Cosimo?

– Cosimo? Cosimo? Dove sei?
– Cosimo?

Io chiamavo, chiamavo, ma Cosimo non usciva.
Lo sapevo che era lì, sopra di me, ben nascosto tra il fogliame fitto e intricato, che lasciava intravedere soltanto a sprazzi qua e là lampi azzurri di cielo.
Ma Cosimo non rispondeva.
Troppo intento alle scoperte quotidiane, o troppo incline oramai alla distanza, frapposta un giorno tra sé e il mondo.
Lo sentivo muoversi sopra la mia testa; se stavo sul balcone, sembrava a un passo e mi illudevo di poterlo scorgere lì, accanto a me, magari con un libro.
Eppure ogni volta che mi sporgevo per vederlo, che mi alzavo in punta di piedi, lui era già fuggito via… troppo rapido e leggero per lasciarsi afferrare.
Allora lo chiamavo; ma mai una volta mi ha risposto. Lo immaginavo, ché oramai non potevo fare altro, incredula quasi della sua presenza. Eppure i segnali del suo passaggio erano sparsi ovunque: un’incisione sulla corteccia, una tana per gli amici dell’aria, una conchiglia caduta a terra dopo un viaggio fino al mare.
Lo so, potevano non essere opera sua: forse del professor Mario o – chissà? – di Adamo. Ma oggi è solo Cosimo ad abitare il parco della villa. Nessun altro è rimasto a occuparsene.
Quest’estate sono passata a cercarlo, a vedere con i miei occhi il luogo dove è nato. Ho vissuto con lui qualche giorno, nell’intrico di linfa che lentamente ha dato forma alla mente del suo autore.
Ho visto Sanremo e il mare dall’alto; ho guardato “in giù”, dove il mondo comincia. Ho atteso la sera e le notti dell’UNPA.
Nel parco della villa Meridiana, dove mondo scritto e non scritto si incontrano e intersecano, e non si distinguono più…


Questo slideshow richiede JavaScript.

Afghanistan

Afghanistan. Quand’ero piccola, questo nome mi faceva sognare. 
Sfogliavo l’atlante, seduta sul tappeto, e mi perdevo dentro suoni lontani. Guardavo anche le immagini e le cartine, ma più di tutto in un luogo era il nome ad attirarmi. Afghanistan mi piaceva. Suonava una melodia lievemente malinconica, come tutte le parole sdrucciole; e portava la promessa di un fascino esotico e lontano. Era luminosa, come lo sono le parole con tante A.
La mamma mi diceva che non era un bel posto, l’Afghanistan, ma io non ci credevo. Certo, non aveva il mare, ma – a parte questo – continuava ad affascinarmi.
I bambini tuttavia si stancano in fretta e anch’io voltai lo sguardo altrove. Poi un giorno quel nome me lo ritrovai di nuovo sotto gli occhi, in un libro: Il mosaico del mondo.
Era tra i testi dell’esame di geografia all’università. Uno di quei libri che per gli altri studenti erano inutili: all’esame chi l’avrebbe chiesto un testo simile? Io mi ci perdevo. Era il resoconto dei mille viaggi del professor Corna Pellegrini, che di ogni paese – praticamente tutti – tracciava un piccolo affresco. All’Afghanistan aveva dedicato una paginetta, non di più; e oggi custodisco il ricordo preciso di quando la leggevo. Non è tanto il ricordo di cosa dicesse, quanto il ricordo di quel momento. Seduta sul letto, in camera mia.
Erano i primi anni 2000 e c’era già stato l’11 settembre. Il libro risaliva a pochi anni prima. L’Afghanistan era stato, in un passato che sembrava mitico nelle parole del professore, una terra bellissima, piena di laghi trasparenti. Poi cos’era successo? Era arrivata la guerra – le guerre – e ne avevano fatto un deserto.
Rileggo oggi, dopo tanti anni, quella pagina e mi stupisco di come i laghi che ricordavo trasparenti erano invece azzurrissimi. Poco cambia in fondo, perché tanto oramai in quegli specchi nessuno guarda più…

Foto di Steve Mc Curry

25 luglio

Il 25 luglio 1943 era domenica, come oggi. Cosa fosse successo nella notte l’Italia non lo poteva immaginare, ma l’avrebbe saputo a breve: i contadini si alzano presto, anche la domenica. Contadini erano i Cervi, come la maggior parte degli abitanti della “Bassa” e come ancora una bella fetta del Paese. Si trovavano infatti nei campi quando la notizia arrivò e la gioia non la si poteva contenere, non si doveva. Bisognava festeggiare.

Dove si trovasse mio nonno quel giorno, invece non lo so. Ma so che anche lui aveva un motivo per festeggiare. Renato Scurati, classe 1924, quel giorno compiva 19 anni: l’età giusta per fare il partigiano. Anche gli Scurati erano contadini. Venivano da Nova, alle porte di Milano. Fu il bisnonno Angelo a spostarsi a Desio e a inaugurare la stagione della fabbrica.
Dove si trovasse l’altro mio nonno, Felice, lo so bene. Più anziano di pochi anni era dovuto partire per la guerra: destinazione Grecia. Spostamenti vari e problemi di salute l’avevano riportato in Italia e il 7 marzo del ’43 veniva assegnato al campo per prigionieri di guerra di Cairo Montenotte, in Liguria. Negli stessi giorni il campo stava cambiando faccia e diventava un campo per “allogeni” slavi.
Come si sia svegliato quel 25 luglio mio nonno non lo so e neanche come l’altro nonno abbia ricevuto la notizia. So solo cosa successe dopo, dopo l’8 di settembre: Felice fu catturato dai tedeschi, a Tortona, mentre cercava di tornare a casa; Renato prese il fucile e seguì i partigiani. A Desio operava la 119^ Brigata SAP.
Poi, finalmente, il 25 aprile: Renato era di stanza in Villa Tittoni-Traversi, strappata ai fascisti dopo azioni varie per requisire armi e vettovagliamento; Felice invece era ancora in Germania. In quei giorni i Russi liberavano il suo campo, ma lui a casa sarebbe rientrato a settembre. Avrebbe potuto tornare subito, dopo la cattura. Gli sarebbe bastato firmare per la Repubblica di Salò, ma non lo fece. Come l’86% dei soldati deportati e trasformati in I.M.I. da Hitler – con l’appoggio di quello che si faceva chiamare il duce – partecipò all’ “altra Resistenza”.

Cosa stavano facendo i miei nonni quel 25 luglio purtroppo non lo so, ma mi piace immaginare che, mentre i Cervi festeggiavano offrendo la pastasciutta a tutto il paese, Renato e Felice stavano già maturando le loro decisioni…

La mafia dentro casa

Francesca Morvillo e Giovanni Falcone

Ero in terza media, quando la mafia fece saltare in aria il giudice Falcone con la moglie e gli uomini della scorta.
La mafia per noi ragazzini del Nord avanzato e industrializzato era una parola, una cosa lontanissima, come la Sicilia. Non era cosa nostra.
Quell’attentato la fece piombare all’improvviso nel nostro vissuto. Ma forse nemmeno ce ne saremmo accorti se la scuola in quell’occasione non si fosse fermata.
Noi non avevamo la Giornata della Memoria, le giornate mondiali internazionali galattiche universali di qualunque cosa. Andavamo a scuola al mattino e facevamo i compiti al pomeriggio. E tutto sembrava finire lì.
Poi arrivò il 23 maggio 1992.
I giorni che seguirono furono dedicati unicamente a quanto era successo ed era la prima volta.
Anch’io partecipai a quei giorni. Con altri ragazzi considerati “meritevoli” fui mandata a leggere il mio tema in aula magna, che prima d’allora non era mai stata aperta. Ero molto orgogliosa di essere lì, ma non avevo capito cos’era successo. Tutto continuava a rimanere lontano e io non ero certo una bambina più sensibile di altri.
Una manciata d’anni più tardi il mio rispettabile comune del Nord avanzato e progredito venne commissariato per infiltrazioni mafiose.
Chissà da quanto tempo la mafia ce l’avevamo dentro casa…

La porta accanto: recensione

Ecco la prima recensione del mio libro. L’autore è un ragazzo di vent’anni, che ha saputo arrivare al cuore del romanzo e l’ha restituito con poche, bellissime, efficaci parole.
Grazie di cuore a Emmanuel Beccarelli, mio primo “fan”, e a voi buona lettura: della sua recensione e del mio libro.

Il libro di Alessandra Scurati, La porta accanto, è un viaggio che si dirama in tre direzioni: nella mente della protagonista Alida, una studentessa di lettere in procinto di laurearsi, nei versi di Alda Merini, una delle voci più autorevoli… Continua a leggere → L’articolo Una recensione per ‘La porta accanto’ proviene da Il Blog…

Una recensione per ‘La porta accanto’ — Il Blog di Pentagora

Il cappello

Questo cappello l’ha fatto la mia nonna quand’ero bambina, e siccome ho la testa piccola mi va ancora bene.
L’ho messo anche il giorno del suo funerale, un giorno freddissimo. E mi sono chiesta se gli anziani muoiono in inverno perché fa tanto freddo.
La nonna aveva sempre freddo. Forse per questo mi ha fatto tanti maglioni e sciarpe, e una volta persino i guanti. Usava cinque aghi, uno per ogni dito, e io la guardavo stupita.
Al liceo mi disegnavo i vestiti. La nonna, tra mille imprecazioni, li confezionava. Le gonne erano sempre troppo corte e le magliette! “L’è minga una maia! L’è un ciapparatt!”. Però me li faceva lo stesso.
Li conservo tutti, anche se non ho più l’età per metterli. Tranne il cappello.
E con il cappello in testa, almeno in inverno, non sento freddo.

Le foto

Non amo fare le foto, perché non vengo bene. Me ne accorsi in quinta elementare.
Al compleanno di un compagno di classe feci una foto con l’amica del cuore. Non mi sforzai di sorridere, rimasi naturale. Nel risultato le mie labbra avevano assunto una forma arcuata marcatamente all’in giù. Da quel momento in tutte le foto iniziai a sorridere in modo esagerato, pensando che, arcuando le labbra verso l’alto, sarei uscita dritta. Niente da fare.
Al compleanno dei tredici me ne fregai e mi lasciai fotografare con disinvoltura. Uscii così brutta, ma così brutta che smisi di farmi immortalare. Dai tredici ai diciassette anni quasi non ho foto.
Per un breve periodo ci ricascai, complici il fidanzato e le uscite con gli amici, ma senza risultati apprezzabili.
Dopo i venti, e dopo Walter Benjamin, smisi di nuovo e definitivamente, salvo rovinare con facce scocciate (e orrende) l’album di famiglia.
Oggi, come potete vedere, mi sono riconciliata con la mia immagine riprodotta tecnicamente e, di spalle, devo dire che vengo benissimo.

Felice anno nuovo

Lo so che è stato un anno terribile, per il mondo e per tantissime persone nel mondo, ma per me è stato l’anno in cui è finalmente uscito il mio libro. L’anno in cui ho realizzato un sogno. Ma non solo. Il 2020 mi ha anche portato nuove persone meravigliose e ne ha riportate altre inaspettatamente dal passato. E mi dispiace dirlo con un velo di tristezza. Ho anche ritrovato alcune cose che sembravano perdute, come la Valsesia, dove sono ritornata dopo molto tempo. E come l’emozione di scrivere una lettera, a mano.

Che il 2021 sia però decisamente meglio: per me, per voi e per il mondo.

Felice anno nuovo.

Le parole della nonna

La nonna usava altre parole per indicare le cose.
Non diceva mai portafoglio, ma sempre borsellino. Per la verità di solito diceva bursin, in dialetto; ma quando parlava in italiano usava altre parole.
Non passava dal corridoio, ma per l’anticamera; e a casa sua l’acqua è sempre stata frizzante, mai gassata, e si formava sotto i miei occhi versando una bustina magica dentro la bottiglia.
L’ambulanza era l’autolettiga, il telecomando il pulsante e la lavatrice la macchina. Credo di averle sentito dire persino cinematografo.   
Alcune erano parole della sua epoca, altre le sue soluzioni per i tempi che stavano cambiando e portavano nuove cose dentro casa.
Io mi stupivo a volte, ma altre volte no perché quelle parole erano anche mie.
E oggi che la nonna non c’è più mi ritrovo a cercarle, a tentare di trattenerle, di riportarle indietro. Come se insieme alle parole potessi portare indietro il tempo.

Per Alda Merini

“…a me sembrava strano vederla subito in faccia quella donna, la poetessa. Ero abituata a conoscere gli autori attraverso le opere, incontrandone lo sguardo soltanto dopo, magari con anni di ritardo. I loro volti me li trovavo di fronte solo per caso e mi apparivano sempre diversi da come li avevo immaginati, lontani dai pensieri che nascondevano e io conoscevo per averli letti e sviscerati. Non erano loro gli autori delle poesie, gli autori non avevano volto.
Alda Merini invece era lì, davanti a me, e non mi guardava. Il suo sguardo era diretto da un’altra parte, oltrepassava l’osservatore e chissà quanto poteva arrivare lontano… La sigaretta accesa e appena iniziata tra le dita, un anello vistoso e un grosso braccialetto in primo piano e una collana, semplice, forse di perle, forse finte. Non si capiva se fosse truccata, ma le labbra erano molto scure, magari con un po’ di rossetto. Non sorrideva, non era in posa, non viveva per gli altri. Eppure era presente, apparteneva a questa terra, la stessa in cui, prosaicamente, vivevo anch’io. Nemmeno l’effetto del bianco e nero riusciva a relegarla nell’eternità in cui vivono i poeti: era viva, si vedeva. E aveva sofferto”.

Alessandra Scurati, La porta accanto, Pentagora.

Avevo circa vent’anni quando mi trovai per la prima volta un tuo libro tra le mani. Non sapevo chi fossi, abituata soltanto ai poeti morti, quelli della scuola. Tu invece eri viva. E scrivevi. Non lontana da me e da quella libreria vicino al Duomo. Era il 1997.
Il tuo libro quel giorno ‒ te lo dico con franchezza, come piace a te ‒ non mi convinse: preferii rifugiarmi tra versi già noti, di Emily Dickinson o Emily Brontë, non ricordo. Ricordo però quel primo ‘non incontro’ con te. Mai avrei potuto immaginare che molti anni dopo ti avrei messa nel
mio libro.
Sono passati tanti anni da allora e anche da quel primo di novembre che ti portò via da questa terra. E ora, che non ci sei più, ti ho finalmente incontrata.

Lo stesso articolo è pubblicato sul blog della casa editrice: qui.
Il libro è acquistabile sul sito della casa editrice senza pagare le spese di spedizione: qui.

L’immagine è una foto di G. Grittini, fotografo ufficiale di Alda Merini, per la copertina del libro.