Chiara cantante e altre capraie: la poesia che completa la Storia

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«Ogni giorno ripetevano quella stessa vita, sulle stesse vie, con le stesse preoccupazioni delle schiere di antenati che li avevano preceduti, e così credevano sarebbe stato per sempre».

È un libro prezioso quello di Doris Femminis, al confine tra saga familiare e romanzo storico.
Insegno storia da diversi anni e da un po’ mi dedico alle ricerche genealogiche sulla mia famiglia. Incontro nomi e date, eventi che sono sempre gli stessi: nascite, battesimi, matrimoni e morti. A ogni generazione, a ogni ramo la catena ricomincia: si nasce, si ottiene un nome (non sempre), ci si sposa, si partorisce se si è donne, e infine si muore.
È quanto accade alle mie antenate e alle donne di Chiara cantante. Fiera di tutti i nomi scritti sui rami del mio albero, spesso mi sono domandata chi fossero davvero quelle persone, se avessero un’anima, qualcosa che le rendesse uniche, diverse dalle altre: come si può essere qualcuno quando si vive tutti ciclicamente la stessa vita?
Chiara cantante mi ha accompagnata tra le sue pagine seguendo le mie domande. Conoscendo la storia di una mia antenata di metà Settecento, morta a circa quarant’anni, di parto, dopo avere dato alla luce l’ennesima creatura, morta anch’essa prima ancora di ricevere un nome, mi sono chiesta se la sorte della donne un tempo non fosse questa per tutte: «Come da Eva e per il lungo srotolarsi di razze, stirpi e provenienze, le donne avevano partorito figli provvisori, uccisi dall’aria, dalla fame o dalla storia, sacrificati sugli altari, trivellati dalle guerre […] strappati alla vita dalla vita, nel dissanguarsi del parto, morenti con l’orfano ancora nudo e bagnato quale ultimo miraggio e, contro ogni buonsenso, li avevano amati e rimpianti, così le madri della Bavona…».

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Gli atti di morte della mia antenata Teresa (sotto) e quello del suo bambino (sopra). Nova Milanese, ottobre 1790.

Dal 1910 al dopoguerra Elisa, Emma, Chiara e le altre capraie di questa saga a metà tra la Svizzera e l’Italia, fra le montagne e il Cielo, si susseguono sullo stesso scenario, compiendo gli stessi gesti, tentando ognuna di «accogliere con umiltà il destino che era stato di sua madre e della sfilza di donne che l’avevano preceduta», ma soffrendo ognuna il proprio dolore.
Cronache, manuali, archivi sono una miniera di informazioni, ma non possono restituire le voci di chi ha vissuto. I fatti che percorrono le pagine di Chiara cantante sono gli stessi che hanno percorso le pagine di molti: lavoro, emigrazione, miseria, due guerre mondiali…. ma i sentimenti li può restituire solo la letteratura.
Il dolore ha una voce diversa per ogni donna e rende diversa ogni storia. Tra le storie di Chiara cantante si distingue quella di Marta: sfiorata dalla grande Storia, che le ha portato un uomo, le ha lasciato un bambino; e quella di Agata, così affezionata alle sue capre da lasciarle soltanto in previsione di crescere dei figli.
Tra le voci si distingue quella di Chiara, l’unica voce che si fa canto, l’unica storia che non si farà destino…
Qui, dove la poesia completa la storia, le capraie di Doris Femminis incontrano le mie antenate e restituiscono loro una voce che, sebbene io non possa sentire, so che in qualche modo ha risuonato.

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Le rose del nonno

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Anche quest’anno sono fiorite le rose del nonno.
Era il 25 aprile, quando abbiamo colto l’unica rosa da portare al partigiano che dà il nome alla strada.
Oggi le rose non si contano più.
Sono rose selvatiche, piantate dal nonno tanti anni fa. Sono rosse ma leggermente rosate. Si appoggiano al muro che le sostiene paziente.
Il nonno non le piantò nel suo guardino, ma lungo la strada.
E oggi le rose del nonno sono le rose di tutti.

 

 

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Dei sepolcri

Dal blog di Pentagora un altro mio intervento. Buona lettura.

Dal dì che nozze e tribunali ed are / dier alle umane belve esser pietose / di sé stesse e d’altrui iniziò la civiltà. Ho riaperto i Sepolcri in questi giorni e mi sono resa conto nuovamente di come le… Continua a leggere → L’articolo Dei sepolcri proviene da Il Blog di Pentagora.

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Lesbos

Dal blog di Pentagora:

Lesbo. Uno di quei nomi che evocano reminiscenze liceali, contengono poesia. Un luogo del passato, di quello classico e di quello di tutti. Un suono mitico, che nel mito proietta solo a sentirlo. Se poi viene pronunciato in greco… Continua a leggere → L’articolo Lesbos proviene da Il Blog di Pentagora.

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Ballata delle donne

quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia:

quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace:

quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire:

perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente:

femmina penso, se penso l’umano:
la mia compagna, ti prendo per mano:

– Edoardo Sanguineti –

Poesia-canzone composta da Edoardo Sanguineti nel 1985,
in occasione di un evento al quale erano presenti

donne che avevano partecipato alla Resistenza.
La poesia è stata musicata da Massimiliano D’Ambrosio
e di recente anche da Margot.

Alle mie alunne, amiche e colleghe: auguri

…Ma davvero la bellezza salverà il mondo?

Dal blog di Pentagora un mio altro intervento:

…ma davvero la bellezza salverà il mondo? di Alessandra Scurati Frase abusata, quasi fatta ormai. Mi fermo un istante e provo a pensarci davvero: ma la bellezza può salvare il mondo? Se ne sente parlare sempre più spesso, della bellezza:… Continua a leggere → L’articolo …Ma davvero la bellezza salverà il mondo? proviene da Il…

via …Ma davvero la bellezza salverà il mondo? — Il Blog di Pentagora

Tutte le piante si chiamano in latino

di Alessandra Scurati

Mentre ero lontana, lontana da qui, ho fatto un po’ di cose e ho scritto molto, addirittura un libro. Ora quel libro, dopo tanti giri a vuoto tra case editrici sparse per l’Italia, sta prendendo forma nel mondo poetico-rurale di Pentagora. Parlerò un’altra volta di Pentagora, laboratorio editoriale per artigiani di cultura; ora mi limito a segnalare un mio articolo sul loro blog.
Buona lettura.

«La creazione di un giardino è come la creazione di un’opera letteraria», scriveva il vecchio Libereso. Il legame tra poesia e piante, tra giardino e letteratura, è già nelle parole…

Continua a leggere → L’articolo Tutte le piante si chiamano in latino proviene da Il Blog di Pentagora:

via Tutte le piante si chiamano in latino — Il Blog di Pentagora

5 minuti (con playlist)

Traccia 1

Era l’unica a non essere convinta che un rimorso fosse meglio di un rimpianto. Era l’unica ad avere già compiuto vent’anni; gli altri ci sarebbero arrivati chissà quanti anni dopo, perché a quell’età il tempo ha un altro ritmo, che poi non torna più…

Traccia 2

Di colpo però si era ritrovata lì, a quella sera, tutti insieme sulle sdraio con davanti solo il mare, a pochi passi. Si era ritrovata a pensare come se avesse avuto ancora tempo, ancora storie da vivere. Ma di lì a poco la storia appena aperta si sarebbe richiusa, lasciandola fuori.

Traccia 3

Non voleva che accadesse, che arrivassero quegli ultimi 5 minuti da vivere, perché poi il varco si sarebbe chiuso nuovamente, il miracolo sarebbe svanito, e lei sarebbe tornata qui, dove è ora: a scrivere e nient’altro…

Traccia 4

La pastasciutta della libertà

Quest’anno purtroppo, per motivi familiari, niente pastasciutta antifascista. Quindi rimedio così, con il racconto di quel giorno, quello talmente bello da essere vero: il 25 luglio 1943. Le parole sono proprio le sue, quelle dell’indimenticato e indimenticabile papà Cervi, tratte dal libro in cui racconta la storia dei suoi sette figli:

“Il 25 luglio eravamo sui campi e non avevamo sentito la radio. Vengono degli amici e ci dicono che il fascismo è caduto, che Mussolini è in galera. È festa per tutti. La notte canti e balli sull’aia. Dovevano cadere così. Sembrava chissà che, e sono caduti con uno scherzetto. Ma è perché, mentre loro parlavano di impero e costruivano propagande, il popolo faceva come Forbicino, e tagliava tagliava, finché tutto il castello era posato sull’aria, e molti non se ne accorgevano, e dicevano: che bel castello. E invece era tutta finzione e vergogna.
     Facciamo subito un gruppo di contadini e andiamo a Reggio, per la strada tutti si aggiungono e la colonna diventa un popolo. Ognuno sembrava che aveva vinto lui, e questa era la forza. Ci sentivamo tutti capi di governo.
     Arriviamo sotto le carceri di San Tomaso e chiediamo la liberazione dei fratelli antifascisti. Si aprono le porte ed escono i patiti, i sofferenti, i testardi antiregime, i controcorrente, quelli insomma che avevano misurato col cervello dove andava veramente la corrente sotto l’increspata.
Hanno barbe e occhi frizzanti, ci abbracciano e sono tutt’ossa, altri invece sono grassi e acquosi, andati a male nel buio.

     Ma il piacere è breve, perché bisogna pensare alla situazione. È Aldo che ci ricorda la frase di Badoglio: «la guerra continua a fianco dei tedeschi». I rospi verdi infatti ci guardano da fermi e sembra che aspettino. Ma è pure Aldo che ci dice di far esplodere la contentezza, intanto si vedrà. E propone:
– Papà, offriamo una pastasciutta a tutto il paese.

     – Bene – dico io – almeno la mangia.
     E subito all’organizzazione. Prendiamo il formaggio dalla latteria, in conto del burro che Alcide Cervi si impegna a consegnare gratuitamente per un certo tempo quanto basta. La farina l’avevamo in casa, altri contadini l’hanno pure data, e sembrava che dicesse mangiami, ora che il fascismo e la tristizia erano andati a ramengo. Facciamo vari quintali di pastasciutta insieme alle altre famiglie. Le donne si mobilitano nelle case intorno alle caldaie, c’è un grande assaggiare la cottura, e il bollire suonava come una sinfonia. Ho sentito tanti discorsi sulla fine del fascismo ma la più bella parlata è stata quella della pastasciutta in bollore. Guardavo i miei ragazzi che saltavano e baciavano le putele, e dicevo: beati loro sono giovani e vivranno in democrazia, vedranno lo Stato del Popolo. Io sono vecchio e per me questa è l’ultima domenica.
     Ma intanto la pastasciutta è cotta, e colmiamo i carri con i paioli. Per la strada i contadini salutano, tanti si accodano al carro, è il più bel funerale del fascismo. Un po’ di pastasciutta si perde per la strada per via delle buche, e i ragazzoli se la incollano sotto il naso e sui capelli. Arriviamo a Campegine tra braccia di popolo e scarichiamo la trattoria. Uno dice: mettiamoli tutti in fila, per la razione.
        Nando interviene:
        – Perché? Se uno passa due volte è segno che ha fame per due.
     E allora pastasciutta allo sbrago, finché va. Chi in piedi e chi seduto, il pranzo ha riempito la piazza grande, e tutti fanno onore alla pastasciutta celebrativa. Ma si avvicinano i carabinieri, e vogliono disperdere l’assembramento. Gelindo si fa avanti e dice:
     – Maresciallo, rispondo io di tutta questa gente. Accomodatevi anche voi.
     E i carabinieri si mettono a mangiare”.

(Alcide Cervi, I miei sette figli, Einaudi, 2010)

Buon 25 luglio a tutti, ovunque voi siate.

La famiglia Cervi al completo