Il mondo

Vengo da un piccolo mondo, il mondo chiuso dentro il triangolo che univa la mia casa alla scuola all’oratorio. Un mondo di persone piccole, dai pensieri ancora più piccoli. Un mondo di gente che “mica ti chiedono la vita di Leopardi al colloquio di lavoro” e di brave bambine sedute al loro posto, a fare in fretta tutti i compiti per prepararsi al matrimonio. Un mondo in cui si pregava Dio la domenica mattina e al pomeriggio si guardava di traverso chi si avvicinava. Un mondo dentro il quale mi sentivo autentica solo quando mi ritrovavo fuori. In cui la mia vita vera era quella immaginata, fatta di concerti sognati da lontano, di persone che non frequentavo, di lunghe camminate intorno al tavolo a fantasticare intorno a chi avrei voluto essere.

Sarebbe stato facile scappare da quel mondo. Mi sarebbero bastati quei libri che non leggevo mai, pensando, stupidamente, che le persone fossero meglio. Quei libri muti rinchiusi dentro l’unica libreria del paese, tanto piccola e insignificante che ci si andava giusto a settembre a prenotare i testi per la scuola.

La provincia. Nell’Italia delle differenze culturali l’unico luogo in cui tutti ci somigliamo almeno un po’.

In provincia c’è tutto: scuole, circoli sportivi, negozi di ogni genere, fabbriche e fabbrichette, stadi… e in questo modo, tra queste (pre)moderne comodità, il provinciale medio nemmeno si accorge di essere provinciale.

A 20 km dal mio insulso e cancellabile paese stava Milano, la Città; e noi eravamo talmente provinciali che Milano era buona solo per le bigiate, per le rimpatriate con gli amici del mare, che la metropolitana ci sembrava una giostra del luna park. “La grazia o il tedio a morte del vivere in provincia”, cantava qualcuno che naturalmente non conoscevo. Magari ci fossimo annoiati! Ci saremmo accorti che a uno sputo da noi c’era qualcos’altro. E invece siamo rimasti lì: a guardarci in faccia su qualche vecchia altalena, a raccontarci avventure da gita scolastica, a inventare amici del mare fedeli come cani… ad ammuffire in oratorio.

Il mio mondo ha incominciato ad allargarsi piano piano quando dalla scuola mi sono spostata all’università e Milano e i libri hanno fatto il loro ingresso, rallentato, nella mia vita. A un certo punto mi sono resa conto, e non è così ovvio: le mie amiche di un tempo forse sono ancora all’oratorio e anziché far giocare i bambini, anziché fare le educatrici, fanno le mamme del bar.

Vivo in un piccolo mondo, il mondo messo insieme lungo la strada che da casa mi porta al lavoro. Un mondo che, nonostante internet e i libri, mi impedisce di incontrare la realtà. La realtà arrabattata in qualche modo dalle persone diverse da me, quelle che, quando hanno male ai denti, vanno al pronto soccorso, o se lo tengono. Le persone che vivono in televisione, o in una sala d’attesa; le persone di cui sento parlare senza vederle da vicino, o che sfioro appena attraverso i loro figli. Quei ragazzi il cui nome compare a settembre sul registro di classe e non sempre riappare a giugno perché si sono ritirati. Sono i figli del degrado, eterni migranti da una casa all’altra, lungo il sentiero dissestato dei sussidi comunali.

Io il mondo una volta l’ho attraversato tutto intero, sulla strada che mi portava al lavoro: giovani uomini con giacche molto più grandi della loro taglia, camminavano in fila a piccoli gruppi, senza parlare. Avevano le facce dei miei alunni… Fuggiti dalla guerra, rifiutati dall’Europa, sgraditi ai piccoli comuni di provincia che li ospitano. Oggi stazionano stanchi e sfibrati sugli scogli, a sognare di varcare la frontiera, di rientrare e vivere e perdersi nella marea delle vite; di lasciare il piccolo recinto che invece noi abitiamo, convinti che sia immenso e tutto qui il mondo.

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12 commenti

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12 risposte a “Il mondo

  1. Sembra incredibile ma il provincialismo esiste ancora con tutte le sfumature di odiosa ignoranza colpevole che si porta dietro.
    E te lo dico sottovoce: anche i milanesi sono un bel po’ provinciali (qualcuno più moderno direbbe “imbruttiti” ) convinti che Milano sia il centro del mondo. Io a Milano centro ci ho abitato per lunghi anni e per molti altri ci ho bazzicato perché ci abitavano i miei; quando si è trattato di trasferirmi nuovamente ho fatto carte false per non ritornarci.

    • Non stento a crederlo! D’altra parte le grandi città italiane sono molto piccole: quando affronto l’argomento in geografia, introduco sempre dicendo che in Italia non abbiamo una reale idea della città. L’Italia in fondo è una grande provincia, in cui però è bello andare a scovare gli angoli di mondo…
      Buon sabato, cara 🙂

  2. Amata e odiata provincia. In città non ci ho mai vissuto. Vengo da un paese, che sta in una regione dove non ci sono città.
    Oggi vivo a Siena che infondo è solo un “paesone”. La dimensione urbana l’ho sperimentata soltanto “di passaggio” e sinceramente non mi è piaciuta.

    Sui migranti: giù da me ne hanno presi tanti (se consideri che siamo sì è no trecentomila) e devo dire che una volta tanto sono stato contento del posto da cui provengo. Quando i giornali hanno pubblicato le statistiche sull’accoglienza ero sbalordito.
    In paese se ne vedono parecchi e non sono nemmeno (troppo) sgraditi. È stato divertente guardare gli anziani incuriositi dai nuovi ospiti.
    Nei paesi non c’è rimasto nessuno e quelli che restano magari fanno qualche soldo lavorando con l’accoglienza…

    Il tuo post è talmente pieno di spunti che potrei scrivere per un’ora. E risulterei fin troppo invadente.
    Ciao!

    • Io vivo nella regione (e nella provincia) che ha dato i natali alla Lega… puoi ben immaginare… Mi fa piacere sapere che ci sono altri luoghi in Italia in cui l’idea di accoglienza non è solo un’idea. Ma “giù da me” esattamente che significa? (rispondimi pure per mail, se preferisci).
      Siena è una città (ops: paesone) magnifica. Me ne sono innamorata subito, da ragazzina in gita col liceo. Poi ci sono tornata nel periodo in cui scrivevo la tesi. Avrei voluto tentare il dottorato lì, poi ho fatto altre scelte, come sai.
      Grazie della visita e non esitare ad invadere 😉

  3. Errata Corrige: sì e no.

  4. Credo che si possa essere provinciali ovunque, Genova è una città ma non la definirei una metropoli, le percezioni del mondo nel quali vivi mutano quando te ne allontani.
    Almeno, per me è stato così, ogni volta che ho fatto un viaggio e ho incontrato altre maniere di vivere, senza andare chissà dove, solo nella vecchia Europa.
    Eppure tutto cambia, da un paese all’altro.
    Un bacione cara!

    • Già. Io purtroppo non l’ho sperimentato, perché mi sono trasferita solo da una provincia a un’altra confinante, da un capo all’altro intorno a Milano, e non c’è differenza tra il mio piccolo mondo di prima ed il piccolo mondo di adesso.
      Buon sabato, cara 🙂

  5. Io vengo da una Piccola città che già mi stava stretta e ora vivo in paese. Che fosse provinciale la prima l’ho scoperto con Bologna. Qui vivo bene, ma quello che sono lo devo ad altro e in altri luoghi lo mantengo.

    • Piccola città bastardo posto?
      Ultimamente penso che i paesini, quelli proprio piccoli, siano meglio di altre realtà più grandi che si atteggiano a città rimanendo però sempre provincia.
      Buona giornata 🙂

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