Una storia da ricordare

‒ Allora, adesso lasciate tutto sul banco, prendete le vostre seggioline e venite qui.
(Brusio e stupore, misti a confusione inevitabile ed entusiasmo malcelato).
‒ Ma perché?, ‒ chiede Alessandro che ha già occupato la pole position accanto a me.
‒ Perché oggi vi racconto una storia. La storia di mio nonno.

Mio nonno si chiamava Felice e non era ebreo. Non era neanche uno zingaro, un omosessuale, un disabile, un comunista. Non apparteneva a nessuna delle categorie perseguitate dal nazismo. Mio nonno era un soldato, che insieme ad altri 650000 soldati italiani come lui, dopo l’8 settembre 1943 venne catturato e deportato in Germania, e divenne un IMI.

IMI: acronimo di “Internati Militari Italiani”, una sigla inventata da Hitler per sottrarre alla tutela della Convenzione di Ginevra i prigionieri di guerra. Un anno dopo, il 20 luglio 1944, sarà Mussolini con un accordo ad aiutare Hitler a maltrattare e a sfruttare al meglio i suoi ex soldati.

Quello che a casa sapevamo della deportazione del nonno non era molto: qualche storia di patate e poco altro. Come molti, anche lui non amava parlarne ed aveva raccontato solo di un lungo viaggio in nave dalla Grecia e poi a Genova i tedeschi che – erano amici? Erano nemici? – li facevano salire sui treni. Meglio salire, ché siamo stanchi. La tradotta – dicevano – si fermerà a Milano. Invece proseguì fino in Germania, fino a quel campo di cui il nonno non ha mai detto il nome. Forse non lo conosceva neanche lui, o forse non riusciva, o non voleva, pronunciarlo.

Quello che ho scoperto, grazie alla consultazione di archivi, documenti, testimonianze e tanti libri, è una storia diversa, una storia di ospedali e malattie, di tanti disagi e troppe ingiustizie. Chiamato alle armi il 22/01/1941, il nonno fu subito inviato in licenza per una malattia alla pelle, che lo tormenterà per tutto il resto della guerra. Il 29/08/1941 dovette partire ugualmente per la campagna di Grecia e il 1° settembre sbarcò a Preveza, giungendo in territorio dichiarato in stato di guerra. Mia madre dice che la guerra del nonno dev’essere stata una guerra un po’ “alla Mediterraneo”, senza combattimenti ed onori. Nel suo foglio matricolare sono conservati solo referti medici e biglietti d’uscita da ospedali militari e da campo, italiani e greci. Piodermite, scabbia, malaria, deperimento organico… sono questi a volte gli altri nomi della guerra.

Il nonno non fu catturato subito dopo il rientro dalla Grecia. Dalla Grecia era già rientrato due volte per motivi di salute ed era stato destinato al deposito del suo corpo di fanteria, di stanza ad Imperia. Il nonno fu catturato a Tortona, in provincia di Alessandria, dove probabilmente era riuscito ad arrivare durante la fuga verso casa. Sul suo cartellino di prigionia la data della cattura è il 9 settembre, una data fittizia che veniva indicata per tutti i prigionieri all’atto dell’immatricolazione e della schedatura nei campi di concentramento.

Il campo in cui il nonno è stato segregato per due anni è lo Stalag III-A di Luckenwalde, 52 Km a sud di Berlino, «circondato da doppio filo spinato e sormontato, ad ogni angolo, da torrette in metallo sorvegliate da soldati tedeschi armati di mitragliere». Così racconta un testimone, il signor Aldo Arpa di Sesto San Giovanni, arrivato lì dopo un viaggio estenuante di «sei giorni e sei notti […] su un carro bestiame in condizioni disumane, senza viveri e scarse razioni d’acqua». Lo Stalag III-A è stato un campo di transito per più di 200000 internati (15000 italiani), che vennero da lì dislocati in altri Lager non solo in Germania. Mio nonno invece, dopo un periodo a Ludwigsvelde, fu rispedito allo Stalag III-A e vi rimase fino alla liberazione del campo. «Quando finalmente nell’aprile del ‘45 i Russi liberano il campo, – continua il signor Aldo – gli uomini che escono da Luckenwalde non sono più quelli che sono entrati: provati nel fisico e nello spirito, si preparano all’agognato ritorno a casa in un clima di grande tristezza per coloro che non ce l’hanno fatta». Nello Stalag III-A morirono quasi 5000 uomini.

Lo Stalag III-A di Luckenwalde (fonte: stalag3a.com).

Lo Stalag III-A di Luckenwalde (fonte: stalag3a.com).

Un altro testimone, Giuseppe Piccolotto, riferisce che i tedeschi davano «giornalmente una fetta di pane, un po’ di miele e zucchero ed una zuppa di verdura o patate da sbucciare; nella gavetta, appena finito di mangiare, vi rimaneva un cucchiaio di sabbia: peggio dei porci!». Non si poteva reagire e «se per caso qualcuno nell’estremo dell’esasperazione farà l’atto di reagire, ci sarà lo staffile, la cella, il campo di punizione dal quale rari ritornano e questi rari hanno già i giorni contati, tante sono le sofferenze, le privazioni ed i maltrattamenti ai quali vengono sottoposti». Aldo e Giuseppe riferiscono inoltre delle pressioni subite quotidianamente fin dal primo giorno per arruolarsi tra le milizie della Repubblica di Salò, ma con scarsi risultati: l’86% dei prigionieri dirà infatti di no. La storia degli IMI è anche una storia di Resistenza: gli internati avrebbero potuto tornare in Italia, ma scelsero di rimanere prigionieri nel Lager piuttosto che passare sotto Mussolini e la sua repubblica fantoccio al servizio di Hitler.

Del campo di Ludwigsvelde invece so poco. So che era un campo di lavoro legato alla Daimler-Benz, l’industria automobilistica poi diventata Mercedes, che insieme ad altre aziende (Krupp, Volkswagen, BMW, Siemens, Knorr…) «ebbe a disposizione gratuita gli “schiavi di Hitler” da sfruttare fino alla morte per stenti. Denutrizione, umiliazioni, percosse, lavoro fino a dodici ore al giorno. A migliaia morirono di fame, di tubercolosi, di violenza e per i bombardamenti delle fabbriche in cui lavoravano».

I nomi dei campi di internamento del nonno li ho ricavati dai documenti allegati al suo foglio matricolare, tra i quali c’è la testimonianza di un altro internato, il fante Angelo Colombo, che riferisce di avere incontrato il nonno a Luckenwalde e ne racconta i trascorsi e i disagi causati dai problemi di salute.

Quello che non capivo, leggendo e rileggendo il foglio matricolare, era la presenza del nonno in un campo italiano, il campo fascista di Cairo Montenotte, nell’entroterra savonese. Il campo P.G. N. 95 di Cairo Montenotte (un campo di lavoro per prigionieri greci) entrò in funzione nel dicembre del 1941 e venne sciolto nel marzo del 1943, proprio nel periodo in cui vi arrivò mio nonno. Il campo stava cambiando destinazione, per diventare un campo per l’internamento civile parallelo degli “allogeni” slavi. «Centinaia di donne, già sottoposte a tortura, venivano inviate a Cairo dalla Venezia Giulia, perché non volevano rivelare i nomi dei loro congiunti “ribelli”. In alcuni casi si trattava solo di familiari di giovani che non si erano presentati alla chiamata alle armi». Il campo era sorvegliato da quasi trecento soldati italiani, ma la popolazione del paese non se n’era accorta: tutto era tenuto nascosto.

Dopo la caduta del fascismo nessuna decisone fu presa circa la sorte dei cittadini “allogeni” che rimasero bloccati nei campi. Il 9 settembre la Val Bormida fu occupata dalle truppe tedesche e via via che la compagnia di sorveglianza, come tutto l’esercito, si sgretolava, i tedeschi presero in mano la direzione del campo. Non so dove si trovasse allora mio nonno, perché dai documenti risulta che dal campo se n’era andato un mese prima (il 10 agosto) per rientrare alla sua compagnia di fanteria. So solo che il 9 settembre si trovava a Tortona. Cosa gli sia accaduto in quel mese non lo sappiamo.

Il campo di Cairo Montenotte quand'era ancora un campo d'aviazione (fonte: savonanews.it).

Il campo di Cairo Montenotte quand’era ancora un campo d’aviazione (fonte: savonanews.it).

Il campo di Cairo Montenotte ha avuto poi un triste primato, quello di essere stato il primo da cui partirono 985 internati con destinazione Mauthausen; altri 170, vecchi e malati, furono avviati verso località imprecisate. Negli archivi tedeschi è stata trovata traccia di un solo sopravvissuto.

Oggi il campo di Cairo Montenotte non esiste più. Là dove si trovava è stata posta una targa a ricordo di quanto accaduto.

Questo slideshow richiede JavaScript.

La storia del campo di Cairo continuava a non convincermi. Non aveva senso che il nonno si trovasse lì: non era un prigioniero greco, né tanto meno un allogeno slavo. A un certo punto, però, ho capito. Riguardando il foglio matricolare mi sono accorta che il passaggio del nonno nel campo P.G. 95 di Cairo Montenotte è segnato nella sezione “Assegnazioni e cambiamenti di compagnia”: il nonno non si trovava a Cairo come internato, ma come guardiano. Era nel reparto di vigilanza. Come immaginerete non è stato facile accettare il ruolo che il nonno ebbe in quel luogo, sebbene si trattasse di un compito non voluto ma imposto, come qualsiasi incarico dato ad un soldato. Poi però ho capito anche che il nonno, essendo stato in un campo, sapeva cosa significasse vivere in stato di prigionia, ma, nonostante questo, ha scelto comunque di non cedere e non arruolarsi con la RSI. Difficile immaginare quali possano essere state le ragioni di una scelta simile. Mio nonno non aveva una coscienza politica formata, era una persona semplice. Ma di sicuro non voleva la guerra. Mia madre dice che la odiava, la rifiutava e mai sarebbe tornato in Italia per combattere di nuovo per il duce che alla guerra l’aveva costretto.

Mentre racconto queste cose, stando bene attenta a non commuovermi, noto sullo sfondo un paio di occhi lucidi. Sono gli occhi di Sara, una ragazza molto bella, un po’ rompiscatole, con la quale sabato sono stata piuttosto rigida. La guardo ma non dico nulla e proseguo…

La storia che ho raccontato è una storia venuta a galla lentamente, cercando tra archivi e documenti, e trovando i segni della lotta del nonno per vedergli riconosciuti alcuni disturbi medici come derivanti da causa di servizio. Dalla prigionia il nonno tornò a casa con pleurite secca e sospetto focolaio TBC, di cui ebbe i postumi a lungo. Due volte fece domanda allo stato e per due volte la sua domanda venne respinta, sebbene tra i documenti ce ne siano due in cui il tenente medico e il comandante del corpo confermano che «detta infermità, per le circostanze di tempo, modo e luogo suindicate è da considerarsi come dipendente da causa di servizio».

Il tentativo di nascondere quanto era successo, di non dire come l’Italia vi fosse coinvolta è l’esatto contrario della Giornata della Memoria. Come mio nonno anche gli altri internati furono dimenticati e si chiusero in un impenetrabile mutismo, cercando di rimuovere i ricordi dolorosi e l’umiliazione del silenzio delle istituzioni. Soltanto nel 2006 il Parlamento concesse agli internati militari e ai civili deportati dai nazisti una medaglia d’onore. Non credo, però, che faremo domanda…

Il nonno in una cartolina militare (album di famiglia).

Il nonno in una cartolina militare (album di famiglia).

La storia di mio nonno non è una storia straordinaria, è una storia assolutamente normale, talmente normale che quando ho chiesto alla collega di lingue di aiutarmi con la traduzione dal tedesco di una riposta inviatami da Berlino, lei mi ha detto: «Anche mio nonno è stato internato in un campo di concentramento». Anche voi avete le vostre storie attraversate dalla Storia, le storie di nonni e bisnonni vissuti durante la guerra e il fascismo. Tornate a casa e chiedete a loro o ai loro figli di raccontarvele. Tornate a casa e cercate le vostre storie…

Annunci

31 commenti

Archiviato in Storie di famiglia

31 risposte a “Una storia da ricordare

  1. Non mi meraviglia che della guerra e della prigionia non volesse parlare, anche mia nonna non ne parlava volentieri…per lo meno con noi nipoti ma qualcosa in più ho saputo poi da mia mamma.

    • Già… Mia nonna invece mi raccontava, quand’ero piccola, sia della guerra sia del fascismo. Poi ha iniziato a parlarne meno e dovevo stare attenta a non regalarle libri in cui ci fosse anche la guerra. Per lo meno così mi diceva mia madre…

  2. Credo che ogni storia sia a suo modo straordinaria e anch’io trovo comprensibile che non fosse un argomento del quale parlava volentieri, chissà che carico di dolore aveva dentro per questa sua esperienza.
    Ricordare e parlarne è sempre importante, hai ragione.
    Un abbraccio a te cara.

    • In effetti i motivi per cui, come tanti altri, non ne parlava sono evidenti… Ieri a scuola i ragazzi di terza mi dicevano che anche i loro nonni parlavano poco della guerra. Loro per fortuna sono curiosi e chiedono, vogliono sapere. E’ stata una bella mattinata.
      Ciao 🙂

  3. Bellissimo post, è bello leggere storie personali che si intrecciano e fanno la storia… Sei stata molto brava nel raccontare. E hai fatto anche bene a coinvolgere i ragazzi a scuola…
    Ciao

    • Grazie. Io come al solito non sono soddisfatta (tu sì che scrivi bene), anche se riconosco che stavolta era difficile: c’erano così tante cose da dire, da riordinare, cose che spuntavano all’improvviso proprio negli ultimi giorni… un macello! A scuola invece è stato facile, facilissimo: le parole uscivano da sole. Merito anche della classe, una di quelle in cui si sta davvero bene.
      Fare storia così è proprio bello…
      Ciao!

  4. Sei stata brava con le tue ricerche, ammiro la tua capacità di andare a chiedere ed informarti. Certo non dev’essere semplice accettare i fatti e accettare i silenzi.
    Ma come hanno reagito i tuoi allievi, a parte Sara?

    Ps gli occhi lucidi son venuti anche a me!

    • La classe era entusiasta, ma non ne dubitavo: con loro ho proprio un buon rapporto (a volte me le fanno girare vorticosamente ma è parte del gioco). Infatti l’ho raccontata solo in prima la storia, con la terza non ho osato… non mi ci vedevo a dire anche a loro di avvicinarsi, in quell’atmosfera così intima. Non per l’età (ho avuto quinte in cui l’avrei fatto senza problemi), ma proprio per loro, con i quali faccio più fatica.
      I ragazzi di prima si sono lasciati coinvolgere; poi alcuni sono intervenuti con le loro storie di famiglia (quel poco che sapevano) e Angelica alla fine mi ha detto “grazie”. Prima di uscire mi sono avvicinata a Sara e le ho chiesto: “Ma ti sei commossa?” e lei era ancora lì che tratteneva le lacrime. Le ho fatto una carezza e sono andata. 🙂

      • Che bel momento con la tua prima, hai avuto anche una grande idea… peccato per la terza…
        Una volta “insegnavo” in una sottospecie di scuola, e con una classe di 17enni (pluriripetenti) avevo guardato “Schindler’s list” annunciandolo come un film un po’ forte e commovente… finchè uno studente mi si è avvicinato circa a metà proiezione e mi ha chiesto: “Ma perché ti fa piangere questo film??”
        :/

      • Questa tua esperienza di scuola dovrai raccontarmela per bene un giorno. La terza, all’inizio della mia ora, era ancora in aula magna al concerto dei ragazzi del musicale. Quando è finito e siamo tornati in classe abbiamo discusso sul senso del ricordo e della celebrazione.

  5. ferma lì, non scappare. Sto cercando la seggiolina, ma per ora devo rimandare la lettura. Guai a te se cancelli questo post

    • Va benissimo anche uno sgabello. In alternativa puoi sempre sederti per terra, non mi formalizzo (il mio sedere se ne sta sulla cattedra all day).
      Ti attendo, cominciamo quando arrivi tu 😉

      • Grazie di avermi aspettata. Ero io quella in ultima fila con gli occhi lucidi, di commozione, ma anche indignazione. Non riesco a farne a meno. Guardavo l’altri giorno I diari della Sacher, un documentario di Moretti fatto sui diarchi dell’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano. Uno degli autori intervistati era un ex deportato che raccontava appunto come fosse una forma di resistenza non firmare per tornare a combattere in Italia.

      • Ti aveva scambiata per Sara… sei un tipo giovanile tu 😉
        Scherzi a parte, grazie della lettura così “sentita”. In questi giorni ho letto di tutto sugli internati, per riordinare e inserire la “mia” storia in quella più ampia con S maiuscola. Il fatto che più dell’86% abbia detto no alla RSI è stato un fatto eccezionale, straordinario davvero. Erano persone semplici, contadini, operai, artigiani… ma avevano capito qual era la parte giusta. Encomiabile, non c’è che dire.

      • A volte mi chiedo quanti saprebbero fare oggi quelle scelte. La “semplicità” era bilanciata da un credo o comunque da un senso morale, di proncipi forti che a volte dubito oggi… ma sono discorsi campati in aria

      • Quando non si ha niente o si ha poco, si riflette, si formano le idee. Oggi abbiamo un sacco di cose, che ci sommergono, ma non abbiamo idee. O forse vogliamo anche evitare di perderle quelle cose cha abbiamo… ma come dici tu sono discorsi un po’ campati per aria, piuttosto generalisti.
        Buona giornata 🙂

  6. Che emozione leggere il tuo post! Anche mio nonno è stato prigioniero di guerra in Germania.

    • Grazie. Non è stato facile ricostruire la storia ed attendo tuttora delle risposte da alcuni archivi tedeschi. Magari scoprirò qualcos’altro. Ogni dettaglio è importante per capire.
      Un abbraccio e torna da queste parti quando vuoi 🙂

  7. Anche i miei nonni parlavano poco della guerra. Solo mia nonna, una volta, mi disse che durante quel periodo dovevano arrangiarsi a mangiare cibi avariati o mantenuti in condizioni igieniche pessime: pescavano tutti da un unico sacco (non ricordo cosa contenesse, mi sembra di ricordare un cereale ma non so dire esattamente quale) e lo facevano al buio, per non vedere gli insettini che vi pascolavano… tuffavano il cucchiaio e lo mettevano in bocca, così, senza farsi troppe domande. Poi mi disse che aveva visto Mussolini nel treno, ma non più di questo.

    • Mia nonna mi parlava dei bombardamenti, dell’allarme che suonava e lei e la sua amica, anziché andare nel rifugio esattamente accanto alla fabbrica, inforcavano la bici e scappavano nei campi. Poi mi raccontava delle restrizioni in cui vivevano a causa del fascismo, della tessera per prendere da mangiare e di quel cioccolato schifoso che lei scambiava sempre con qualcos’altro. Odiava Mussolini. L’ha sempre odiato ed anche oggi non lo può sentir nominare.
      Per curiosità… tu di dove sei? Se preferisci rispondermi via mail, fai pure.
      Un abbraccio 🙂

      • Io vivo in Toscana, ma i miei nonni venivano da Salerno e si sono trasferiti qui solo da anziani; quindi considera che l’esperienza di nonna è stata vissuta in Campania. Grazie per la delicatezza. 🙂 Un abbraccio!

      • In Toscana… che bello! E pure la Campania è tanto bella. Solo io abito in ‘sto schifo di Lombardia? Che poi la Lombardia ha dei luoghi bellissimi, ma bisogna andarli a cercare fuori dalla zona ultraurbanizzata dove vive la maggior parte di noi. Beata te…

      • Sì, la Toscana è stupenda. Pensa che, tutte le volte in cui mi sono allontanata da lei, per un motivo o per un altro, ho sempre sentito una forte nostalgia verso i miei paesaggi dolci e verdi, pur apprezzando le bellezze degli altri. Capita dopo circa una settimana che sto fuori regione: una volta passata l’euforia iniziale comincio a pensare alle colline, ai boschi, ai cipressi… e bum. Sono fritta. 😀

  8. Sonia

    Non so il tuo nome.. Ma qualcosa ci accomuna .. Si perché mio padre era nello stesso campo di tuo nonno. Non so ma per quello che ho letto giuro,con un nodo alla gola ma così familiare.. i racconti di mio padre .mi chiedo se si fossero conosciuti, mio padre si chiamava Artemio nato a valfurva 1924,è scomparso nel 2007 .non raccontava molto.. Come dici tu patate e brodaglia.. Ma i suoi occhi e quelli di tuo nonno ,hanno visto cose che non hanno mai voluto raccontare .. Perché ? Perché non venivano creduti! Il mio diceva sono stato prigioniero e bon..vorrei aggiungere altro ma visto l’ora .. Mi ha fatto piacere leggere il tuo racconto ..un racconto di vita vera.ciao Sonia .

    • Cara Sonia, le tue parole mi hanno davvero emozionata.
      Io mi chiamo Alessandra e, se vuoi, ti lascio il mio indirizzo e-mail (alessandra_scurati@yahoo.it). Mio nonno era del ’21, nato a Desio (MI). Chissà… magari la parziale vicinanza geografica e linguistica può aver fatto incontrare i nostri parenti… O forse il campo doveva essere così grande ed affollato che non si sono nemmeno sfiorati! Peccato che io abbia iniziato queste ricerche solo ora, altrimenti avrei potuto conoscere tuo padre: mi sarebbe piaciuto molto. Anche a mia madre avrebbe fatto piacere ed immagino già la sua emozione quando le dirò di averti “trovata”.
      Un abbraccio e, se vuoi, puoi scrivermi all’indirizzo che ti ho lasciato… se ti va (mi auguro di non apparire invadente) posso darti indicazioni su come recuperare documenti sulla prigionia di tuo padre.

      • sonia

        Grazie Alessandra, sicuramente….con molto piacere ,pensa un pò stanotte non ho dormito,pensando a mio padre…e a tutti gli sventurati che hanno vissuto una guerra, che come oggi,e come allora nessuno vuole…ma loro sono stati la testimonianza vivente,e noi tutti non dobbiamo dimenticare,tenendo sempre vivo l’orrore di una umanità..per i soli miraggi di potere
        .Ti srivo a presto un abbraccio Sonia.

  9. Sonia

    Cara Alessandra,ti ho mandato una mail all’ind.che mi hai scritto,volevo inoltre avere indicazioni,di come recuperare documenti di prigionia,sia di mio padre,che di mio suocero,ques’ultimo,non sappiamo nulla,abbiamo solo un numero di matricola.Grazie… un caro saluto e un abbraccio a tua mamma,che come me trovare un piccolo pezzo di storia di famiglia,fa bene al cuore. Sonia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...