Sguardi dall’infanzia 21: il presepio.

Correvano gli anni Ottanta e al freddo per le strade correva anche la gente, per gli ultimi regali e i preparativi natalizi. Io invece me ne stavo al caldo, sotto la luce giallognola del salotto, in attesa che il pomeriggio a lungo desiderato avesse finalmente inizio.

Il presepe a casa mia si chiamava presepio, variante che evidentemente non usava nessun altro, tanto che ogni anno erano intense le mie litigate con i compagni di classe per stabilire chi avesse ragione e poco importava che la maestra dicesse che era la stessa cosa. Allestirlo con pazienza nello spazio di fianco al camino era il mio rito preferito, che arrivava ogni anno più tardi per seguire i ritmi di lavoro di mamma e papà.

Il presepio per la mia infanzia è stato forse il solo collante che una volta all’anno teneva insieme la famiglia.

La Natività aveva luogo sullo sfondo di una vera scenografia e la realizzavamo noi, con le vecchie statuine superstiti che la mamma e il papà avevano salvato dal tempo e dai vari traslochi. Nelle case dei miei compagni di scuola, invece, trovavo spesso dei presepi minimi e già fatti, relegati in qualche cantuccio all’ombra del grande albero sfarzoso, debordante di decorazioni, e mi domandavo come fosse possibile comprare quel coso “in blocco” anziché costruire lentamente un paesaggio meraviglioso, fatto di tanti pezzi che avevano ognuno la sua identità e magari aggiungendo, ogni tanto e con parsimonia, un pezzo nuovo.

Qualche anno capitava che con il papà si andasse in cartoleria a comprare una o due statuine, raramente una casetta, e in fondo a me piaceva così, perché le vecchie casette e statuine avevano ognuna la sua storia… le storie immaginate nei lenti pomeriggi di vacanza, sullo sfondo delle musiche di Natale. La mamma faceva girare un disco portato a casa dal papà quando lavorava a Milano per una casa discografica. C’era una canzone con la chitarra che le piaceva molto e di conseguenza anche a me, che in quegli anni sapevo vederla ancora come un mito. Dentro quelle storie ogni statuina aveva il suo nome, un nome che io le avevo dato leggendoglielo in faccia: c’erano la Pia, la Teresa, la Nadia… tutte con il loro bell’articolo lombardo! La Pia al bambinello portava un cestino di frutti di bosco, la Teresa un grembiule pieno di uova, la Nadia faceva il burro in disparte. Le statuine dei vecchi mestieri piacevano molto a mio padre, che poteva vantare il venditore di caldarroste, l’arrotino e il vecchio con la barba che girava la polenta, con un forellino per inserire la luce dove brillava il fuoco.

Nella lenta costruzione del presepio ognuno aveva un ruolo: il papà preparava l’impianto delle luci e il basamento, con il pannello del cielo stellato, la legna, i rami e il muschio prelevati la sera tardi nei boschi della Brianza, con la paura di essere scoperti… La mamma collocava le case, lo specchio per il laghetto, la carta stagnola per immissario ed emissario del lago (che non potevano mancare nel presepio di una prof. di geografia!) e infine tracciava le strade con la farina e con il colino faceva scendere la neve sui tetti delle case… L’ultimo compito era il mio ed era il più importante: le statuine. Le statuine erano le vere protagoniste e nella mia fantasia ognuna aveva il suo posto stabilito, vicino alla “sua” casa, sul ponticello, di fianco alla capanna o in cima alle montagne a scrutare il cielo per seguire la cometa… Anche la cometa era artigianale: disegnata dalla mamma su una sagoma di compensato, era stata intagliata dal papà con il traforo e poi, tornata tra le mani della mamma, dipinta di giallo e riempita di brillantini dorati; ed oggi è la stella che risplende un po’ sbiadita e impolverata sulla vecchia capanna, dove i soliti Giuseppe e Maria con l’asino e il bue, tutti in gesso come una volta, attendono un Gesù Bambino di plastica.

Il presepio della mia infanzia, insieme a quei ricordi lontani e un po’ sfumati, è venuto con me, nella casa nuova. Sapendo quanto mi piacesse, mio padre ha costruito un nuovo scenario, più contenuto ma ugualmente bello, fatto di legna, rocce, rami di pino… ed adornato con sassolini, bacche di pungitopo e pezzetti di compensato ricoperti di segatura, tutto realizzato con pazienza e precisione dalle sue mani sapienti. Così ogni anno il presepio della mia infanzia riprende vita, anche se prepararlo da sola non è la stessa cosa…

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13 commenti

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13 risposte a “Sguardi dall’infanzia 21: il presepio.

  1. Che bel post natalizio, cara Tiptoe!
    Ricordo che ne avevi parlato del tuo presepio e oggi hai proprio condiviso con noi i tuoi rituali di famiglia, sogno ricordi dolcissimi questi.
    Poi, sai, non sarà la stessa cosa farlo da sola, a casa tua, però c’è il tocco del tuo papà e poi…. la stella cometa è quella e tutto il resto anche!
    Magnifico!
    Un bacione cara, buona serata!

    • In verità questo post è nato dentro il precedente, di cui avevo già in mente la struttura, ma raccontando dei riti dell’infanzia mi sono dilungata sul presepio. Però così il pezzo non funzionava più! Allora ho estrapolato questo ed eccolo qui. Felice che ti sia piaciuto e un abbraccio 🙂

  2. I tuoi ricordi somigliano tanto ai miei. Cominciamo col dire che anche a casa mia il presepe si chiamava presepio! E poi c’era il grande tavolo che veniva portato giù dal solaio, le montagne di carta pesante ricoperte di muschio, il fondale di cartoncini Bristol sul quale di affacciavano le lucine delle stelle, lo specchietto e le statuine con il loro nome, battezzate da me che le guardavo una per una ogni anno quasi fossero delle bamboline in miniatura. Bello questo tuo post che mi ha fatto rivivere quei bei pomeriggi, in cui a dire il vero mia mamma ogni tanto “sclerava” perchè la maggior parte del lavoro pesava su di lei, ma va bene così…
    Bacioni!

    • Mi fa piacere sapere che ci sia qualcuno che abbia dei ricordi simili ai miei, non capita spesso. E sono contenta di averti fatto rivivere un po’ quei pomeriggi lontani. E viva il presepio 😉

      • Che bello questo blog! Anche il mio ricordo è molto simile al tuo, mi ricordo le discussioni alle elementari su presepe vs presepio e il mio non capire, magari andando a giocare a casa dei cugini o di qualche compagno, il senso di quei presepini monopezzo prefabbricati…magari messi su un mobile tra il telefono e il portacenere. In effetti quando li vedo nelle vetrine delle cartolerie belli esposti da settembre, continuo a non capire. Per noi il rito di andare a prendere il muschio era una cosa dell’autunno, penso andassimo a ottobre, in una pineta vicino al mare, ma non tutti gli anni. Anzi, nella dispensa c’erano due scatoloni in alto, uno con il sughero e l’altro col muschio, chiusi dentro grosse buste, da cui mia sorella una volta tirati giù fuggiva, per paura che ne uscissero fuori ragnetti e forbicine (cosa che in effetti all’inizio poteva anche succedere :D) Ci pensavo giusto l’altro giorno, guardando la grotta fatta di quei pezzi di sughero presi da mio padre una domenica mattina quando ero ancora un bambino, 25 o 30 anni fa, il muschio e il sughero sono sempre gli stessi. Tra le statuine se ne sono aggiunte altre, ma le mie preferite sono sempre il pastore con l’agnello in braccio, la pescivendola col pesce ormai rotto in mano, il mendicante che negli anni ha perso un dito, il miliardo di pecorelle da mettere tutte secondo un criterio preciso, dirette verso la grotta ma anche verso i cespugli di muschio per brucare l’erba…gli abeti fatti di fil di ferro con la neve sopra in cui ancora oggi vedo gli abeti veri…per me il presepe è questo. Da bambini io e mio fratello scalpitavamo già da Novembre per farlo con mia madre e non vedevamo l’ora, oggi a farlo assieme a mia madre son le mie sorelle e quando vado a casa dei miei in questo periodo mi aspetto sempre di vederlo e lo ritrovo sempre lì, un anno su un mobile, un anno su un tavolo, ma è sempre lui. 🙂
        p.s. anche noi sentivamo all’infinito i c’era una volta e i raccontastorie con gobbolino e la fiaba dello schiaccianoci!

  3. Che meraviglia questo racconto! Anche a casa mia il presepe era artigianale. Avevo costruito io una casetta di legna e mettevo pigne e bastoncini. La casetta l’ha presa mia sorella. Per mia figlia ho costruito una scala a pioli e un focolare, il fiume con la stagnola e le sponde di riso. Ogni anno una statuina in più. È una gioia farlo assieme

  4. …ma il mio commento non c’è!! Ti avevo scritto che anche a casa mia si chiamava presepio, ma poi da grande ho iniziato a chiamarlo presepe! Cmq il tuo è bellissimo

  5. Non ci posso credere Tiptoe, le stesse emozioni, gli stessi ricordi, gli stessi materiali e… ora ho visto anche le foto… le stesse statuine! Oh mamma, mi hai fatto venire la pelle d’oca. La vedi quella bella ragazza con il vestitino blu? Quella era la mia preferita. Tutti i pastorelli ne erano innamorati nei miei giochi di bimba. E’ come se tu fossi entrata in casa mia. Che effetto. Grazie per questo post davvero, mi hai cullata nei dolci ricordi della mia infanzia facendomeli rivivere incredibilmente. Ti abbraccio.

    • Era anche la mia preferita!! Ed anch’io immaginavo le storie d’amore tra lei, che avevo chiamato Perla, e tutti i pastorelli!! Era una di quelle più recenti, tra gli ultimissimi acquisti. L’avevo scelta io insieme a un’altra col vestito azzurro chiaro e un cesto di mele (non so se si vede nella foto) e l’avevo chiamata Stella. Le due erano sorelle. Un po’ lo siamo anche io e te o esagero?
      🙂

      • Oh no che non esageri e questo mi fa onore e mi riempie il cuore di gioia. Grazie! Quella con il vestito azzurro e il cesto di mele l’avevo anch’io però se non ricordo male aveva un’espressione un pò monella e quindi io la facevo passare come la “cattiva” del gruppo 😀 Per me erano quasi come le Barbie 😀

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