).

Quando la calma sembra tornata, un’altra notizia giunge improvvisa: Madre Maria, di cui «era stato notificato un attacco di febbre qualche giorno prima era aggravata». La Vice Superiora parte immediatamente. Kinkiakang e Nei-shan distano più di centodieci km l’una dall’altra. Per spostarsi da un capo all’altro di quella immensa città che è Nanyang Google Maps mi dà un’ora e mezzo di macchina e quasi ventiquattro ore a piedi. La Madre canossiana impiega un giorno e mezzo di viaggio, immagino su qualche carretto rimediato in fretta e di fortuna, viste le difficoltà in cui versa ora la missione.

All’arrivo a Nei-shan le condizioni di Maria appaiono subito gravissime. Dai sintomi sembra trattarsi di una «peritonite con serie complicazioni che richiedevano il pronto intervento del chirurgo. Nell’impossibilità di trasportarla a Lao – ko – kou», le sorelle si abbandonano «all’intervento del Cielo; ma la povera Madre era pronta per la Patria Celeste». Il 5 di marzo Maria riceve il Santo Viatico e l’Estrema Unzione, in totale stato di coscienza e di sottomissione alla volontà di Dio:
        ‒ Maria, è arrivata una lettera dal Vescovo! ‒ irrompe una suora nella stanza.
        ‒  È la benedizione di Sua Eccellenza! ‒ aggiunge la Vice Superiora raggiante.
        ‒ E vedrai che tra poco arriverà anche il parroco da Nanyang.
In disparte, una minuta e giovanissima sorella cinese osserva la scena con riserbo. Forse vorrebbe dire qualcosa anche lei, ma non sa come. Allora pensa che un gesto possa essere più eloquente di tante parole e si fa coraggio: piano si avvicina, si china sul letto di Maria e le accarezza la fronte:
        ‒ Gesù, tutto quello che vuoi Tu e come lo vuoi Tu, ‒  risponde Maria sorridendo.

Passano altri dieci giorni e il momento della morte è ormai giunto. Il padre confessore e la Madre Superiora sono al capezzale di Maria:
     ‒ Madre, non solo offro i miei dolori per quanto Lei mi suggerisce, ma la mia vita ancora, purché possa morire in un atto d’amor perfetto ‒ e volgendo gli occhi al cielo spira.
Il padre confessore esce dalla stanza dicendosi edificato:
       ‒ Sorelle, penso di non avere mai assistito ad una morte così tranquilla.
       ‒ Amen! ‒ è il coro unanime delle suore.

SuoreBalconi

Le consorelle di Maria (foto dal libro di memorie di Padre L. Balconi, “33 anni in Cina”, 1946).

Così si conclude la missione di Madre Maria in Cina e così si chiude anche questa storia, l’incredibile e vera storia della mia antenata che parlava cinese.

«Per ordine di Sua Ecc. la cara salma venne trasportata a Kinkiakang e nonostante il lungo viaggio si conservò così bene che fece meravigliare tutti. Fu messa nella bara preparata con tanta delicata premura dal Rev. Padre Procuratore, Padre P. Magni che per gentile pensiero non la fece chiudere finché non fossero giunte anche le altre Madri da Nanyang. In Cattedrale ebbe la solenne Messa di Requiem cantata dai Rev. Padri e Seminaristi a cui assisteva anche sua Ecc. Venne tumulata nel cimitero della missione, accanto alle Madri che la precedettero».

La notizia impiegò quasi un mese ad arrivare ad Hankow ed il 6 aprile Madre Natalia così cominciava la sua lettera alle consorelle in Italia: «Reverenda Madre e carissima sorella, in questi giorni particolarmente consacrati al ricordo della Sua passione, Gesù ci ha chiesto il sacrificio di una carissima Madre che da 29 anni lavorava con zelo e con grande spirito di sacrificio nell’umile aiuola canossiana di Nanyangfu…».

Non so quando la lettera sia giunta in Italia, quanto tempo possa avere impiegato a percorrere l’immensa distanza che separa ed unisce la remotissima Cina e il piccolo paese in provincia di Milano dove Maria era nata nel 1888. Forse i parenti hanno ricevuto soltanto la notizia e la lettera al paese non è mai arrivata, riposta in un archivio di polvere e memoria. Un giorno, molto tempo dopo, l’archivio è stato aperto e finalmente libera di respirare è uscita la storia di Maria, la sorella cinese. È stato bello conoscerla e provare a darle una nuova vita.

MadriCanossiane

Madre Maria (a sinistra) con la sorella nell’unica foto che la ritrae e la ricorda.

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La sorella cinese (2)

(Continua da qui)

Ricostruire i tasselli di una storia che in Occidente poco conosciamo non è facile; ed ancor più complicato è ricostruire gli spostamenti di Madre Maria in un paese immenso, con una suddivisione amministrativa del tutto diversa dalla nostra e i cui nomi sono stati travolti dai rivolgimenti storici e culturali che li hanno attraversati.

La Cina non è certo il primo scenario che viene in mente pensando ad una missione cattolica; tuttavia, superata la rivolta dei Boxers, per i missionari ci furono anni di relativa calma, ma purtroppo per loro non durarono a lungo. Proprio nel 1912 il millenario impero cinese, dopo un lungo periodo di crisi, era definitivamente crollato e la repubblica che ne uscì all’inizio era soltanto un nome vuoto, che lasciava ampio spazio di manovra a banditi vari e ai “Signori della guerra”, esponenti della vecchia aristocrazia imperiale che cercavano di riprendere il potere.

Kin kia kang, il piccolo villaggio di trecento abitanti in cui Madre Maria arrivò quel 20 dicembre e che l’avrebbe ospitata per sempre, si chiama oggi Jingang e si trova nella città di Nanyang, una metropoli con status di prefettura che conta più di dieci milioni di abitanti e si estende per oltre 26000 km². A Nanyang ora sono le 16:18, il tempo è nuvoloso e la temperatura è di 8 gradi centigradi.

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Qui, in uno scenario diverso da quello attuale, moderno e pieno di luci, ha inizio la missione della giovane religiosa ed ha inizio anche la lettera-necrologio di Madre Natalia Piccioni, Vicaria Regionale ad Hankow (oggi Wuhan), l’unico documento che custodisca la lunga ed intensa storia di questa mia antenata che parlava in cinese.

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Madre Maria iniziò il suo umile lavoro occupandosi delle orfanelle, «che l’amavano teneramente come loro Madre», ma l’entusiasmo dell’inizio e la gioia portata dalle bambine e dalla convinzione di fare qualcosa di concreto per loro vennero subito messi a dura prova. Intorno alla città di Nanyang operava allora un famigerato capo-brigante, Lupo Bianco (in mandarino “Bai Lang”), che aveva al suo seguito una banda di ventimila seguaci e che già imperversava da tempo nella regione dello Henan, in cui era nato. Lupo Bianco non era solo in cerca di fortuna, come altri briganti che volevano approfittare della situazione di confusione politica, ma aveva anche validi motivi per avercela con i missionari locali. Pare infatti che tempo prima avesse cercato la mediazione del Vescovo, Mons. Tacconi, per riuscire ad inserirsi nell’esercito regolare, come altri banditi prima di lui. La mediazione però fallì e Lupo Bianco decise di vendicarsi. Prima molestò alcuni missionari e poi pose l’assedio intorno a Kin kia kang: era la sera del 18 ottobre 1913…

        ‒ Madre! Madre!
        ‒ Ditemi, sorella.
        ‒ È arrivato!
        ‒ È qui? È già qui fuori? ‒ interrompe Maria sconvolta.
        ‒ No. È nei villaggi intorno e sta bruciando tutto!
        ‒ Le bambine! Tenete calme le bambine!
        ‒ Signore, proteggici!

Il dialogo ‒ rapido, confuso e concitato ‒ questa volta non posso riportarlo come di fatto venne pronunciato, cioè in cinese. Siano i lettori ad immaginarlo, a farlo risuonare nella propria mente con un po’ di stereotipata fantasia. Io continuo ad utilizzare la mia per proseguire nel racconto…

        ‒ Presto, bisogna chiamare aiuto!
        ‒ Mandiamo qualcuno dai missionari.
        ‒ Ma cosa possono fare?

L’assedio dei briganti va avanti per tutta la notte. Serrate nella casetta della missione, le suore vegliano le bambine, tra le preghiere, la paura e il panico generale. Quando tutto sembra perduto, dal cielo rombano d’improvviso due aeroplani: è l’esercito. Lupo Bianco e i suoi capiscono che non c’è più nulla da fare e si disperdono. La cittadella cristiana è risparmiata: Madre Maria, le consorelle e le bambine dell’orfanotrofio sono in salvo. Ma al mattino, oltre ai raccolti distrutti, si contano trecento villaggi bruciati e duecento persone mancanti all’appello. Il 5 agosto 1914 i giornali internazionali annunceranno la morte di Bai Lang e l’imminente fine della sua banda.

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Periodico dell’epoca che riporta notizie di “White Wolf” e della sua banda (in vendita su ebay.com).

Gli anni che seguirono furono quelli del primo conflitto mondiale. All’orfanotrofio il lavoro di Maria prosegue, tra le fatiche, le preghiere e i pensieri rivolti al cugino al fronte e ai parenti in Italia.

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Nel 1920, su ordine del nuovo Vescovo, Mons. Belotti, i Superiori Ecclesiastici decidono di aprire in Kin kia kang un Noviziato per le suore indigene e Maria, che dopo otto anni di permanenza ha ormai imparato il dialetto locale, viene scelta come Vice Madre maestra e «sotto il suo umile e faticoso lavoro quei primi fiori si aprirono belli e robusti alla grazia divina». Da insegnante mi piace pensare che siano stati anni di soddisfazioni, durante i quali avviare le sorelle più giovani al mestiere che Maria stessa, prima di loro, aveva scelto. Suore e sacerdoti tuttavia non si fermano mai troppo a lungo in un luogo e nel 1928 Maria fu nuovamente spostata di sede e mandata come superiora locale in città, nella filiale di Nanyang, dove i guai erano di nuovo in attesa…

Anche la regione dello Henan, allora sotto il dominio del signore della guerra Wu Peifu, venne infatti travolta dalla guerra civile scoppiata l’anno precedente tra i nazionalisti del Kuomintang e i comunisti di Mao. Alla confusione politica che si creò vanno poi aggiunte l’ostilità dei movimenti antireligiosi, le incursioni di banditi e criminali che non mancano mai e la carestia.  

Dalla ricostruzione dei fatti di Madre Natalia non è chiaro da chi siano state inflitte le sofferenze che patirono suore e bambine, se «le truppe brigantesche [che] tentarono più di una volta di occupare i locali di quella casa» fossero semplici briganti in cerca di denaro e ricchezze o soldati di uno degli schieramenti. Fatto sta che pochi anni dopo, nel 1932, quando Maria era stata nuovamente spostata di sede e nominata maggiore nel villaggio di Che – ki – tchen (oggi Sheqizhen), fu di nuovo coinvolta in un assalto e «dovette fuggire con le due Madri ed orfanelle e rifugiarsi in un villaggio cristiano, per tre giorni, causa l’entrata dei briganti in quella città».

        ‒ È passata. Anche questa volta è passata.
        ‒ Vedete, sorelle? Il Signore ci aiuta sempre! ‒ commenta Maria.
        ‒ E i nuovi cristiani, Madre: anche loro ci hanno aiutate.

Maria e le sorelle cinesi possono tirare un sospiro di sollievo, ma chissà se in cuor loro non sentano già che la Storia tornerà presto ad intromettersi con violenza nella vita della missione (continua…).

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La sorella cinese (1)

La bisnonna Natalina diceva che era una moda: quelle di Nova andavano “a suora”. Così sua cognata e tutte le cugine della cognata. Due scelsero le suore dell’Immacolata Concezione di Ivrea, mentre le altre si arruolarono tra le madri Canossiane di Pavia. Solo l’ultima, la più giovane, non portò a termine l’impresa: dopo un periodo di malattia, le suore la rispedirono a casa sollecitandola a rimanervi, perché troppo fragile per affrontare le difficoltà della vita da religiosa.

Che andare a suora potesse essere una moda oggi suona molto strano, figuriamoci a chi, dopo anni trascorsi tra le ipocrisie della parrocchia, si è allontanata dalla religione e da tutto ciò che la ricorda. A pensarci bene, però, in un’epoca in cui per le donne non c’erano spazi di libertà, quella poteva rappresentare una scelta personale, svincolata dall’obbligo del matrimonio e della maternità, o della cura della famiglia cui si trovava costretta chi rimaneva zitella. Le suore ‒ sebbene non fosse per tutte così e bisogna ricordarlo ‒ sceglievano di indossare l’abito monacale, di dedicarsi agli altri, di allontanarsi dalla famiglia d’origine e, in alcuni casi, di vedere il mondo…

Era la sera del 16 ottobre 1912 e tutto era pronto per la partenza: i bauli, l’abito da viaggio, la trepidazione. Le sorelle erano visibilmente emozionate: tutte molto giovani, si rendevano conto solo in quel momento che la loro vita stava per cambiare. Forse per sempre. La meta era la lontanissima Cina, della quale ancora oggi, in epoca di globalizzazione, abbiamo un’idea vaga ed esotica…

            ‒ Sarù bona de imparà la lengua?
            ‒ A gh’è la scola!
            ‒ Sì, ma mi a parli dumà in dialett…
            ‒ E te parlaree el dialett da chi gent là!
            ‒ La lengua, la lengua… Mi a ghù paura di malatii!
            ‒ Se te ghe paura di malatii sta a cà!
            ‒ Ti te ghe reson, ma mi a ghù paura instess…

Tra le voci del dialogo anche quella di Madre Maria, una delle cugine del mio bisnonno. Chissà se la voce di chi si sente inadeguata o di chi si mostra entusiasta; di chi ha timore di avere sbagliato o di chi cerca in qualche modo di fare coraggio alle altre. Maria era entrata nel Noviziato pochi anni prima, nel 1908, all’età di vent’anni. Novant’anni più tardi sarei stata io ad avere vent’anni; io però avrei frequentato l’università, sarei uscita con gli amici, con i ragazzi, avrei avuto ben altri sogni, ignorando, non solo quella storia, ma soprattutto che un giorno mi sarei messa a ricostruirla, tra i pochi dati certi e una buona dose di fantasia narrativa…

Ma torniamo alla sera del 1912, la sera in cui era la fantasia di Madre Maria e delle sue consorelle a lavorare, ad immaginare come sarebbe stato il viaggio ‒ lungo due mesi ‒ durante i quali attraversare tutta l’Asia, ammirare paesaggi mai visti, sopportare i fastidi di mezzi di trasporto che io fatico a immaginare. O forse si preparavano ad un viaggio per mare, con partenza dal porto di Genova, su un moderno piroscafo che dal canale di Suez avrebbe poi seguito il profilo e le coste dell’Oceano Indiano, lasciandole al porto di Shanghai. Da lì vedo la missione risalire il corso del fiume Azzurro a bordo di un vaporino sottile ed evanescente, approdando, dopo quattro giorni, ad Hankow.

            ‒ Maria, mi gha la fò pù!
‒ ’N dov’è ch’a sem?
‒ Ad Hankow, sorella ‒, interviene il padre missionario.
            ‒ E manca ancora molto?
            ‒ Un po’.

E ha ragione la giovane madre a domandare, perché il viaggio ancora non può dirsi finito: altri due giorni saranno infatti necessari con il treno, sulla linea Hankow – Pechino, ed infine di nuovo altri cinque su di uno scomodo e pesante carro cinese.

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Questo che ho appena raccontato non è però il viaggio di Madre Maria verso la Cina. È il viaggio di Padre Giuseppe Maggi, originario del bergamasco, che negli anni Venti ebbe la stessa assegnazione e di fatto la raggiunse quando lei era già al lavoro da dieci anni. Di come Madre Maria e le consorelle abbiano viaggiato non sono riuscita a scoprire nulla ed allora ho provato a cercarle seguendo il percorso di altri missionari italiani. Le loro storie sono disseminate per la rete, una rete allora inimmaginabile, che le ha salvate dal tempo e dall’oblio… A volte sono ricostruzioni di missionari di oggi; altre volte la trascrizione di diari che raccontano tutto, dai dettagli del viaggio in nave alle emozioni che il mare – agitato di notte, calmo all’arrivo del sole – sa inventare.

Leggendo un po’ di storie quello che ho appurato è che le missioni partivano a piccoli gruppi e le suore non erano mai sole, ma sempre in compagnia dei loro fratelli nella fede. Le partenze erano frequenti, quasi quotidiane: solo pochi giorni prima di Madre Maria erano partite altre cinque suore Canossiane, al seguito di Padre Antonio Capettini, che faceva rientro ad Hanchung (oggi Hanzhong) dopo un lungo periodo di malattia. Suppongo che la scelta fosse dettata dalle prenotazioni e dai posti disponibili sui grandi transatlantici che facevano sognare i ragazzini che li vedevano attraccati al porto di Genova…

QuattrobajGenova1912

Il porto di Genova nel 1912 (cartolina in vendita su quattrobaj.com)

Tra tutte queste ipotesi, supposizioni e fantasie l’unica cosa certa è che il 20 dicembre anche Madre Maria arrivò finalmente a destinazione, a Kin – kia – kang, nome che significa “Colle della Famiglia Kin”, nella regione dello Henan, nella Cina centro-orientale; e qui diede inizio alla sua missione ed alla sua nuova, avventurosa vita (continua…).

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