La sorella cinese (1)

La bisnonna Natalina diceva che era una moda: quelle di Nova andavano “a suora”. Così sua cognata e tutte le cugine della cognata. Due scelsero le suore dell’Immacolata Concezione di Ivrea, mentre le altre si arruolarono tra le madri Canossiane di Pavia. Solo l’ultima, la più giovane, non portò a termine l’impresa: dopo un periodo di malattia, le suore la rispedirono a casa sollecitandola a rimanervi, perché troppo fragile per affrontare le difficoltà della vita da religiosa.

Che andare a suora potesse essere una moda oggi suona molto strano, figuriamoci a chi, dopo anni trascorsi tra le ipocrisie della parrocchia, si è allontanata dalla religione e da tutto ciò che la ricorda. A pensarci bene, però, in un’epoca in cui per le donne non c’erano spazi di libertà, quella poteva rappresentare una scelta personale, svincolata dall’obbligo del matrimonio e della maternità, o della cura della famiglia cui si trovava costretta chi rimaneva zitella. Le suore ‒ sebbene non fosse per tutte così e bisogna ricordarlo ‒ sceglievano di indossare l’abito monacale, di dedicarsi agli altri, di allontanarsi dalla famiglia d’origine e, in alcuni casi, di vedere il mondo…

Era la sera del 16 ottobre 1912 e tutto era pronto per la partenza: i bauli, l’abito da viaggio, la trepidazione. Le sorelle erano visibilmente emozionate: tutte molto giovani, si rendevano conto solo in quel momento che la loro vita stava per cambiare. Forse per sempre. La meta era la lontanissima Cina, della quale ancora oggi, in epoca di globalizzazione, abbiamo un’idea vaga ed esotica…

            ‒ Sarù bona de imparà la lengua?
            ‒ A gh’è la scola!
            ‒ Sì, ma mi a parli dumà in dialett…
            ‒ E te parlaree el dialett da chi gent là!
            ‒ La lengua, la lengua… Mi a ghù paura di malatii!
            ‒ Se te ghe paura di malatii sta a cà!
            ‒ Ti te ghe reson, ma mi a ghù paura instess…

Tra le voci del dialogo anche quella di Madre Maria, una delle cugine del mio bisnonno. Chissà se la voce di chi si sente inadeguata o di chi si mostra entusiasta; di chi ha timore di avere sbagliato o di chi cerca in qualche modo di fare coraggio alle altre. Maria era entrata nel Noviziato pochi anni prima, nel 1908, all’età di vent’anni. Novant’anni più tardi sarei stata io ad avere vent’anni; io però avrei frequentato l’università, sarei uscita con gli amici, con i ragazzi, avrei avuto ben altri sogni, ignorando, non solo quella storia, ma soprattutto che un giorno mi sarei messa a ricostruirla, tra i pochi dati certi e una buona dose di fantasia narrativa…

Ma torniamo alla sera del 1912, la sera in cui era la fantasia di Madre Maria e delle sue consorelle a lavorare, ad immaginare come sarebbe stato il viaggio ‒ lungo due mesi ‒ durante i quali attraversare tutta l’Asia, ammirare paesaggi mai visti, sopportare i fastidi di mezzi di trasporto che io fatico a immaginare. O forse si preparavano ad un viaggio per mare, con partenza dal porto di Genova, su un moderno piroscafo che dal canale di Suez avrebbe poi seguito il profilo e le coste dell’Oceano Indiano, lasciandole al porto di Shanghai. Da lì vedo la missione risalire il corso del fiume Azzurro a bordo di un vaporino sottile ed evanescente, approdando, dopo quattro giorni, ad Hankow.

            ‒ Maria, mi gha la fò pù!
‒ ’N dov’è ch’a sem?
‒ Ad Hankow, sorella ‒, interviene il padre missionario.
            ‒ E manca ancora molto?
            ‒ Un po’.

E ha ragione la giovane madre a domandare, perché il viaggio ancora non può dirsi finito: altri due giorni saranno infatti necessari con il treno, sulla linea Hankow – Pechino, ed infine di nuovo altri cinque su di uno scomodo e pesante carro cinese.

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Questo che ho appena raccontato non è però il viaggio di Madre Maria verso la Cina. È il viaggio di Padre Giuseppe Maggi, originario del bergamasco, che negli anni Venti ebbe la stessa assegnazione e di fatto la raggiunse quando lei era già al lavoro da dieci anni. Di come Madre Maria e le consorelle abbiano viaggiato non sono riuscita a scoprire nulla ed allora ho provato a cercarle seguendo il percorso di altri missionari italiani. Le loro storie sono disseminate per la rete, una rete allora inimmaginabile, che le ha salvate dal tempo e dall’oblio… A volte sono ricostruzioni di missionari di oggi; altre volte la trascrizione di diari che raccontano tutto, dai dettagli del viaggio in nave alle emozioni che il mare – agitato di notte, calmo all’arrivo del sole – sa inventare.

Leggendo un po’ di storie quello che ho appurato è che le missioni partivano a piccoli gruppi e le suore non erano mai sole, ma sempre in compagnia dei loro fratelli nella fede. Le partenze erano frequenti, quasi quotidiane: solo pochi giorni prima di Madre Maria erano partite altre cinque suore Canossiane, al seguito di Padre Antonio Capettini, che faceva rientro ad Hanchung (oggi Hanzhong) dopo un lungo periodo di malattia. Suppongo che la scelta fosse dettata dalle prenotazioni e dai posti disponibili sui grandi transatlantici che facevano sognare i ragazzini che li vedevano attraccati al porto di Genova…

QuattrobajGenova1912

Il porto di Genova nel 1912 (cartolina in vendita su quattrobaj.com)

Tra tutte queste ipotesi, supposizioni e fantasie l’unica cosa certa è che il 20 dicembre anche Madre Maria arrivò finalmente a destinazione, a Kin – kia – kang, nome che significa “Colle della Famiglia Kin”, nella regione dello Henan, nella Cina centro-orientale; e qui diede inizio alla sua missione ed alla sua nuova, avventurosa vita (continua…).

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10 commenti

Archiviato in Storie di famiglia

10 risposte a “La sorella cinese (1)

  1. Queste sì che erano vite avventurose, mia cara! Sai, penso che rivolgendoti all’Ordine al quale appartenevano queste tue antenate qualcosa dovresti trovare, ci hai provato? Fai un tentativo, secondo me merita! Attendo la seconda puntata e dico, vogliamo parlare del velo e del fiocco che ha in testa Madre Giuseppina, eh? Lo vedo qui per la prima volta!

    • Era l’abito delle Canossiane: originale, vero? Le ho già contattate tempo fa e infatti se posso raccontare la storia di Madre Maria è solo grazie ai documenti che mi hanno gentilmente mandato. Dalle storie di famiglia sapevo solo che era andata missionaria in Cina, nient’altro. E’ da un po’ che mi sto dedicando a questa storia complicatissima da studiare ed ora ho deciso di iniziare a pubblicarla altrimenti non mi decido più a finirla!
      Grazie della lettura, cara 🙂

  2. A volte penso che nella tua famiglia si siano concentrate vite avventurose più di quanto non accada solitamente. Nella mia nessuna suora e nessun prete di cui si abbia memoria e nessun viaggio nella lontana Cina. È una fortuna che tu abbia deciso di riappropriarti delle storie di famiglia e che sia riuscita a recuperare le foto delle antenate. Tu e Miss siete accomunate dalla passione per gli archivi 😀 aspetto anche io il seguito…

    • Questa è particolarmente avventurosa in effetti; le altre meno. Comunque sono convinta che le storie siano nascoste in tutte le famiglie: bisogna dissotterrarle, cercarle con pazienza (virtù che per altro non mi appartiene) e farle rivivere.
      Un abbraccio e continuo a a scrivere…

  3. Come amo le tue storie vere. Essere suora missionaria forse allora era uno dei pochi modi per una donna di viaggiare, anche se le motivazioni erano senz’altro altre. Anche la sorella di mia nonna a inizio secolo si fece suora, ma lei preferì la clausura

    • Tra le suore di famiglia l’unica a fare una scelta così fu Maria; le altre rimasero in Italia, spostandosi qua e là e facendo mansioni varie, tipo infermiere e portinaie.
      La storia di Maria è piuttosto complicata; più che altro perché si è svolta in un paese di cui noi conosciamo poco e che da allora è parecchio cambiato, ma non anticipo altro…
      Buona giornata 🙂

  4. Batilde… che nome strano! 😀 Ma Tiptoe, che storia bellissima hai raccontato?! E quanto lavoro ci sta dietro, lo si percepisce. Questo post mi è piaciuto tantissimo se poi si pensa che i nostri antenati abbiamo realmente vissuto queste avventure ci si emoziona molto. Complimenti Tiptoe e anche per le aggiunte dialettali che sono delle vere chicche. E ora? Quel “continua” mi lascia in trepida attesa, non farmi aspettare troppo! Ti abbraccio.
    p.s.= bella la frase rivolta alla rete che – le ha salvate dall’oblio –

  5. Sei bravissima a ricostruire le storie e a far entrare il lettore in queste ambientazioni di altri tempi! Che storia affascinante!!!! Andare in Cina più di un secolo fa, mi sembra un’impresa EROICA. chissà poi cos’hanno fatto là… attendo trepidante il seguito!!!

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