Che cosa te ne fai di un titolo *

“Ricordo i miei sedici anni come una somma di mesi scioperati, come una specie di lievito del cuore. Feci mille bellissime esperienze, meno quella di studiare” (A. Debenedetti in una chiacchierata con il giovane scrittore Paolo Di Paolo).

Al liceo non studiavo. Quasi mai. Ricordo come una cosa incredibile un periodo all’inizio della terza in cui mi era spuntata la balzana idea di studiare. Ho in mente un pomeriggio passato a leggere i paragrafi di storia, sottolineando le cose cosiddette importanti e ripetendole ad alta voce. Per ripetere mi sdraiavo sul letto per il lato corto, con la testa protesa sul vuoto a guardare in alto. Chissà poi perché. Ne ricordo un altro in cui ripetevo biologia camminando per la stanza. Questo mi si addiceva di più: camminare. Ma di solito camminavo sognando, non certo ripetendo la lezione.

A parte quello strano periodo, io al liceo non studiavo. Ben inteso: non studiavo non perché ritenessi lo studio cosa da poco, ma perché avevo di meglio da fare. Quelle cose decisamente più serie ed importanti di tutte quelle che mi tocca fare oggi, tipo ascoltare musica, uscire con gli amici, innamorarmi, suonare, sognare, scrivere, scoprire, soffrire. Vivere. Erano gli anni in cui ad ogni passo si rischiava di inciampare in una pagina di romanzo e di esserne risucchiati. Gli anni in cui si aveva la sensazione che una frase, una parola, un incontro che stava capitando sarebbe stato l’inizio di qualcosa. Gli anni in cui si aveva la libertà di imbarcarsi in una nuova avventura esistenziale ogni giorno. Come si poteva perdere tempo a studiare?

Modestia a parte, devo aggiungere che l’anno in cui in assoluto ho studiato di meno è stato il quinto. Esame di maturità compreso. Per questa eroica impresa, tuttavia, devo molto anche a mia madre, la quale, oltre a non avermi comprato il libro di storia all’inizio dell’anno perché sapeva che tanto non l’avrei aperto, aveva avuto la brillante idea geniale di portarmi in vacanza, esattamente nel periodo che separava gli scritti dall’orale, esattamente là dove cinque anni prima avevo incontrato il primo amore. Non ho studiato un emerito. Passavo le giornate ad attendere l’arrivo della sera e degli altri momenti in cui lui sarebbe arrivato a prendermi e a portarmi in un altrove lontano. L’unica cosa che studiavo, ossessivamente, tutti i giorni, era una pagina di inglese, un estratto da Women in love di D.H. Lawrence, in cui si raccontava di due tizi che facevano l’amore in macchina in una bella radura e “she had her desire fulfilled and he had his desire fulfilled”. Nient’altro. Naturalmente all’esame poi quel passo mica me l’hanno chiesto, ma siccome ho sempre avuto un enorme e spropositato fattore “c” (solo metaforicamente) mi hanno chiesto il mio autore preferito. Così anche in quell’occasione l’ho scampata ed ora sono qui a raccontarlo, chiedendovi di non dirlo mai ai miei studenti, soprattutto a quelli che leggono questo blog…

Eppure, se rileggo le cose oggi, da un nuovo ed inatteso punto di vista, confesso di essermi pentita. Di ogni pagina non letta, di ogni capitolo non studiato, di ogni lezione non vissuta… mi sono pentita. Come di un’occasione persa, fuggita via, lasciata andare colpevolmente senza pensarci, irrecuperabile ormai. La mia fortuna è tutta in questo pentimento.

In ogni caso, se oggi posso dire di essere un’ottima insegnante, è solo per un motivo: perché sono stata una pessima alunna.

* Il titolo, non riuscendo a trovarne uno adeguato, l’ho impunemente sottratto ad un album dei Mercanti di Liquore, dei quali peraltro ho parlato qui e che invito tutti ad ascoltare…

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24 commenti

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24 risposte a “Che cosa te ne fai di un titolo *

  1. …tanto di cappello per aver superato indenne il liceo studiando il minimo sindacale… io al contrario di te mi sono pentita di aver sprecato tanto tempo ed energie sui libri, soprattutto alla maturità… Grandissima tua mamma!!!!!
    😀

  2. Bello questo post, racconta alla perfezione certi stati d’animo di quegli anni là, anch’io non ero una studentessa modello e va bene lo stesso, secondo me.
    Avevamo di meglio da fare, ricordo che una volta andai a casa di un’amica a studiare, ci toccava Manzoni con i suoi Promessi Sposi.
    Bene, inziamo a leggere a voce alta il capitolo in questione e quando arriviamo in fondo lei che fa? Ricomincia da capo! Lo leggeva 3 o 4 volte, incredibile per me 🙂 !
    Un bacione cara, sono sicura che tu sia una splendida insegnante, questo lo so da tempo!

  3. Che bel post Tiptoe! Sono d’accordo con il sognare, innamorarsi, uscire con gli amici…. etc, etc… 😀 I poco alunni, sono grandi uomini, o per lo meno alcuni. Potevo dirlo? Un bacione grande.

  4. Alla fine funzionano entrambe le cose, ma troppo studio a scapito della vita quando di e adolescenti non va bene, neppure il contrario però. Io sono per il giusto mezzo…e forse sono anche un po’ noiosa 😉

  5. Che bello questo post!
    Ho avuto quasi le tue stesse esperienze (vacanze a parte)…
    Leggevo molto ma studiavo molto poco. Anzi, direi quasi per niente.
    E non me ne pento. Quando posso cerco anche di incoraggiare i più giovani a fare lo stesso…
    Ciao!

  6. Anch’io ho quel pentimento, anche se riferito a studi precedenti. Alle superiori ci provavo e passai una bellissima settimana pre maturità con le amiche, in montagna. Si studiava ognuna in una stanza, ma poi c’erano ore di libertà condivise

  7. Mi collego solamente al tuo ultimo riferimento: venerdì sera ho ascoltato per la prima volta dal vivo Lorenzo dei Mercanti di Liquore. Voce notevole.
    Per il resto.. ho una mia teoria del “momento giusto”. Probabilmente, quando non è il momento giusto, non si è predisposti ad assimilare, ma nemmeno a capire. Figuriamoci ad apprezzare. E non è solo questione di distrazione o di pigrizia/svogliatezza. E’ proprio che non è il momento. Inutile forzare. Credo. 😉

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