La sorella cinese (2)

(Continua da qui)

Ricostruire i tasselli di una storia che in Occidente poco conosciamo non è facile; ed ancor più complicato è ricostruire gli spostamenti di Madre Maria in un paese immenso, con una suddivisione amministrativa del tutto diversa dalla nostra e i cui nomi sono stati travolti dai rivolgimenti storici e culturali che li hanno attraversati.

La Cina non è certo il primo scenario che viene in mente pensando ad una missione cattolica; tuttavia, superata la rivolta dei Boxers, per i missionari ci furono anni di relativa calma, ma purtroppo per loro non durarono a lungo. Proprio nel 1912 il millenario impero cinese, dopo un lungo periodo di crisi, era definitivamente crollato e la repubblica che ne uscì all’inizio era soltanto un nome vuoto, che lasciava ampio spazio di manovra a banditi vari e ai “Signori della guerra”, esponenti della vecchia aristocrazia imperiale che cercavano di riprendere il potere.

Kin kia kang, il piccolo villaggio di trecento abitanti in cui Madre Maria arrivò quel 20 dicembre e che l’avrebbe ospitata per sempre, si chiama oggi Jingang e si trova nella città di Nanyang, una metropoli con status di prefettura che conta più di dieci milioni di abitanti e si estende per oltre 26000 km². A Nanyang ora sono le 16:18, il tempo è nuvoloso e la temperatura è di 8 gradi centigradi.

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Qui, in uno scenario diverso da quello attuale, moderno e pieno di luci, ha inizio la missione della giovane religiosa ed ha inizio anche la lettera-necrologio di Madre Natalia Piccioni, Vicaria Regionale ad Hankow (oggi Wuhan), l’unico documento che custodisca la lunga ed intensa storia di questa mia antenata che parlava in cinese.

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Madre Maria iniziò il suo umile lavoro occupandosi delle orfanelle, «che l’amavano teneramente come loro Madre», ma l’entusiasmo dell’inizio e la gioia portata dalle bambine e dalla convinzione di fare qualcosa di concreto per loro vennero subito messi a dura prova. Intorno alla città di Nanyang operava allora un famigerato capo-brigante, Lupo Bianco (in mandarino “Bai Lang”), che aveva al suo seguito una banda di ventimila seguaci e che già imperversava da tempo nella regione dello Henan, in cui era nato. Lupo Bianco non era solo in cerca di fortuna, come altri briganti che volevano approfittare della situazione di confusione politica, ma aveva anche validi motivi per avercela con i missionari locali. Pare infatti che tempo prima avesse cercato la mediazione del Vescovo, Mons. Tacconi, per riuscire ad inserirsi nell’esercito regolare, come altri banditi prima di lui. La mediazione però fallì e Lupo Bianco decise di vendicarsi. Prima molestò alcuni missionari e poi pose l’assedio intorno a Kin kia kang: era la sera del 18 ottobre 1913…

        ‒ Madre! Madre!
        ‒ Ditemi, sorella.
        ‒ È arrivato!
        ‒ È qui? È già qui fuori? ‒ interrompe Maria sconvolta.
        ‒ No. È nei villaggi intorno e sta bruciando tutto!
        ‒ Le bambine! Tenete calme le bambine!
        ‒ Signore, proteggici!

Il dialogo ‒ rapido, confuso e concitato ‒ questa volta non posso riportarlo come di fatto venne pronunciato, cioè in cinese. Siano i lettori ad immaginarlo, a farlo risuonare nella propria mente con un po’ di stereotipata fantasia. Io continuo ad utilizzare la mia per proseguire nel racconto…

        ‒ Presto, bisogna chiamare aiuto!
        ‒ Mandiamo qualcuno dai missionari.
        ‒ Ma cosa possono fare?

L’assedio dei briganti va avanti per tutta la notte. Serrate nella casetta della missione, le suore vegliano le bambine, tra le preghiere, la paura e il panico generale. Quando tutto sembra perduto, dal cielo rombano d’improvviso due aeroplani: è l’esercito. Lupo Bianco e i suoi capiscono che non c’è più nulla da fare e si disperdono. La cittadella cristiana è risparmiata: Madre Maria, le consorelle e le bambine dell’orfanotrofio sono in salvo. Ma al mattino, oltre ai raccolti distrutti, si contano trecento villaggi bruciati e duecento persone mancanti all’appello. Il 5 agosto 1914 i giornali internazionali annunceranno la morte di Bai Lang e l’imminente fine della sua banda.

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Periodico dell’epoca che riporta notizie di “White Wolf” e della sua banda (in vendita su ebay.com).

Gli anni che seguirono furono quelli del primo conflitto mondiale. All’orfanotrofio il lavoro di Maria prosegue, tra le fatiche, le preghiere e i pensieri rivolti al cugino al fronte e ai parenti in Italia.

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Nel 1920, su ordine del nuovo Vescovo, Mons. Belotti, i Superiori Ecclesiastici decidono di aprire in Kin kia kang un Noviziato per le suore indigene e Maria, che dopo otto anni di permanenza ha ormai imparato il dialetto locale, viene scelta come Vice Madre maestra e «sotto il suo umile e faticoso lavoro quei primi fiori si aprirono belli e robusti alla grazia divina». Da insegnante mi piace pensare che siano stati anni di soddisfazioni, durante i quali avviare le sorelle più giovani al mestiere che Maria stessa, prima di loro, aveva scelto. Suore e sacerdoti tuttavia non si fermano mai troppo a lungo in un luogo e nel 1928 Maria fu nuovamente spostata di sede e mandata come superiora locale in città, nella filiale di Nanyang, dove i guai erano di nuovo in attesa…

Anche la regione dello Henan, allora sotto il dominio del signore della guerra Wu Peifu, venne infatti travolta dalla guerra civile scoppiata l’anno precedente tra i nazionalisti del Kuomintang e i comunisti di Mao. Alla confusione politica che si creò vanno poi aggiunte l’ostilità dei movimenti antireligiosi, le incursioni di banditi e criminali che non mancano mai e la carestia.  

Dalla ricostruzione dei fatti di Madre Natalia non è chiaro da chi siano state inflitte le sofferenze che patirono suore e bambine, se «le truppe brigantesche [che] tentarono più di una volta di occupare i locali di quella casa» fossero semplici briganti in cerca di denaro e ricchezze o soldati di uno degli schieramenti. Fatto sta che pochi anni dopo, nel 1932, quando Maria era stata nuovamente spostata di sede e nominata maggiore nel villaggio di Che – ki – tchen (oggi Sheqizhen), fu di nuovo coinvolta in un assalto e «dovette fuggire con le due Madri ed orfanelle e rifugiarsi in un villaggio cristiano, per tre giorni, causa l’entrata dei briganti in quella città».

        ‒ È passata. Anche questa volta è passata.
        ‒ Vedete, sorelle? Il Signore ci aiuta sempre! ‒ commenta Maria.
        ‒ E i nuovi cristiani, Madre: anche loro ci hanno aiutate.

Maria e le sorelle cinesi possono tirare un sospiro di sollievo, ma chissà se in cuor loro non sentano già che la Storia tornerà presto ad intromettersi con violenza nella vita della missione (continua…).

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11 commenti

Archiviato in Storie di famiglia

11 risposte a “La sorella cinese (2)

  1. Mamma mia che avventure!!! Ma sei riuscita a ricostruire tutto sulla base di una lettera? non ho capito… comunque sia, complimenti, davvero notevole!!!

    • Mi hanno aiutata molto anche le pubblicazioni del PIME di Milano trovate in rete: sulle suore c’è davvero poco, ma sui missionari c’è di tutto e di più.
      Un abbraccio e buon fine settimana 🙂

  2. Sono ammirata dal tuo lavoro di ricerca. La vita della tua antenata e delle sue consorelle era davvero pericolosa, la mia pochezza non mi avrebbe mai spinto a tanto, mi manca sia la vocazione che lo spirito d’avventura. Buon fine settimana!

    • La cosa più complicata è stata trovare i luoghi: i nomi sono tutti cambiati e non è facile indovinare in che modo; in più ci sono più paesi che hanno preso lo stesso nome! In fondo è stato anche divertente… ora devo scrivere l’ultima parte.
      Buon fine settimana, cara 🙂

  3. Davvero, che vita avventurosa, tenendo soprattutto in considerazione in quali anni si sono verificate queste vicende.
    Un bacione cara!

  4. Eccola! Cavoli, ma che carica di avventure roccambolesche! Sembra un romanzo! Lupo Bianco e tutto il resto. Poverine, mamma mia… pensare anche alla loro mente e al loro cuore, legati comunque sempre alla terra natia come giustamente hai fatto notare e bravissima davvero, complimenti per questa ricerca e per come l’hai regalata a noi. Un bacione Tiptoe.

  5. Che storia incredibile Tip. È nessuno che ci abbia scritto un libro…

  6. Pingback: La sorella cinese (3) | tiptoe to my room

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