Ettore e Andromaca

Scendeva la notte, una notte senza luna di metà settembre, che accompagnava i cinque uomini alla porta più esterna della città. Avanzavano svelti in silenzio, in abiti borghesi, raccattati qua e là tra le case che li avevano accolti durante il ritorno. Tanti avevano incontrato e tanti li avevano aiutati. Era quello il tempo dei saluti, dell’ultimo saluto – alle mogli, alle madri dei loro figli – prima di salire sui monti e continuare la guerra da lì. Una guerra scelta, questa volta. Ettore era con loro e portava un fazzoletto rosso attorno al collo, sul quale era appuntato l’unico ricordo della divisa: una piccola stelletta d’argento, che aveva assunto nuovo significato. Era grande Ettore, robusto e forte. Aveva scelto quel nome in onore del padre, che fin da bambino gli aveva insegnato a esser giusto e generoso.

Le donne erano state avvertite con una staffetta ed erano uscite, di nascosto, coi bimbi piccoli. Sapevano di rischiare, ma quando non si ha scelta il coraggio si fa amico. Tra loro la giovane sposa di Ettore, con il bambino ancora al seno. Mai il padre l’aveva visto, preso in braccio, accarezzato; e almeno una volta – pensava la donna – era necessario lo facesse, per avere un ricordo un racconto una spiegazione da dare ad un figlio che, in cuor suo lo sentiva, un padre non l’avrebbe conosciuto. Guardava le altre donne, silenziose, fiere, decise, che non sembravano stanche mai, e si chiedeva se fosse la sola a trattenere con grande fatica le lacrime.

Tra questi fugaci pensieri, gli uomini erano arrivati e già abbracciavano le spose ed i figli. Lei sola esitava, lei che non capiva quella necessità, quell’urgenza, di correre via di nuovo anziché rimanere – nascosti, certo, ma vicini e vivi. Così, tra lacrime che non volevano sgorgare, parlò al marito: «Amore caro, perché sei così pazzo? Perché tanta audacia? Non è coraggio questo, ma incoscienza. E la tua incoscienza ti ucciderà. Non sai di avere un figlio e una moglie? Tu sei stato per me un padre, una madre e un fratello, ché tutti me li hanno ammazzati i fascisti, tutti. Cosa faccio se perdo anche te? Cosa dirò al figlio quando mi chiederà di suo padre? Ti prego, rimani. La guerra, certo, non è finita, ma perché combattere anche quando non è più il tuo dovere di uomo?».

Le rispose Ettore, stella abbagliante: «Donna, mia amata mia sposa mia compagna; lo so che ti porto un forte dolore, un altro tra i tanti che hai avuto, ma ho troppo rossore dei compagni e di chi mi ha cresciuto se resto come un vile al di fuori della lotta. Guardati intorno: chiuse sono le case, un silenzio di morte aleggia dovunque e tu devi uscire nascosta, la notte, rischiando di farti ammazzare per incontrare tuo marito. È questo il mondo che vuoi per tuo figlio? Potrei accontentarmi e rimanere, come hanno già fatto altri; ma io non voglio accontentarmi, voglio scegliere e scegliere vuol dire rivoltarsi, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è come loro: un fascista. Giorno verrà che lo saremo tutti, ma io voglio lottare e credere che questo non accada. Il mio dovere lo inizio adesso, non verso la patria, che niente mi ha dato, ma verso il mio cuore, che sogna un mondo libero e giusto».

Dopo avere detto così, si avvicinò al figlio, che mai l’aveva visto e piangeva. Ma Ettore lo prese con forza e lo sollevò in alto, più in alto della sua testa, e continuò: «E tu, mio piccolo figlio, potrai avere un giorno parole da dire, da opporre a quanti non avranno creduto e non crederanno più in niente, e urlare con l’orgoglio del cuore che tuo padre ha lottato anche per loro. E magari, chissà? –continuare anche tu la mia lotta…». Poi si tolse il fazzoletto dal collo e lo avvolse intorno al bambino.

Rispose la donna, pelle chiara: «E allora vai, Ettore grande, stella lucente, io sarò il tuo coraggio. Mi unirò alle altre donne, che salutano i compagni senza piangere. Vi aiuteremo anche noi, faremo la nostra parte, in qualunque modo: porteremo notizie, cibo e vestiti, e anche le armi se necessario. Non sarete mai soli. Fino a ieri sono stata una moglie, oggi divengo tua compagna e questo momento, questo saluto, sarà per nostro figlio un ricordo lieto».

Ettore forte allora sorrise e consegnò il bambino alle braccia della madre. Li abbracciò entrambi, a lungo. Poi riprese il fazzoletto con l’odore del figlio e lo strinse più forte intorno al collo. Baciò la sua Andromaca e partì coi compagni.

Le donne tornarono alle case, in fretta, ché l’alba stava per scendere e il giorno non doveva sorprenderle. Nessuna pianse: non ne avevano il tempo. Pensavano già a come aiutare gli uomini da lontano…

Buon 25 aprile

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11 commenti

Archiviato in Raccontini

11 risposte a “Ettore e Andromaca

  1. Ciao Ale! Eccoti con questo bel racconto che incornicia questo giorno e rende omaggio a tutti gli Ettore e Andromaca che hanno lottato e sperato. Giusto poche ore fa con missfletcher ci chiedevamo se sarebbe arrivato il tuo post per il 25 aprile, lo aspettavamo e non ci hai deluse 🙂 un abbraccio!

    • Ciao! Anche l’anno scorso in primavera mi ero dedicata poco al blog, ma per il 25 aprile si può fare una bella eccezione, no? E così è stato quest’anno… e lo sapevo che mi aspettavate 😉

  2. Eccoti, come dice Viv aspettavamo la tua voce su questa giornata.
    Un racconto denso e ricco di emozione il tuo, grazie Ale. Buon 25 Aprile!

  3. Mi hai commossa con la forza della retorica nel suo significato migliore. Mi hai commossa perché è una storia vera

  4. Tiptoe, bellissimo questo post dedicato a tanti. Quante persone fa emozionare. Stringe il cuore ma è stato un piacere leggerlo. Buona giornata di sole.

  5. fa troppo piangere!! bravissima e puntualissima (non come me)!

  6. Pingback: SABATOBLOGGER 40. I blog che seguo | intempestivoviandante's Blog

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