Ortografia

Al liceo non studiavo molto. L’ho detto e scritto tante volte: qui, altrove, l’ho detto persino ai miei alunni… dunque al liceo non studiavo molto, anzi: studiavo proprio poco. La cosa assurda è che, sebbene non studiassi, credevo nella scuola. Non avevo l’arroganza di pensare che la scuola fosse importante, sì, però la vita… era da un’altra parte. Ho sempre riconosciuto il valore dello studio, della cultura e sapevo che sarebbe stato ciò che avrei imparato tra quelle quattro mura a darmi una direzione. Forse è stato questo a salvarmi… o a inguaiarmi, perché studiare non rende felici, tutt’altro. 

Faccio fatica e soffro nel vedere l’arroganza-ignoranza dei miei alunni, che studiano più di quanto facessi io, eppure sono convinti che ciò che davvero conta sia altro, sia fuori dalla scuola: che non guarda al mondo del lavoro, che non usa le “magnifiche tecnologie e progressive”… e mentre loro prendono gli appunti sul computer per prendere poi un bel voto che li farà sentire ancora più bravi, io sto a pensare come un’ingenua anacronistica all’ortografia, alle lettere maiuscole, ai libri, alla parola scritta.

Tra quelle quattro mura sporche, scrostate, scritte con i pennarelli, sono entrata tanti anni fa e non ne sono più uscita e mi piaceva pensarlo.
Ora inizio a pensare che il mio posto non sia più lì…

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Pioggia di novembre

…e venga la pioggia a novembre
a lavarmi i pensieri dal fango e dal mal.

E se, e ma…
mi pare sarà…
eppure non piove e nuvole
non ne vedo di qua…
è una striscia di cielo
non diversa da prima,
solo freddo d’autunno
e bianco color di farina.

Guardo sopra al sesto piano
una goccia e poi l’altra si spiaccica in faccia,
fa un rumore di sveglia
che tintinna sul ferro
di una gronda lontana…

e viene la pioggia a lavare
le macchine in fila,
gli allarmi strillare…
e bagna le aiuole spellate,
le multe stracciate,
il cielo dei bar…

sulla strada di pietra segnata
come panforte di tagli e binari,
piove sulle varesine e gira gira
la giostra senza fine…

Cade sopra i tram che passano lenti,
di ferro e di legno pazienti,
con un occhio solo,
buoni da guardare,
dinosauri in fila ad asciugare…
piove sui pensieri dietro ai fanali
delle tangenziali…

e bagna nei cortili i gerani,
le nere ringhiere,
le lingue straniere,
i viados di Gioia,
la casbah di Buenos Aires,
le edicole accese,
le borse e le spese…

Piove sulle campane
delle pievi romane,
sulle grazie, sui ceri,
sui voti e sui desideri.

Cade sopra i piedi dei bambini
che ci sono ma non li vedi,
sugli ortomercati
dentro i fabbricati,
sopra le collette di spicci e sigarette,
su uomini e su cani
e piove sulle urla dei villani…

sul cimitero monumentale,
sugli attacchini, sugli spazzini,
sulle chiese dei filippini,
sui tavolini dei baracchini,
sui gatti tristi dentro i cortili,
sulle collane degli abusivi,
sul padiglione degli infettivi,
sopra i germani dentro i navigli…

sui treni caldi dei pendolari,
sopra i silenzi dei tassinari,
sulle africane per mezzo ai viali,
sopra i parenti negli ospedali
e piove stasera anche sul chiuso della galera…

e venga la pioggia a novembre
a lavarmi i pensieri dal fango e dal mal.

(V. Capossela, Il ballo di San Vito, 1996)

Niqab

C’è una donna che porta il niqab. La vedo andando al lavoro dal finestrino dell’auto. Alle otto del mattino sul marciapiede, i bambini che corrono avanti e indietro tornando a lei. Quando sono in ritardo, la vedo rincasare, nero fantasma dall’invisibile vita.

Ieri stava ferma sull’angolo, un’altra figura davanti a lei: un’altra donna venuta dall’Islam – un’amica? una parente? Chi mai me lo dirà? Indossava un normalissimo hijab dai colori un po’ spenti.
La fila delle auto scorreva lenta e lenta mi avvicinavo a quel dialogo lontano. Poi all’improvviso un gesto – non so da chi delle due sia partito – e il quadro era mutato: le due donne si tenevano ora per mano. Le braccia tese tra i corpi distanti a unirli con tenerezza, con solidarietà. Così pensavo guardandole… un gesto di solidarietà.

In coda alle altre auto passo accanto a loro, al saluto che le riporterà dentro casa, ognuna ad abitare la propria solitudine. La donna con l’hijab prende la via laterale, quella col niqab procede lungo la strada, insieme a me. Le sono accanto… le resto accanto per un po’, finché la fila ritorna a scorrere portandomi via.

M. Rothko, “Untitled (black on grey)”, 1969

Cercavo Virginia Woolf

Ci sono tanti modi per scegliere un libro aggirandosi tra gli scaffali gremiti di un libreria. Si ascoltano i suggerimenti che vibrano nell’aria, i consigli dei librai; si seguono le ispirazioni peregrine che ci hanno condotti fuori casa. O forse no.

Io, quando esco, so già cosa voglio, ho in mente una lista di almeno quattro o cinque titoli che mi chiamano da un po’. Quello che sarà presente all’appello tornerà a casa con me. Tuttavia è facile che qualcun altro si aggiunga furtivo nel sacchetto… come resistere ai cromatismi di alcune copertine? O alle quarte di copertina, che con poche, calibrate parole sanno catturare tipi come me? Sono vulnerabile ai richiami delle parole e non voglio guarire. Penso di sapere come scegliere, ma alla fine sono i libri che scelgono me. Si fanno trovare al posto giusto, sotto il raggio del mio sguardo fuggitivo che si ferma.

Da un po’ mi sono innamorata dei libri usati; mi piace tornare a casa con un libro che ha una storia alle spalle, una vita precedente a quella che sta iniziando insieme a me. Un libro che non posso avere in mente prima di incontrarlo, perché non so nemmeno che esiste. Un libro che non saranno la trama o l’autore o un’amica a farmelo scoprire. Un libro che sa raccontare qualcosa di unico prima ancora di lasciarsi leggere.

Cercavo Virginia Woolf tra gli scaffali di un Libraccio, dove i libri nuovi si mischiano agli usati senza distinzioni di classe. Cercavo Virginia Woolf e la immaginavo al faro, in compagnia della Signora Dalloway; o chiusa nella sua stanza tutta per sé. Non immaginavo che l’avrei trovata insieme al cane di Madamigella Barrett. Non sapevo che aveva delle parole scritte solo per me e per nessun altro lettore. Come potevo deluderle? Lei, Elizabeth e Flush e Lukino e Lucone e soprattutto quelle parole?

Flush conosceva ciò che agli uomini non è mai dato conoscere –
l’amore puro, l’amore semplice, l’amore assoluto;
l’amore che nella sua gioia non conosce angustie; che non ha pudori; né rimorsi;
che ora è qui, e ora è scomparso, come l’ape sul fiore è qui e subito dopo è sparita…

(V. Woolf, Flush. Biografia di un cane, 1933)

Prematuramente morto

Si è palesato il primo giorno di liceo. Alto, magro, in giacca e cravatta. Con i capelli cortissimi e gli occhialini ovali che nascondevano due occhi vitrei. Il classico professore di liceo, avevo pensato.
Ci aveva terrorizzati subito, o almeno aveva terrorizzato me. Si era messo a parlare, non saprei dire di cosa e nemmeno allora sapevo dirlo. Ogni tanto si fermava e chiedeva a qualcuno cosa avesse detto poco prima, cosa c’era “a monte” di ciò che stava dicendo. Continuava a ripeterlo, “a monte”, in modo ossessivo; e ogni interpellato rispondeva e lui appariva soddisfatto e io invece non capivo niente. Oggi mi domando se davvero le risposte dei miei compagni fossero corrette…

Il professor Servida ci insegnava tutto: italiano, latino, storia e geografia; anche se quell’anno di geografia abbiamo fatto solo l’Intifada. Un anno intero su una scheda di approfondimento. Che coraggio! Come al solito io non capivo perché, ma come al solito lui aveva ragione.
Lo amavo. Era lui il nostro professore: quello che avrebbe lasciato il segno, quello che ci insegnava cose nobili come il latino, quello che ci prendeva in giro e chissà quante volte non ce ne siamo accorti… quello che da dietro l’apparenza distinta tirava fuori all’improvviso inaspettate bizzarrie:

Le ochette del pantano
vanno piano piano piano.
Una indietro l’altra avanti,
tutte in fila come fanti.

Io andavo bene nelle sue materie, ma per molti era un incubo. Le lezioni non erano facili da seguire, perché erano sempre piene di parentesi che lui apriva in continuazione una dentro l’altra e non sempre poi ne usciva. O forse sì, ma io non me ne accorgevo… il suo meglio lo dava in storia.
Davanti ad alcuni errori si arrabbiava moltissimo, oppure assegnava imbarazzanti punizioni. Chi sbagliava in latino doveva imparare a memoria una preghiera per la lezione successiva e il poveretto, dopo aver preso il suo bel 4, nel pomeriggio doveva anche cercare l’Ave Maria o il Pater Noster, impararlo a memoria (ovviamente in latino) e recitarlo alla lezione successiva, di fronte agli astanti. Una volta assegnò dei disegni. Qualcuno non aveva saputo declinare correttamente nome e aggettivo e così il prof. scelse delle coppie di termini dal libro, che i malcapitati avrebbero dovuto interpretare in un disegno da appendere in classe con tanto di declinazione (possibilmente corretta). La mia compagna di banco si ritrovò con l’oca sacra e disegnò un’oca con l’aureola che declamava: oca sacra, ocae sacrae, ocae sacrae, ocam sacram e via dicendo…

Non c’era nulla di ordinario nel suo modo di fare e di insegnare. Le interrogazioni (che non erano interrogazioni ma “specie di lotte a coltello nelle quali lui si doveva svenare per riuscire a estorcerci qualcosa”) duravano ore. Chiamava sempre quattro persone, una sola delle quali tornava al posto con il voto meritato, un’altra con un voto insufficiente, la terza con un + qualunque cosa avesse detto e l’ultima se ne stava seduta per tutto il tempo in angosciosa attesa di una domanda inintelligibile che poi non sarebbe arrivata. Ad alcuni maschi dava del “lei” e a noi ragazze a volte pettinava i capelli mentre ci interrogava, e noi dovevamo riuscire a rispondere non solo bene ma anche rimanendo serie!

È stato lui a insegnarmi a scrivere, attraverso le annotazioni che apponeva con la sua grafia minuta accanto alle mie parole. Ed è stato lui a insegnarmi a correggere. “Grandi alberi in una giornata di luce” fu il primo tema che ci assegnò. Sono anni che sogno di proporre questa traccia ai miei studenti, ma non ho mai trovato la classe adatta.

La verifica più temuta era il compitino di vocaboli. Il prof. lo chiamava “un bel piattone di vocaboli”. Le altre classi avevano chi il lessico della guerra, chi il lessico delle versioni tradotte come compito a casa… Quando gli chiedemmo su quale ambito lessicale verteva il compitino, ci rispose: “Beh… sul vocabolario”. E che domande, no? Oltretutto il vocabolario ce l’aveva pure fatto schedare. Seguendo l’ordine alfabetico aveva assegnato a ognuno di noi una lettera, che avremmo dovuto percorrere per intero selezionando i lemmi che ci sembravano più significativi e riportarli con definizione e traduzione sul quaderno. A me era capitata la “x” e francamente non capivo perché ai miei compagni sembrasse un lavoro tanto complicato!
Il giorno del compitino eravamo in spasmodica attesa sui banchi. Mancavano pochi secondi alla dettatura, ma non riuscivamo ad aspettare, dovevamo sapere quali assurdi vocaboli il prof. aveva messo nel nostro bel piattone e quindi glielo domandammo… un’anticipazione… così, giusto per farci un’idea:

          ‒ Che vocaboli ci ha messo, prof.?
          ‒ Vocaboli normali.
          ‒ Tipo?
          ‒ Tipo… prematuramente morto.

Appunto: vocaboli normalissimi…

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Le mani dei nonni

Ero bambino, quando mi morì il nonno, che era uno scultore di valore […] Costruiva giocattoli per noi e aveva fatto un milione di cose buone in vita sua. Era un uomo che aveva sempre le mani in moto per fare qualche cosa […] Spesso penso a tutte le meravigliose sculture che non hanno visto la luce a causa della sua morte. Quante celie e parole divertenti mancano al mondo e quanti piccioni nidificano nelle case i quali non sono mai stati toccati dalle sue mani! Mio nonno aveva foggiato il mondo. Aveva dato delle cose al mondo. E il mondo è stato truffato di dieci milioni di bellissime azioni la notte in cui mio nonno passò a miglior vita.
(R. Bradbury, Fahrenheit 451, 1953)

Le mani dei nonni sono mani abili, esperte. Sono mani che sanno aggiustare, perché un tempo, quando le cose si rompevano o rovinavano, non venivano buttate via, ma salvate da mani sapienti. Non so quante calze siano state rammendate dalle mani della nonna. Da piccola le guardavo ammirata, mentre si muovevano veloci e sicure intorno all’uovo di legno.
Le mani della nonna facevano tante cose, tutte diverse. Se la cerniera di qualche borsa non scorreva bene, ci pensava lei con la paraffina. Quando la permanente della mamma iniziava a scendere, la risollevava con i bigodini. Aveva anche comprato il casco, che montava e smontava all’occorrenza. Ci ha messo anche me una volta sotto il casco, dopo avere passato un’ora a sistemarmi i bigodini perché volevo i capelli mossi. E quanto si è arrabbiata quando, tolto tutto l’ambaradan, i miei capelli sono ritornati belli dritti come sono sempre stati! Quante volte invece io non sapevo fare qualcosa e lei interveniva, dicendo: «Dà chì a mì, che te see bonna de faa negott» e sistemava tutto.
Le mani della nonna erano poi uniche e speciali a lavorare a maglia. Sono nati così tanti dei miei vestiti: maglioni, magliette, gonne, cappelli, sciarpe… e le coperte che mi scaldavano nei lunghi inverni. Una volta le ho chiesto di farmi dei guanti di lana e quando l’ho vista con cinque aghi in mano, uno per ogni dito, sono rimasta senza parole! Non era una sarta, ma sapeva comunque tagliare e cucire. Lavorava anche all’uncinetto e aveva provato a insegnarmi, ma non sono mai riuscita ad andare oltre la “catenella”.

Oggi guardo i centrini sotto i soprammobili, le coperte patchwork che ancora mi riscaldano e le presine colorate che stanno appese nella mia cucina. Non le avevo mai viste prima di cambiare casa. Preparando il trasloco, sono stata investita dalle meraviglie realizzate dalle sue mani in più di settant’anni. C’erano scatoloni pieni, armadi pieni, e io non sapevo cosa scegliere. Quando ho visto le presine, però, non ho avuto dubbi: le ho prese tutte; e scommetto che, se le avessi viste da bambina, sarei tornata di nascosto ad ammirarle per ore, immaginando chissà quali storie e fantasie: tra la farfalla e la tartaruga, la coccinella che incontra il pinguino, il gallo che si sposa con l’oca e perde l’orologio… le stesse che posso inventare oggi: e la mia casa diventa più bella grazie a lei.

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Luna calante

Non so quando abbia cominciato a calare, ma a un certo punto dev’essere successo.

L’inizio dell’università fu difficile. Ero completamente disorientata. Lettere era diversa dagli altri corsi di laurea, scelti dalle mie amiche. Non c’erano le materie del primo, del secondo anno. Potevi fare quello che volevi, darli quando volevi gli esami, che per altro sceglievi quasi sempre e nonostante fondamentali, di indirizzo e per poter insegnare quelli veramente obbligatori erano solo tre. Tutta questa libertà non era gestibile, mi agitava. Per fortuna trovai nuove lune sul mio percorso e le seguii come i naviganti con le stelle.
Storia della musica e drammaturgia musicale mi precipitarono nuovamente nel Romanticismo, tra la musica di Schubert da una parte e la follia d’amore nell’opera dell’Ottocento dall’altra. Non mi sembrava neanche di studiare: semplicemente leggevo dei libri e dei saggi meravigliosi. La luna di Schubert mi aveva riportato un Lied che avevo studiato per il corso di canto corale alla scuola di musica e che, siccome mi piaceva molto, avevo anche imparato al pianoforte: Der Leiermann (l’uomo con l’organetto). Parla di un uomo che suona la ghironda per strada nel freddo dell’inverno e non viene ascoltato da nessuno, ma lui continua ineluttabilmente a suonare.

Schubert portò anche molto altro, come le poesie su cui aveva musicato alcuni Lieder e soprattutto la “Fantasia in fa min. per pianoforte a quattro mani”, scritta per la contessina Karoline Estherázy. La luna continuava a rimanere piena…

https://www.youtube.com/watch?v=v6VK-Fl2YC4
(Dura venti minuti, ma se avete tempo, ascoltatela davvero: è unica)

La luna è tuttavia mutevole per natura e così tutto mutò, improvvisamente. Fu un libro, inaspettato, a cambiare per sempre il mio modo di vedere: L’estetica musicale, di Enrico Fubini. Avevo scoperto un modo diverso, inedito, di leggere la musica e l’arte e decisi di cambiare anch’io: e dall’indirizzo di musicologia passai a quello di estetica.

Riordino appunti e fotocopie di saggi e testi vari e vedo come il mutamento sia poi progredito con rapidità. Preparai altri esami, incontrai nuovi professori e nuovi libri e la luna iniziò ad assumere un aspetto diverso, che al liceo non volevo vedere.
Fu prima Leopardi (inaspettatamente) che mi insegnò a vedere la luna come oggetto fisico. La Storia dell’astronomia e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi ci dicono che è dalla conoscenza scientifica, salda e approfondita, che nasce l’oggetto poetico. Poi venne Calvino e con Calvino la luna non era più la stessa…

Fino a qui tuttavia la luna non ha smesso di essere presente nella mia vita, con le sue vesti sempre diverse. Quando ha cominciato a calare? Non lo so. Ma a un certo punto è successo, perché per molti anni non c’è stata. Me ne sono accorta una settimana fa, guardando la sua eclissi, e ho desiderato finalmente che tornasse…

Luna piena

…e la luna infatti, senza accorgermene, la portai con me.

Iniziava allora l’ultimo anno di liceo e diverse materie si aprirono con un argomento che mi chiamò da subito, il Romanticismo. Il sentimento come nuova chiave di lettura dell’arte e del mondo, la cultura notturna, l’anelito all’infinito mi catturarono senza darmi possibilità di difesa. Sembrava che tutto ruotasse intorno a un unico perno, che congiungeva me a un’epoca lontana nella quale solo per errore o per caso non ero nata.
All’inizio fu Jacopo Ortis a dirmi qualcosa: «Chi abbandonò i suoi diletti, le sue speranze, i suoi inganni, i suoi stessi dolori senza lasciar dietro a sé un desiderio, un sospiro, uno sguardo?». Poi le stesse parole cominciarono a riecheggiare ovunque: nel canto della Solitary Reaper, nel fiore azzurro di Enrico di Ofterdingen, nelle poesie e tra le note dei miei interlocutori quotidiani: Leopardi e Chopin. Il poeta dell’infinito e il compositore dei notturni all’improvviso divennero degli amici in carne ed ossa, ai quali guardare continuamente, coi quali ragionare quando delle sere io solea passar gran parte mirando il cielo… e tutto ciò che ero ed ero stata iniziava a convergere e ad assumere una forma: la forma della luna.

La portavo al collo, letteralmente.
Fin da ragazzina ho amato i ciondoli come l’unico gioiello che abbia un significato, in grado di dire qualcosa. Di ciondoli ne ho avuti tanti, a forma di cuore, di stella, di cerchio… Da quando avevo tredici anni non sono mai uscita di casa senza un ciondolo al collo. La mattina prima di partire, dopo essere stata a cercare invano la luna sugli scogli, me ne andai in centro. In un negozietto minuscolo tra i caruggi una luna blu di lapis se ne stava solitaria, in attesa. L’avevo già notata qualche sera prima e sapevo che non sarei tornata a casa senza averla portata via.
Appesa a una catenina d’argento, la indossavo ogni giorno. Era il simbolo di tutto ciò che in quel momento mi rappresentava.
Vivevo di notte, ascoltando Chopin e leggendo le sue lettere; di giorno pensavo ai poeti, trascrivevo versi, li imprimevo nella memoria dalla quale non sono mai dileguati. Era luna piena e io una sua ancella fedele.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sì pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia…

Tra i sentimenti prediletti dai romantici – inquietudine, disperazione, malinconia – io abitavo perennemente la malinconia, sollievo e tristezza insieme. È forse male sentirsi malinconici? Eppure, è quasi piacevole…
La malinconia romantica, come tutto il Romanticismo, non poteva essere descritta che attraverso la musica, regina delle arti, la sola che non ha bisogno di intermediari per arrivare al cuore, l’organo del sentimento. La malinconia romantica è tutta qui, in pochissime note di pianoforte:

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Dal minuto 1:05 dell’esecuzione di Pollini (qui)

Mi accorgo ora che dei romantici qualcosa mi mancava, la disperazione. La luna rimaneva piena per me e pieno fu quell’anno.
Alla maturità portai una tesina che metteva insieme e riordinava le poesie amate, le notti a scrutare il cielo… e tutte le note di Chopin. Anche nel tema riuscii a far confluire qualcosa, perché la traccia parlava di Leopardi.
A settembre finalmente mi iscrissi all’università, ignara che nel nuovo cielo smisurato che si apriva sopra di me avrei presto intravisto altre lune…

Luna crescente

Fine agosto, fine delle vacanze. I miei diciotto anni mi avevano riportata un’altra volta al mare con la mamma e la nonna. All’albergo ero rimasta l’unica di quell’età e lentamente era arrivato il primo sabato, il primo cambio tra quelli che vanno e quelli che arrivano.

Uscivo dalla porticina sul retro, rapida, diretta alla spiaggia; ma qualcosa di inaspettato mi arrestò, imponendomi di tornare indietro. Non poteva essere, mi ero sbagliata: per forza! Rientrai e nell’atrio vidi subito che invece era vero, era lui. Erano cinque anni che non lo vedevo, che non era più tornato: e invece si trovava lì, con i genitori e il fratello più piccolo e la sorellina. Aveva quasi vent’anni, che ci faceva lì? Ora non ricordo come ci salutammo, ricordo solo come ci eravamo salutati cinque anni prima, sul cancello del cortile, quando lui era partito con un paio di giorni d’anticipo perché aveva un esame a settembre e io lo prendevo in giro. Ero una bambina e lui solo qualcosa di più. Forse pensavo a questo in attesa che mi vedesse e magari ci aggiungevo le immagini di una indimenticabile storia estiva. L’immagine che ci avrebbe accompagnati tutte le sere sul lungomare e tra gli scogli non potevo ancora vederla, invece.
Nel tempo dilatato delle giornate di mare quell’immagine sarebbe comparsa gradualmente, in un crescendo di intensità e di argento.
Di giorno si andava alla spiaggia, si stava in veranda in albergo, il mare e il cielo erano due cose distinte. La sera tutto era blu e su quel blu brillava regina la luna. Non so come accadde, ma iniziammo a parlare di lei, a cercarla nel cielo e riflessa nel mare, ad avvicinarci sempre di più.
La mattina della partenza ero tornata a cercarla da sola per portarla con me, almeno lei. Il cielo era rosa e la luna un vago ricordo.
Mi prese le nostalgia, come già altre volte, e passavo le serate ascoltando Beethoven.

Era luna crescente, il preludio che stavo vivendo…

Luna nuova

Per la Prima Comunione il regalo era l’orologio d’oro. Il regalo era l’orologio d’oro per tutti i bambini cattolici di questa terra, così riteneva mia nonna e così naturalmente doveva essere per me.

Avevo nove anni compiuti e l’idea di avere un orologio d’oro non mi dispiaceva, tutt’altro! Ricordo il giorno in cui lo comprammo.
Come al solito eravamo andati dal rivenditore di fiducia, che altri non ne potevano esistere. Dico “rivenditore” perché non si trattava di un negozio, ma di una casa, dove c’era una stanza più o meno come le altre, credo – e piuttosto in disordine. Stava al piano terra o in una specie di seminterrato; noi eravamo sedute a un tavolino e dall’altra parte c’erano dei signori anziani che ci mostravano la merce. Gli orologi prescelti erano quattro e stavano disposti davanti ai miei occhi in ordine di prezzo. I primi tre non li ricordo, ma dovevano essere tutti uguali, perché l’unico che ricordo bene aveva una caratteristica che gli altri non possedevano e che ai miei occhi lo rendeva irresistibile: il lunario. L’ultimo orologio, il più costoso, aveva il lunario e quella parola insieme a quel marchingegno quasi arcano mi attiravano nella sua orbita in un modo invincibile. Avevo timore a dire che mi piaceva quello, perché costava più degli altri, ma non riuscivo a dire che me ne piacesse uno diverso. Non so come accadde, non ricordo bene: forse la nonna intuì e mi disse: «Ti piace questo?» e io forse annuii… comunque all’improvviso il mio orologio fu quello.

Aveva il cinturino bianco, adatto a una bambina, e lo indossai la prima volta il giorno della Comunione. Mi piaceva guardare il cielo con la luna e i puntini delle stelle che gravitavano sul quadrante del mio piccolo orologio.
Era, allora, solo luna nuova, l’inizio di un’attrazione che
sarebbe durata a lungo…