Le mani dei nonni

Ero bambino, quando mi morì il nonno, che era uno scultore di valore […] Costruiva giocattoli per noi e aveva fatto un milione di cose buone in vita sua. Era un uomo che aveva sempre le mani in moto per fare qualche cosa […] Spesso penso a tutte le meravigliose sculture che non hanno visto la luce a causa della sua morte. Quante celie e parole divertenti mancano al mondo e quanti piccioni nidificano nelle case i quali non sono mai stati toccati dalle sue mani! Mio nonno aveva foggiato il mondo. Aveva dato delle cose al mondo. E il mondo è stato truffato di dieci milioni di bellissime azioni la notte in cui mio nonno passò a miglior vita.
(R. Bradbury, Fahrenheit 451, 1953)

Le mani dei nonni sono mani abili, esperte. Sono mani che sanno aggiustare, perché un tempo, quando le cose si rompevano o rovinavano, non venivano buttate via, ma salvate da mani sapienti. Non so quante calze siano state rammendate dalle mani della nonna. Da piccola le guardavo ammirata, mentre si muovevano veloci e sicure intorno all’uovo di legno.
Le mani della nonna facevano tante cose, tutte diverse. Se la cerniera di qualche borsa non scorreva bene, ci pensava lei con la paraffina. Quando la permanente della mamma iniziava a scendere, la risollevava con i bigodini. Aveva anche comprato il casco, che montava e smontava all’occorrenza. Ci ha messo anche me una volta sotto il casco, dopo avere passato un’ora a sistemarmi i bigodini perché volevo i capelli mossi. E quanto si è arrabbiata quando, tolto tutto l’ambaradan, i miei capelli sono ritornati belli dritti come sono sempre stati! Quante volte invece io non sapevo fare qualcosa e lei interveniva, dicendo: «Dà chì a mì, che te see bonna de faa negott» e sistemava tutto.
Le mani della nonna erano poi uniche e speciali a lavorare a maglia. Sono nati così tanti dei miei vestiti: maglioni, magliette, gonne, cappelli, sciarpe… e le coperte che mi scaldavano nei lunghi inverni. Una volta le ho chiesto di farmi dei guanti di lana e quando l’ho vista con cinque aghi in mano, uno per ogni dito, sono rimasta senza parole! Non era una sarta, ma sapeva comunque tagliare e cucire. Lavorava anche all’uncinetto e aveva provato a insegnarmi, ma non sono mai riuscita ad andare oltre la “catenella”.

Oggi guardo i centrini sotto i soprammobili, le coperte patchwork che ancora mi riscaldano e le presine colorate che stanno appese nella mia cucina. Non le avevo mai viste prima di cambiare casa. Preparando il trasloco, sono stata investita dalle meraviglie realizzate dalle sue mani in più di settant’anni. C’erano scatoloni pieni, armadi pieni, e io non sapevo cosa scegliere. Quando ho visto le presine, però, non ho avuto dubbi: le ho prese tutte; e scommetto che, se le avessi viste da bambina, sarei tornata di nascosto ad ammirarle per ore, immaginando chissà quali storie e fantasie: tra la farfalla e la tartaruga, la coccinella che incontra il pinguino, il gallo che si sposa con l’oca e perde l’orologio… le stesse che posso inventare oggi: e la mia casa diventa più bella grazie a lei.

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Luna calante

Non so quando abbia cominciato a calare, ma a un certo punto dev’essere successo.

L’inizio dell’università fu difficile. Ero completamente disorientata. Lettere era diversa dagli altri corsi di laurea, scelti dalle mie amiche. Non c’erano le materie del primo, del secondo anno. Potevi fare quello che volevi, darli quando volevi gli esami, che per altro sceglievi quasi sempre e nonostante fondamentali, di indirizzo e per poter insegnare quelli veramente obbligatori erano solo tre. Tutta questa libertà non era gestibile, mi agitava. Per fortuna trovai nuove lune sul mio percorso e le seguii come i naviganti con le stelle.
Storia della musica e drammaturgia musicale mi precipitarono nuovamente nel Romanticismo, tra la musica di Schubert da una parte e la follia d’amore nell’opera dell’Ottocento dall’altra. Non mi sembrava neanche di studiare: semplicemente leggevo dei libri e dei saggi meravigliosi. La luna di Schubert mi aveva riportato un Lied che avevo studiato per il corso di canto corale alla scuola di musica e che, siccome mi piaceva molto, avevo anche imparato al pianoforte: Der Leiermann (l’uomo con l’organetto). Parla di un uomo che suona la ghironda per strada nel freddo dell’inverno e non viene ascoltato da nessuno, ma lui continua ineluttabilmente a suonare.

Schubert portò anche molto altro, come le poesie su cui aveva musicato alcuni Lieder e soprattutto la “Fantasia in fa min. per pianoforte a quattro mani”, scritta per la contessina Karoline Estherázy. La luna continuava a rimanere piena…

https://www.youtube.com/watch?v=v6VK-Fl2YC4
(Dura venti minuti, ma se avete tempo, ascoltatela davvero: è unica)

La luna è tuttavia mutevole per natura e così tutto mutò, improvvisamente. Fu un libro, inaspettato, a cambiare per sempre il mio modo di vedere: L’estetica musicale, di Enrico Fubini. Avevo scoperto un modo diverso, inedito, di leggere la musica e l’arte e decisi di cambiare anch’io: e dall’indirizzo di musicologia passai a quello di estetica.

Riordino appunti e fotocopie di saggi e testi vari e vedo come il mutamento sia poi progredito con rapidità. Preparai altri esami, incontrai nuovi professori e nuovi libri e la luna iniziò ad assumere un aspetto diverso, che al liceo non volevo vedere.
Fu prima Leopardi (inaspettatamente) che mi insegnò a vedere la luna come oggetto fisico. La Storia dell’astronomia e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi ci dicono che è dalla conoscenza scientifica, salda e approfondita, che nasce l’oggetto poetico. Poi venne Calvino e con Calvino la luna non era più la stessa…

Fino a qui tuttavia la luna non ha smesso di essere presente nella mia vita, con le sue vesti sempre diverse. Quando ha cominciato a calare? Non lo so. Ma a un certo punto è successo, perché per molti anni non c’è stata. Me ne sono accorta una settimana fa, guardando la sua eclissi, e ho desiderato finalmente che tornasse…

Luna piena

…e la luna infatti, senza accorgermene, la portai con me.

Iniziava allora l’ultimo anno di liceo e diverse materie si aprirono con un argomento che mi chiamò da subito, il Romanticismo. Il sentimento come nuova chiave di lettura dell’arte e del mondo, la cultura notturna, l’anelito all’infinito mi catturarono senza darmi possibilità di difesa. Sembrava che tutto ruotasse intorno a un unico perno, che congiungeva me a un’epoca lontana nella quale solo per errore o per caso non ero nata.
All’inizio fu Jacopo Ortis a dirmi qualcosa: «Chi abbandonò i suoi diletti, le sue speranze, i suoi inganni, i suoi stessi dolori senza lasciar dietro a sé un desiderio, un sospiro, uno sguardo?». Poi le stesse parole cominciarono a riecheggiare ovunque: nel canto della Solitary Reaper, nel fiore azzurro di Enrico di Ofterdingen, nelle poesie e tra le note dei miei interlocutori quotidiani: Leopardi e Chopin. Il poeta dell’infinito e il compositore dei notturni all’improvviso divennero degli amici in carne ed ossa, ai quali guardare continuamente, coi quali ragionare quando delle sere io solea passar gran parte mirando il cielo… e tutto ciò che ero ed ero stata iniziava a convergere e ad assumere una forma: la forma della luna.

La portavo al collo, letteralmente.
Fin da ragazzina ho amato i ciondoli come l’unico gioiello che abbia un significato, in grado di dire qualcosa. Di ciondoli ne ho avuti tanti, a forma di cuore, di stella, di cerchio… Da quando avevo tredici anni non sono mai uscita di casa senza un ciondolo al collo. La mattina prima di partire, dopo essere stata a cercare invano la luna sugli scogli, me ne andai in centro. In un negozietto minuscolo tra i caruggi una luna blu di lapis se ne stava solitaria, in attesa. L’avevo già notata qualche sera prima e sapevo che non sarei tornata a casa senza averla portata via.
Appesa a una catenina d’argento, la indossavo ogni giorno. Era il simbolo di tutto ciò che in quel momento mi rappresentava.
Vivevo di notte, ascoltando Chopin e leggendo le sue lettere; di giorno pensavo ai poeti, trascrivevo versi, li imprimevo nella memoria dalla quale non sono mai dileguati. Era luna piena e io una sua ancella fedele.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sì pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia…

Tra i sentimenti prediletti dai romantici – inquietudine, disperazione, malinconia – io abitavo perennemente la malinconia, sollievo e tristezza insieme. È forse male sentirsi malinconici? Eppure, è quasi piacevole…
La malinconia romantica, come tutto il Romanticismo, non poteva essere descritta che attraverso la musica, regina delle arti, la sola che non ha bisogno di intermediari per arrivare al cuore, l’organo del sentimento. La malinconia romantica è tutta qui, in pochissime note di pianoforte:

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Dal minuto 1:05 dell’esecuzione di Pollini (qui)

Mi accorgo ora che dei romantici qualcosa mi mancava, la disperazione. La luna rimaneva piena per me e pieno fu quell’anno.
Alla maturità portai una tesina che metteva insieme e riordinava le poesie amate, le notti a scrutare il cielo… e tutte le note di Chopin. Anche nel tema riuscii a far confluire qualcosa, perché la traccia parlava di Leopardi.
A settembre finalmente mi iscrissi all’università, ignara che nel nuovo cielo smisurato che si apriva sopra di me avrei presto intravisto altre lune…

Luna crescente

Fine agosto, fine delle vacanze. I miei diciotto anni mi avevano riportata un’altra volta al mare con la mamma e la nonna. All’albergo ero rimasta l’unica di quell’età e lentamente era arrivato il primo sabato, il primo cambio tra quelli che vanno e quelli che arrivano.

Uscivo dalla porticina sul retro, rapida, diretta alla spiaggia; ma qualcosa di inaspettato mi arrestò, imponendomi di tornare indietro. Non poteva essere, mi ero sbagliata: per forza! Rientrai e nell’atrio vidi subito che invece era vero, era lui. Erano cinque anni che non lo vedevo, che non era più tornato: e invece si trovava lì, con i genitori e il fratello più piccolo e la sorellina. Aveva quasi vent’anni, che ci faceva lì? Ora non ricordo come ci salutammo, ricordo solo come ci eravamo salutati cinque anni prima, sul cancello del cortile, quando lui era partito con un paio di giorni d’anticipo perché aveva un esame a settembre e io lo prendevo in giro. Ero una bambina e lui solo qualcosa di più. Forse pensavo a questo in attesa che mi vedesse e magari ci aggiungevo le immagini di una indimenticabile storia estiva. L’immagine che ci avrebbe accompagnati tutte le sere sul lungomare e tra gli scogli non potevo ancora vederla, invece.
Nel tempo dilatato delle giornate di mare quell’immagine sarebbe comparsa gradualmente, in un crescendo di intensità e di argento.
Di giorno si andava alla spiaggia, si stava in veranda in albergo, il mare e il cielo erano due cose distinte. La sera tutto era blu e su quel blu brillava regina la luna. Non so come accadde, ma iniziammo a parlare di lei, a cercarla nel cielo e riflessa nel mare, ad avvicinarci sempre di più.
La mattina della partenza ero tornata a cercarla da sola per portarla con me, almeno lei. Il cielo era rosa e la luna un vago ricordo.
Mi prese le nostalgia, come già altre volte, e passavo le serate ascoltando Beethoven.

Era luna crescente, il preludio che stavo vivendo…

Luna nuova

Per la Prima Comunione il regalo era l’orologio d’oro. Il regalo era l’orologio d’oro per tutti i bambini cattolici di questa terra, così riteneva mia nonna e così naturalmente doveva essere per me.

Avevo nove anni compiuti e l’idea di avere un orologio d’oro non mi dispiaceva, tutt’altro! Ricordo il giorno in cui lo comprammo.
Come al solito eravamo andati dal rivenditore di fiducia, che altri non ne potevano esistere. Dico “rivenditore” perché non si trattava di un negozio, ma di una casa, dove c’era una stanza più o meno come le altre, credo – e piuttosto in disordine. Stava al piano terra o in una specie di seminterrato; noi eravamo sedute a un tavolino e dall’altra parte c’erano dei signori anziani che ci mostravano la merce. Gli orologi prescelti erano quattro e stavano disposti davanti ai miei occhi in ordine di prezzo. I primi tre non li ricordo, ma dovevano essere tutti uguali, perché l’unico che ricordo bene aveva una caratteristica che gli altri non possedevano e che ai miei occhi lo rendeva irresistibile: il lunario. L’ultimo orologio, il più costoso, aveva il lunario e quella parola insieme a quel marchingegno quasi arcano mi attiravano nella sua orbita in un modo invincibile. Avevo timore a dire che mi piaceva quello, perché costava più degli altri, ma non riuscivo a dire che me ne piacesse uno diverso. Non so come accadde, non ricordo bene: forse la nonna intuì e mi disse: «Ti piace questo?» e io forse annuii… comunque all’improvviso il mio orologio fu quello.

Aveva il cinturino bianco, adatto a una bambina, e lo indossai la prima volta il giorno della Comunione. Mi piaceva guardare il cielo con la luna e i puntini delle stelle che gravitavano sul quadrante del mio piccolo orologio.
Era, allora, solo luna nuova, l’inizio di un’attrazione che
sarebbe durata a lungo…

25 luglio 1943: sapore di libertà

Non so cosa stessero facendo i miei antenati quella mattina. Essendo domenica, probabilmente erano alla Messa, ancora ignari di ciò che di incredibile e meraviglioso era accaduto durante la notte. Non so nemmeno come e quando poi li raggiunse la notizia, né in che modo festeggiarono, ma sono sicura che festeggiarono, perché la fine del fascismo, la caduta di Mussolini non si possono non festeggiare.

Era mattino e buona parte della famiglia si trovava nei campi, che essere contadini vuol dire lavorare anche la domenica. Forse allora anche una parte dei miei antenati stava china nei campi in quel momento. All’improvviso – le voci si sentivano già da lontano – arrivarono esultanti gli amici, altri parenti, qualcuno che aveva sentito la radio o che era stato raggiunto dal passaparola, arrivato per chissà quali giri da Roma fino a Campegine. Chi lo sentiva in quel momento era incredulo, ma felice. Aldo, il terzogenito di papà Alcide, ebbe l’idea: «Papà, perché non offriamo la pastasciutta a tutto il paese? Qua bisogna festeggiare!» e papà Cervi, entusiasta, si attivò subito, con la moglie, le nuore, le donne delle case vicine, e in breve tempo diversi quintali di pasta bianca furono pronti. La pasta venne condita con il burro, che in tempo di guerra era un bene non da poco; ma la generosità della famiglia Cervi – e della terra d’Emilia – era oltre il valore economico di quel gesto.

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La famiglia Cervi

Intanto i paesani erano stati chiamati e correvano felici a casa Cervi per mangiare la pastasciutta, buona perché gratis, buona perché ricca di burro e formaggio, buona perché antifascista.

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La casa della famiglia Cervi nella campagna tra Gattatico e Campegine.

La pastasciutta antifascista è diventata una tradizione. Circa vent’anni fa dall’Istituto “Alcide Cervi” di Gattatico (RE) partì l’idea di riportare la pastasciutta di papà Cervi nelle piazze per festeggiare ancora e sempre la caduta del fascismo; e sono più di cento le città italiane in cui stasera si mangerà un’altra volta la pasta al gusto della libertà.

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«…il bollore suonava come una sinfonia. Ho sentito tanti discorsi sulla fine del fascismo ma la più bella parlata è stata quella della pastasciutta in bollore»
(A. Cervi, I miei sette figli, 1955)

Quando viene Pangu

Quando viene Pangu apro la giornata sorridendo, se viene al mattino; se viene verso sera, sorridendo mi avvio a chiuderla. A volte viene sia al mattino sia alla sera e allora segno sul calendario quel giorno come un giorno speciale. Altre volte invece capita che non si faccia vedere per uno due persino tre giorni e inizio a preoccuparmi, come fosse figlio mio.

Pangu è il buffo diminutivo che abbiamo dato a Pangur Ban, leggendario gatto di un monaco irlandese di cui chi non conosce la storia, se ha voglia, può leggerla qui. Anche se mi sembra assurdo che si possa non conoscere questa storia, che andrebbe insegnata nelle scuole e magari l’anno prossimo ai miei alunni la racconterò.
Quando viene Pangu per prima cosa lo saluto, non solo per educazione, ma soprattutto per dirgli che l’ho visto, così non se ne andrà via subito, ma attenderà il suo pasto quotidiano. Con cautela mi avvicino, mostrandogli la bustina con la carne e la sua ciotola personale, tutta bianca come il suo manto. Non sempre riesce a mangiare nella ciotola (non è abituato) e con la zampina raccoglie il cibo con grande destrezza. Quando mangia, mi fermo con lui, perché non è bello mangiare da soli. Poi iniziano ad arrivare gli altri, i miei gatti, che lo scrutano con sospetto ma non lo disturbano: lasciano che prima finisca, si lecchi i baffi e soltanto dopo si faranno avanti per cacciarlo. Mi sembra giusto: la lotta dev’essere ad armi pari, a stomaco pieno per tutti.
Qualche volta capita che Pangu avanzi il cibo e questo mi convince sempre più della mia teoria, che non si tratti di un comune randagio, ma di un nobile caduto in disgrazia. Ho come la sensazione – e difficilmente sbaglio – che fosse il gatto di un’adorabile vecchina che ora non c’è più e, quando è mancata, nessuno ha pensato di prendersi cura del gatto che lei amava tantissimo.
Ricordo che quando lo vedevo le prime volte il suo manto era davvero più bianco del bianco come nella leggenda.

Pangu nel 2015

Ora è tutto sporco, gracilino, spelacchiato anche. I suoi occhi però sono rimasti puliti, limpidi, del colore dell’acqua e contrastano con le ferite sparse su tutta la testa, che col tempo diventano croste.

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Quando lo vedo così, vorrei portarlo di corsa dalle mie meravigliose veterinarie, che oltre a curarlo gli darebbero tanto amore, ma Pangu non si lascia neanche accarezzare. Altre volte penso che non ho diritto di fargli questa violenza, di catturarlo con l’inganno e magari farlo castrare per evitargli le lotte quotidiane per le femmine.

Quando ha finito di mangiare, di solito Pangu se ne va; ma capita anche che si fermi, come in attesa di qualcosa… Non ha molta pazienza o forse non vuole elemosinare anche l’affetto oltre al cibo e senza dire niente si volta, si avvicina al muro e con un balzo ancora agile salta nel giardino confinante.
Resto a guardarlo finché è visibile, fino a quando si dilegua e poi scompare. Chissà dove vai, bel gattone tutto bianco…

Blue Jeans

Scendeva la sera e quando arrivava portava qualcosa con sé.
La sera porta sempre qualcosa con sé, un momento, una luce, una nostalgia… In quel periodo la sera portava un ragazzino della mia età, che aveva i miei stessi problemi. Si chiamava Kevin, Kevin Arnold. Kevin andava a scuola, ma in una scuola diversa dalla mia, una di quelle scuole americane con gli armadietti e la mensa. E ci andava in un’altra epoca, circa vent’anni prima di me. Tuttavia Kevin poteva capirmi, gli capitavano le stesse cose che accadevano a me. Si sentiva diverso, frainteso, disadattato, ed era innamoratissimo di Winnie. Winnie era una ragazzina della nostra età, con i capelli lunghi lisci e la frangetta. Era più alta di Kevin e quel pomeriggio che li vidi pattinare insieme mi fecero una gran tenerezza. Winnie però era strana, non si capiva mai se Kevin le piacesse oppure no e a lui sembrava sempre di sbagliare con lei, di deluderla. Capivo bene quella sensazione e mi sembrava consolante che ci fosse qualcun altro nell’universo – oltre a me – a sentirsi così, soprattutto perché maschio; e che si trattasse del personaggio di un telefilm e non di una persona reale faceva poca differenza.

Quando scendeva la sera, era il momento di Blue Jeans, un telefilm che nella mia classe vedevo solo io, su un canale strano. Lo trasmettevano intorno alle sette e lo guardavo sulla tv del salotto, mentre la mamma cucinava e con il terrore che arrivasse all’improvviso il papà facendomi fuggire via. Gli adulti in quel momento non erano ammessi, tranne Kevin naturalmente, che con la sua voce da uomo accompagnava fuori dal tempo il racconto della sua adolescenza.

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L’idolo

Discendente antichissimo di antiche divinità sconosciute, l’idolo presidia la casa come un lare.

Rinvenuto insieme ad altri a lui simili, giaceva inerte nel tempo immobile dell’eternità. Ora giace altrettanto inerte sulla porta-finestra della stanza.

La forma è semplice, minimal; l’aspetto severo ma giusto. Ricorda nelle fattezze lineari le statue stele della Lunigiana, da cui – sic tradunt – trae la sua remota origine. Impossibile non notarlo, impossibile non provare un brivido di ancestrale timore. Chiunque passi si arresta un istante; poi va. Ma non lei. Lei sola sembra percepire più di tutti la forza atavica dell’idolo e si mantiene a distanza, guardinga, pronta a scattare al primo segnale di pericolo. Si avvicina, lenta, con prudenza e senza entrare in contatto diretto. Lo annusa. Poi si ritrae e disegnando una circonferenza abbastanza ampia da garantire il passaggio e l’incolumità, finalmente sgattaiola fuori…

Quando il Tegolino era quadrato

Ho iniziato il liceo nei primi anni Novanta. A scuola andavo a piedi, anche se non era vicinissima a casa. Credo che solo le mie compagne che erano andate in collegio si facessero accompagnare; tutti si arrangiavano da soli, coi mezzi, in bici, in motorino; qualcuno in quinta veniva in macchina, ma solo al sabato quando i genitori non andavano al lavoro.
In classe ci passavamo i bigliettini, per copiare nelle verifiche o più spesso per chiacchierare durante le lezioni. Si chiacchierava rispettando la grammatica e la punteggiatura e non ci facevamo mai beccare. Io spesso invece di prendere appunti scrivevo: lettere e pensieri. A volte era la lezione a ispirarmi e gli appunti a poco a poco svanivano, mutavano e alla fine rimaneva una storia o una poesia.
Nessuno rimaneva in classe all’intervallo: si correva fuori, richiamati dalla vita che animava i corridoi, a guardare i ragazzi carini, a cercare gli amici delle altre classi per mostrare a tutti quanta gente si conosceva. La focaccia costava 500 lire, 800 con le olive e la pizzetta 1000.
C’erano le leggende metropolitane, come quella sul cantante degli Smashing Pumpkins, che da bambino faceva il fratello di Vicky nel telefilm della bambina robot. Tutti lo sapevano e lo raccontavano per esibire le proprie conoscenze in quello che ritenevamo il campo più nobile: la musica, che si conosceva lentamente, un cd alla volta. Ci abbiamo creduto a lungo, per vent’anni, fino a quando internet, con il suo arrivo, ci ha portato via una delle leggende più nostre.

Il Tegolino era ancora quadrato e noi tornavamo da scuola senza fretta, studiando il modo migliore per confessare l’ennesimo 4 e mezzo in matematica.
Passavamo tanto tempo al telefono, anche noi, a parlare per ore con le amiche invece di studiare. Ci eravamo appena viste, ma il richiamo era troppo forte. Si stava seduti per terra, fino all’arrivo del cordless che ci ha permesso di iniziare a nasconderci. Solo il duplex poteva fermarci e a casa mia il duplex c’era eccome e così la nonna poteva controllarmi. Le bastava alzare la cornetta e non sentire niente per capire e poi apriva la porta e mi urlava dal fondo delle scale e io facevo finta di mettere giù ma dopo qualche minuto si ricominciava. Fino alle sei, quando finalmente si usciva. Nessun messaggio per mettersi d’accordo: si andava là, al solito posto – il nostro – dove c’era la compagnia e qualcuno si trovava sempre. Quello era il momento atteso per tutto il lungo giorno.

Si tornava a casa per l’ora di cena e dopo mangiato l’attesa ricominciava e nell’attesa passavamo il tempo più bello, quello che riempivamo con la musica, che ci faceva immaginare, sognare, e i sogni forse sarebbero diventati realtà il giorno successivo, quando tutto sarebbe ripreso nuovamente con i suoi riti, e l’età più bella non poteva finire mai…

Vicky

Vicky e il fratello Jamie nel telefilm “Super Vicky”.