International Women’s Day

Auguri di cuore a tutte le donne

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Caro Faber

Caro Faber,
ti ho incontrato tardi nella mia vita. Ti ha portato l’università, insieme ad altri cantautori che prima semplicemente ignoravo. Però ricordo il giorno della tua morte, la notizia al telegiornale, come qualcosa che ti colpisce senza una ragione. Conoscevo diverse tue canzoni per averle sentite, mai ascoltate. La prima volta che ti ascoltai non eri nemmeno tu a cantare, ma un altro che ti conosceva e amava da molto. Tuttavia io sentii solo te nel cuore impazzito del malato di cuore e anche il mio cuore stordì e ora no, non ricordo se fu troppo sgomento o troppo felice…

Cominciai a cercarti, e fu facile in verità trovarti dappertutto: nella terra di Liguria che già era mia e con te la scoprivo più ricca, di Mediterraneo e di poesia…

Nella storia triste di quella ragazzina di Brescia colpevole di bellezza, che come le più belle cose visse solo un giorno come le rose… Non ho mai sopportato l’insulto alle donne, il solo a non avere un corrispettivo maschile; solo tu riuscivi a dirlo con rispetto, a non farlo essere un insulto…

Ti ho trovato nel cristianesimo che avevo abbandonato, ma che tu hai riportato con il suo vero messaggio di pietà che non cede al rancore:

Nella delicatezza di un gesto: i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte… Nell’umanità di Maria, di cui porto il nome dietro al mio: gioia e dolore hanno il confine incerto nella stagione che illumina il viso…

Nella libertà, nella lotta, nella giustizia:

Nella poesia che amo, dove son merci ed uomini il detrito di un gran porto di mare, e io ritrovo, passando, l’infinito nell’umiltà. E soprattutto ti ho trovato in tutte le anime salve in volo per il mondo:

Grazie, Faber…

Solo l’amare…

«Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto…»

P.P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, 1956

TombaGramsci2

Foto inviatami dal mio alunno Matteo Rossetti

Auguri per un anno d’amore e conoscenza:
amori letterari, incontri di persone e personaggi,
conoscenza di sé degli altri del mondo.
O di una sola parola…

La storia del censimento

La parola censimento la imparai presto, da bambina.

A volte era la nonna a metterci a letto – mio fratello e me – e in quell’occasione la storia prima di dormire non poteva mancare.
La nonna aveva tre storie. Era un tipo pratico, che sapeva risparmiare e anche sulle storie preferiva non esagerare: tre bastavano e avanzavano. La prima era la storia di Cappuccetto Rosso e non la sceglievamo mai. La seconda ogni tanto ci poteva stare; era la storia delle tre ochette. Qualche anno fa chiesi alla nonna di raccontarmela, perché non la ricordavo più. Passai una bella serata a sentire ancora il lupo che diceva alle ochette: “Pitin pitun troo giò casin casun”. Il lupo naturalmente parlava in dialetto.
La storia più bella era però la storia del censimento.

La storia del censimento era la storia della nascita di Gesù. La cultura della nonna si muoveva tra conoscenze religiose e popolari e così questa era per lei come una fiaba da raccontare ai nipotini. Quello che ci colpiva, oltre alla storia, era una parola, una parola strana, curiosa: la parola “censimento”. Giuseppe e Maria si erano messi in cammino perché dovevano andare a farsi registrare al censimento della popolazione e durante quel viaggio nacque Gesù. La nonna doveva avere presente il vangelo di Luca, l’unico (a parte gli apocrifi) nel quale se ne parla. Le circostanze storiche restano nebulose: si tratterebbe forse del censimento di Quirinio, governatore della Siria e incaricato di effettuare il censimento in questa provincia dell’impero. L’uso orientale voleva poi che la registrazione avvenisse nel paese d’origine degli antenati e per questo Giuseppe si sarebbe recato a Betlemme, paese d’origine di Davide. La nonna non sapeva tutte queste cose, per lei il censimento era una realtà e basta, come tutto il resto della storia, che così introduceva e la parola censimento mi ha sempre fatto pensare alla storia di Gesù bambino.

Un po’ di tempo fa nella cassetta della posta trovai una lettera: diceva che eravamo stati sorteggiati per effettuare il censimento di quest’anno. Il pensiero volò subito al censimento della storia.

Quest’anno è stato il primo Natale senza la nonna. Quando ci pensavo, facevo fatica a immaginarlo, perché negli ultimi anni la protagonista della festa era diventata lei. Tornata un po’ bambina, veniva ricoperta di regali e più che Natale sembrava il suo compleanno. Lo festeggiavamo nella casa “fatta su” da lei – come precisava sempre, dove un po’ di anni fa si sono trasferiti i miei genitori per non lasciarla sola. Quest’anno invece il Natale l’abbiamo passato da me: mia madre voleva sentire meno la sua mancanza. È stato strano: non sembrava neanche Natale, ma un semplice pranzo di famiglia con il tavolo allungato e diverse portate in più. Anche i regali erano pochi e sono stati aperti senza le cerimonie che mi infastidivano tanto e ora invece sono diventate un ricordo. A dire la verità anche l’anno scorso era stato strano, perché la nonna non parlava: comunicava con il viso e gli occhi. Mi era dispiaciuto che proprio quel giorno non fosse “in vena” e così ero tornata a trovarla una settimana dopo e ci siamo fatte delle belle chiacchierate… le ultime. Dieci giorni dopo ci ha lasciati.

Quest’anno a Natale eravamo qua e sulla tovaglia rossa che mi ha prestato mia suocera ho messo un centrotavola bianco a uncinetto, fatto chissà quando dalla nonna: in qualche modo era presente anche lei…

TavolaNatale

Ancora Natale

Natale

Nascerà in una stiva tra viaggiatori clandestini.
Lo scalderà il vapore della sala macchine.
Lo cullerà il rollio del mare di traverso.
Sua madre imbarcata per tentare uno scampo o una
                  fortuna,
suo padre l’angelo di un’ora,
molte paternità bastano a questo.
In terraferma l’avrebbero deposto
nel cassonetto di nettezza urbana.
Staccheranno coi denti la corda d’ombelico.
Lo getteranno al mare, alla misericordia.

Possiamo dargli solo i mesi di grembo, dicono le madri.
Lo possiamo aspettare, abbracciare no.
Nascere è solo un fiato d’aria guasta. Non c’è mondo
                per lui.
Niente della sua vita è una parabola.
Nessun martello di falegname gli batterà le ore dell’infanzia,
poi i chiodi nella carne.
Io non mi chiamo Maria, ma questi figli miei
che non hanno portato manco un vestito e un nome
i marinai li chiamano Gesù.
Perché nascono in viaggio, senza arrivo.

Nasce nelle stive dei clandestini,
resta meno di un’ora di dicembre.
Dura di più il percorso dei Magi e dei contrabbandieri.
Nasce in mezzo a una strage di bambini.
Nasce per tradizione, per necessità,
con la stessa pazienza anniversaria.
Però non sopravvive più, non vuole.
Perché vivere ha già vissuto, e dire ha detto.
Non può togliere o aggiungere una spina ai rovi delle
               tempie.
Sta con quelli che vivono il tempo di nascere.
Va con quelli che durano un’ora.

(E. De Luca, Opera sull’acqua e altre poesie, 2002)

Qualcuno noterà che è la stessa poesia dell’anno scorso. Vero. Ma per me Natale non è più solo un bimbo palestinese in cerca di un posto dove nascere; ma è qualunque bimbo migrante in cerca di una casa, di una terra che lo accolga, di un piccolo spazio dove essere amato. Piccolo come una pannocchia; o come una noce.

PresepeNoce

Buon Natale a tutti

Ortografia

Al liceo non studiavo molto. L’ho detto e scritto tante volte: qui, altrove, l’ho detto persino ai miei alunni… dunque al liceo non studiavo molto, anzi: studiavo proprio poco. La cosa assurda è che, sebbene non studiassi, credevo nella scuola. Non avevo l’arroganza di pensare che la scuola fosse importante, sì, però la vita… era da un’altra parte. Ho sempre riconosciuto il valore dello studio, della cultura e sapevo che sarebbe stato ciò che avrei imparato tra quelle quattro mura a darmi una direzione. Forse è stato questo a salvarmi… o a inguaiarmi, perché studiare non rende felici, tutt’altro. 

Faccio fatica e soffro nel vedere l’arroganza-ignoranza dei miei alunni, che studiano più di quanto facessi io, eppure sono convinti che ciò che davvero conta sia altro, sia fuori dalla scuola: che non guarda al mondo del lavoro, che non usa le “magnifiche tecnologie e progressive”… e mentre loro prendono gli appunti sul computer per prendere poi un bel voto che li farà sentire ancora più bravi, io sto a pensare come un’ingenua anacronistica all’ortografia, alle lettere maiuscole, ai libri, alla parola scritta.

Tra quelle quattro mura sporche, scrostate, scritte con i pennarelli, sono entrata tanti anni fa e non ne sono più uscita e mi piaceva pensarlo.
Ora inizio a pensare che il mio posto non sia più lì…

Pioggia di novembre

…e venga la pioggia a novembre
a lavarmi i pensieri dal fango e dal mal.

E se, e ma…
mi pare sarà…
eppure non piove e nuvole
non ne vedo di qua…
è una striscia di cielo
non diversa da prima,
solo freddo d’autunno
e bianco color di farina.

Guardo sopra al sesto piano
una goccia e poi l’altra si spiaccica in faccia,
fa un rumore di sveglia
che tintinna sul ferro
di una gronda lontana…

e viene la pioggia a lavare
le macchine in fila,
gli allarmi strillare…
e bagna le aiuole spellate,
le multe stracciate,
il cielo dei bar…

sulla strada di pietra segnata
come panforte di tagli e binari,
piove sulle varesine e gira gira
la giostra senza fine…

Cade sopra i tram che passano lenti,
di ferro e di legno pazienti,
con un occhio solo,
buoni da guardare,
dinosauri in fila ad asciugare…
piove sui pensieri dietro ai fanali
delle tangenziali…

e bagna nei cortili i gerani,
le nere ringhiere,
le lingue straniere,
i viados di Gioia,
la casbah di Buenos Aires,
le edicole accese,
le borse e le spese…

Piove sulle campane
delle pievi romane,
sulle grazie, sui ceri,
sui voti e sui desideri.

Cade sopra i piedi dei bambini
che ci sono ma non li vedi,
sugli ortomercati
dentro i fabbricati,
sopra le collette di spicci e sigarette,
su uomini e su cani
e piove sulle urla dei villani…

sul cimitero monumentale,
sugli attacchini, sugli spazzini,
sulle chiese dei filippini,
sui tavolini dei baracchini,
sui gatti tristi dentro i cortili,
sulle collane degli abusivi,
sul padiglione degli infettivi,
sopra i germani dentro i navigli…

sui treni caldi dei pendolari,
sopra i silenzi dei tassinari,
sulle africane per mezzo ai viali,
sopra i parenti negli ospedali
e piove stasera anche sul chiuso della galera…

e venga la pioggia a novembre
a lavarmi i pensieri dal fango e dal mal.

(V. Capossela, Il ballo di San Vito, 1996)

Niqab

C’è una donna che porta il niqab. La vedo andando al lavoro dal finestrino dell’auto. Alle otto del mattino sul marciapiede, i bambini che corrono avanti e indietro tornando a lei. Quando sono in ritardo, la vedo rincasare, nero fantasma dall’invisibile vita.

Ieri stava ferma sull’angolo, un’altra figura davanti a lei: un’altra donna venuta dall’Islam – un’amica? una parente? Chi mai me lo dirà? Indossava un normalissimo hijab dai colori un po’ spenti.
La fila delle auto scorreva lenta e lenta mi avvicinavo a quel dialogo lontano. Poi all’improvviso un gesto – non so da chi delle due sia partito – e il quadro era mutato: le due donne si tenevano ora per mano. Le braccia tese tra i corpi distanti a unirli con tenerezza, con solidarietà. Così pensavo guardandole… un gesto di solidarietà.

In coda alle altre auto passo accanto a loro, al saluto che le riporterà dentro casa, ognuna ad abitare la propria solitudine. La donna con l’hijab prende la via laterale, quella col niqab procede lungo la strada, insieme a me. Le sono accanto… le resto accanto per un po’, finché la fila ritorna a scorrere portandomi via.

M. Rothko, “Untitled (black on grey)”, 1969

Cercavo Virginia Woolf

Ci sono tanti modi per scegliere un libro aggirandosi tra gli scaffali gremiti di un libreria. Si ascoltano i suggerimenti che vibrano nell’aria, i consigli dei librai; si seguono le ispirazioni peregrine che ci hanno condotti fuori casa. O forse no.

Io, quando esco, so già cosa voglio, ho in mente una lista di almeno quattro o cinque titoli che mi chiamano da un po’. Quello che sarà presente all’appello tornerà a casa con me. Tuttavia è facile che qualcun altro si aggiunga furtivo nel sacchetto… come resistere ai cromatismi di alcune copertine? O alle quarte di copertina, che con poche, calibrate parole sanno catturare tipi come me? Sono vulnerabile ai richiami delle parole e non voglio guarire. Penso di sapere come scegliere, ma alla fine sono i libri che scelgono me. Si fanno trovare al posto giusto, sotto il raggio del mio sguardo fuggitivo che si ferma.

Da un po’ mi sono innamorata dei libri usati; mi piace tornare a casa con un libro che ha una storia alle spalle, una vita precedente a quella che sta iniziando insieme a me. Un libro che non posso avere in mente prima di incontrarlo, perché non so nemmeno che esiste. Un libro che non saranno la trama o l’autore o un’amica a farmelo scoprire. Un libro che sa raccontare qualcosa di unico prima ancora di lasciarsi leggere.

Cercavo Virginia Woolf tra gli scaffali di un Libraccio, dove i libri nuovi si mischiano agli usati senza distinzioni di classe. Cercavo Virginia Woolf e la immaginavo al faro, in compagnia della Signora Dalloway; o chiusa nella sua stanza tutta per sé. Non immaginavo che l’avrei trovata insieme al cane di Madamigella Barrett. Non sapevo che aveva delle parole scritte solo per me e per nessun altro lettore. Come potevo deluderle? Lei, Elizabeth e Flush e Lukino e Lucone e soprattutto quelle parole?

Flush conosceva ciò che agli uomini non è mai dato conoscere –
l’amore puro, l’amore semplice, l’amore assoluto;
l’amore che nella sua gioia non conosce angustie; che non ha pudori; né rimorsi;
che ora è qui, e ora è scomparso, come l’ape sul fiore è qui e subito dopo è sparita…

(V. Woolf, Flush. Biografia di un cane, 1933)

Prematuramente morto

Si è palesato il primo giorno di liceo. Alto, magro, in giacca e cravatta. Con i capelli cortissimi e gli occhialini ovali che nascondevano due occhi vitrei. Il classico professore di liceo, avevo pensato.
Ci aveva terrorizzati subito, o almeno aveva terrorizzato me. Si era messo a parlare, non saprei dire di cosa e nemmeno allora sapevo dirlo. Ogni tanto si fermava e chiedeva a qualcuno cosa avesse detto poco prima, cosa c’era “a monte” di ciò che stava dicendo. Continuava a ripeterlo, “a monte”, in modo ossessivo; e ogni interpellato rispondeva e lui appariva soddisfatto e io invece non capivo niente. Oggi mi domando se davvero le risposte dei miei compagni fossero corrette…

Il professor Servida ci insegnava tutto: italiano, latino, storia e geografia; anche se quell’anno di geografia abbiamo fatto solo l’Intifada. Un anno intero su una scheda di approfondimento. Che coraggio! Come al solito io non capivo perché, ma come al solito lui aveva ragione.
Lo amavo. Era lui il nostro professore: quello che avrebbe lasciato il segno, quello che ci insegnava cose nobili come il latino, quello che ci prendeva in giro e chissà quante volte non ce ne siamo accorti… quello che da dietro l’apparenza distinta tirava fuori all’improvviso inaspettate bizzarrie:

Le ochette del pantano
vanno piano piano piano.
Una indietro l’altra avanti,
tutte in fila come fanti.

Io andavo bene nelle sue materie, ma per molti era un incubo. Le lezioni non erano facili da seguire, perché erano sempre piene di parentesi che lui apriva in continuazione una dentro l’altra e non sempre poi ne usciva. O forse sì, ma io non me ne accorgevo… il suo meglio lo dava in storia.
Davanti ad alcuni errori si arrabbiava moltissimo, oppure assegnava imbarazzanti punizioni. Chi sbagliava in latino doveva imparare a memoria una preghiera per la lezione successiva e il poveretto, dopo aver preso il suo bel 4, nel pomeriggio doveva anche cercare l’Ave Maria o il Pater Noster, impararlo a memoria (ovviamente in latino) e recitarlo alla lezione successiva, di fronte agli astanti. Una volta assegnò dei disegni. Qualcuno non aveva saputo declinare correttamente nome e aggettivo e così il prof. scelse delle coppie di termini dal libro, che i malcapitati avrebbero dovuto interpretare in un disegno da appendere in classe con tanto di declinazione (possibilmente corretta). La mia compagna di banco si ritrovò con l’oca sacra e disegnò un’oca con l’aureola che declamava: oca sacra, ocae sacrae, ocae sacrae, ocam sacram e via dicendo…

Non c’era nulla di ordinario nel suo modo di fare e di insegnare. Le interrogazioni (che non erano interrogazioni ma “specie di lotte a coltello nelle quali lui si doveva svenare per riuscire a estorcerci qualcosa”) duravano ore. Chiamava sempre quattro persone, una sola delle quali tornava al posto con il voto meritato, un’altra con un voto insufficiente, la terza con un + qualunque cosa avesse detto e l’ultima se ne stava seduta per tutto il tempo in angosciosa attesa di una domanda inintelligibile che poi non sarebbe arrivata. Ad alcuni maschi dava del “lei” e a noi ragazze a volte pettinava i capelli mentre ci interrogava, e noi dovevamo riuscire a rispondere non solo bene ma anche rimanendo serie!

È stato lui a insegnarmi a scrivere, attraverso le annotazioni che apponeva con la sua grafia minuta accanto alle mie parole. Ed è stato lui a insegnarmi a correggere. “Grandi alberi in una giornata di luce” fu il primo tema che ci assegnò. Sono anni che sogno di proporre questa traccia ai miei studenti, ma non ho mai trovato la classe adatta.

La verifica più temuta era il compitino di vocaboli. Il prof. lo chiamava “un bel piattone di vocaboli”. Le altre classi avevano chi il lessico della guerra, chi il lessico delle versioni tradotte come compito a casa… Quando gli chiedemmo su quale ambito lessicale verteva il compitino, ci rispose: “Beh… sul vocabolario”. E che domande, no? Oltretutto il vocabolario ce l’aveva pure fatto schedare. Seguendo l’ordine alfabetico aveva assegnato a ognuno di noi una lettera, che avremmo dovuto percorrere per intero selezionando i lemmi che ci sembravano più significativi e riportarli con definizione e traduzione sul quaderno. A me era capitata la “x” e francamente non capivo perché ai miei compagni sembrasse un lavoro tanto complicato!
Il giorno del compitino eravamo in spasmodica attesa sui banchi. Mancavano pochi secondi alla dettatura, ma non riuscivamo ad aspettare, dovevamo sapere quali assurdi vocaboli il prof. aveva messo nel nostro bel piattone e quindi glielo domandammo… un’anticipazione… così, giusto per farci un’idea:

          ‒ Che vocaboli ci ha messo, prof.?
          ‒ Vocaboli normali.
          ‒ Tipo?
          ‒ Tipo… prematuramente morto.

Appunto: vocaboli normalissimi…

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