Sguardi dall’infanzia 22: la fotografia.

Si cresce d’estate. Nel tempo delle scoperte, degli incontri, dei ritorni anche. Si cresce quando si vivono mille avventure, quando si fanno giochi diversi, pericolosi. Quando accadono fatti che poi a scuola si racconteranno, con fierezza e nostalgia. Si cresce nel tempo vissuto all’aperto, quando la casa è un ricordo lontano, che torna improvviso al richiamo di una voce: è ora di mangiare. Si cresce nel tempo in cui il sole si ritira più tardi e noi insieme a lui. Si cresce rimanendo piccoli, in silenzio, la mamma che piange.

Ricordo che ero immobile. In piedi, a pochi passi dai gradini che salivano al portone della palazzina a tre piani dove andavamo in villeggiatura. Davanti al portone la mamma, scesa perché aveva sentito qualcosa, perché aveva capito. Vicino a lei mio fratello; poco più in là i gemelli. Forse ci eravamo disposti così perché io rimanessi fuori, leggermente a parte della scena. Per offrirmi la stessa visuale trent’anni dopo.

Il bambino taceva, la mamma parlava. Il bambino era impaurito, la mamma invece non aveva paura di niente. Non alzava la voce e non si scomponeva, ma parlava decisa, risoluta, con l’orgoglio e la forza di chi difende i più deboli. La dovevano smettere di prendersela con il suo bambino, lui così piccolo e loro che già avevano finito le medie. Avrebbero potuto essere i suoi alunni: la stessa età, la stessa faccia forse. Ma gli alunni della mamma non erano così. La mamma ci parlava di loro, ci raccontava dei bei lavori che facevano insieme, dei posti incredibili dove li accompagnava nelle gite. Erano simpatici gli alunni della mamma, io lo sapevo. I gemelli invece erano arroganti e cattivi. E mi facevano paura. Non se la prendevano anche con me – forse – perché io ero una femmina, ma mi mettevano paura ugualmente. Erano così cattivi che io pensavo fossero dei drogati, il pericolo estremo per me, bambina degli anni Ottanta. Una volta uno dei due mi sputò sulla gonna, una gonna blu con i tulipani comprata al mercato. Naturalmente non dissi nulla, per paura e di più per vergogna. Forse è la prima volta che lo racconto. Andai a casa e cercai di lavare via lo sputo, di nascosto. Altre volte mi prendevano in giro, ma io non sempre potevo capirlo.

Uno dei due, il più basso e cattivo, disse alla mamma che suo figlio era un falso. La mamma si arrabbiò molto e ripeté anche lei quella parola – “falso” – che io non avevo mai sentito usare così, ma capivo benissimo cosa significava. Poi salimmo in casa e la mamma iniziò a piangere. La ricordo seduta su una sedia, con le mani sul volto. La fotografia di una madre inerme, che non sa come difendere il suo bambino.

La nonna le diceva di smetterla e minacciava di scendere lei da quei due, ma la mamma le disse di no. Arrivò la signora Maria, la padrona di casa. Non so se richiamata dall’accaduto o per altri motivi. Trovò la mamma che piangeva e da questo momento ricordo solo la furia, come scese le scale, come urlava contro i gemelli dicendo che c’era su “la signora che piangeva” e loro la dovevano finire di darci fastidio, a noi e a tutti.

Poi un giorno il mese di luglio finì e così la vacanza. Sulla 127 bianca tornammo a casa, per l’ultima volta.

Avevo trascorso in quel paesino del bergamasco cinque delle mie estati di bambina, cinque di quei mesi in montagna che sembravano non finire mai. Mi dispiacque non tornare più. Non rivedere le amiche; non ritrovare la piazzetta i sentierini e i muretti dove si giocava, dove scendevo contenta con le bambole, i Puffi e le Barbie. Non ricordo se avevo capito perché non andammo più in vacanza a Bagnella, però quel momento, quella situazione e la fotografia non li dimenticai. Li misi da parte, certo, ché per fortuna abbiamo angoli nascosti e spaziosi in cui accumulare le brutte esperienze, i brutti ricordi. Sono i ripostigli che ci salvano. Insieme al tempo e alla polvere. E a ciò che non sappiamo.

La bambina non sapeva che presto sarebbe tornata l’estate. Sarebbero iniziati altri mesi di luglio destinati a non finire mai. Non sapeva che avrebbe trovato altre montagne, più alte e più belle. Non immaginava gli incontri e le scoperte che in segreto la attendevano; per condurla – magari per mano – fuori dall’infanzia…

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16 commenti

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16 risposte a “Sguardi dall’infanzia 22: la fotografia.

  1. Anche a me capitò di essere maltrattata da una contadina del luogo di villeggiatura in cui trascorrevamo l’estate. Mi rincorse e mi gridò minacce perché mi ero fermata ai bordi del prato a guardare le sue caprette. Ancora lo ricordo come un brutto spavento. Credo che ciascuno di noi abbia avuto un “gemello basso e cattivo” nella propria infanzia ma penso che se tu non avessi visto piangere la tua mamma forse avresti dimenticato questa circostanza. Quante cose seppelliamo nei cassetti della nostra memoria!
    Buona settimana Ale!

    • Lo prendevano proprio di mira, poverino… Io ho un’ottima memoria e forse l’avrei ricordato comunque; ma veder piangere la mamma fa un altro effetto purtroppo 😦
      Buona giornata, di ricordi più lieti 🙂

  2. Eh sì, è come dice Viv, il pianto di tua mamma ha reso indelebile questo ricordo.
    Tutti abbiamo avuto qualcuno che ci faceva i dispetti… io però quando mi scocciavano reagivo, ricordo un bambinetto che dava i calci alla mia bici, ecco mica l’ha passata liscia, sai?
    Un bacione Tiptoe, bentornata!

  3. Una volta delle bambine più grandi vicine di casa di mia nonna mi avevano chiusa in una cantina e mia mamma mi ha sentita urlare dal cortile di fianco ed è venuta a salvarmi! Brutti ricordi, sai che non mi è ancora passato il nervoso verso quella bambina!! Ma tuo fratello è più tornato in quel paese? Che brutto, per tutti voi! Complimenti però per la magistrale scrittura come sempre 😀

    • Magistrale! La solita esagerata!!
      No, non siamo più tornati. Per altro è un paesino talmente minuscolo e senza niente che non ci si va neanche per la classica gita fuori porta della domenica. Siamo sopravvissuti, dai 😉

  4. Come hai ragione Tip: è nell’estate che si cresce, ma anche nel confronto coi sentimenti degli adulti, accorgendo ci delle loro fragilità .., accorgendoci ho scritto, come se ancora fossi bambina

  5. Come hai ragione Tip: è nell’estate che si cresce, ma anche nel confronto coi sentimenti degli adulti, accorgendo ci delle loro fragilità .., accorgendoci ho scritto, come se ancora fossi bambina

  6. Mi è piaciuto come hai toccato il tema del bullismo anche se questo ha fatto nascere brutti ricordi soprattutto in te e in me. Ho subito anch’io le mie, come tutti d’altronde. Il comportamento di tua mamma suscita molta tenerezza e mi ha fatto venire in mente la mia, che più volte mi ha difeso. Non l’ho mai vista piangere però in tali occasioni perciò mi limitavo a gongolarmi e a credere che fosse Wonder Woman. A te, ha sicuramente lasciato altre memorie. Complimenti come sempre Tiptoe. Ti abbraccio.

  7. Rieccomi! Ma non lo aggiorni più il tuo blog?

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