16 gennaio 1945

Alcune storie hanno bisogno di essere cercate a lungo, scavando in profondità tra i ricordi di famiglia, saldati e intrecciati alla linea del tempo. Altre storie invece si lasciano trovare quasi per caso, depositate sul territorio che abitiamo e viviamo ogni giorno. È sufficiente sbagliare strada, entrare nel portone di un’altra casa, inciampare e rialzarsi per accorgersi di qualcosa che prima non avevamo visto. E mettersi a leggere… Non sono i ricordi di una memoria familiare, ma le storie “della nostra memoria collettiva, della nostra memoria condivisa”.

Lungo la strada che porta a Varese, al civico 51, c’è un vecchio complesso di case popolari. Il cancello è sempre aperto, continuo il via vai di mezzi e persone. Le donne vanno e tornano dalla spesa, i bambini corrono e giocano per il cortile. Alcuni escono al mattino presto e rientreranno soltanto per l’ora di cena. Molti non si sa cosa facciano. La vita scorre, inarrestabile, sotto gli occhi del giovane ragazzo che osserva tutto e tutti: persone come lui, non certo agiate, che forse non si sono mai domandate di chi sia lo sguardo appeso alla cancellata. Domenica ci scrutavano incuriosite dalle finestre; forse si erano dimenticate, o non si erano accorte, che anche quest’anno il 16 gennaio era già arrivato. Chi invece non riesce a scordarlo era di nuovo pronto, con la sorella novantenne di Angelo, in piedi davanti alla sua fotografia.

Angelo di anni non ne aveva neanche diciannove quando si trovò solo, dove oggi sorge la lapide, circondato da un gruppo di fascisti. Era il 1945 e il ragazzo era appena tornato a casa per far visita alla madre, che non vedeva da mesi. La donna non poteva immaginare che un giorno la strada in cui abitava avrebbe preso il nome di suo figlio.

Di professione operaio, Angelo aveva perso il lavoro un anno prima e si era spostato a Ghemme, verso Novara, per cercare un nuovo impiego. Nell’ambiente vivace e dinamico della nuova fabbrica il ragazzo entrò per la prima volta in contatto con le idee di giustizia sociale e libertà, di lotta per un mondo finalmente bello ed umano: Angelo aveva conosciuto i partigiani. A questi decise di unirsi e si diede un nome di battaglia, “Falco”, con il quale iniziò a partecipare alle prime azioni di resistenza. Il 18 ottobre dello stesso anno, a causa di un rastrellamento nazi-fascista, il suo gruppo si sciolse, ma Falco non si arrese e con il compagno Vinicio riuscì a raggiungere la 124^ Brigata Garibaldi e a continuare la lotta.

Nel mese di gennaio faceva ritorno a Gallarate, ma sulla porta di casa stavano i fascisti ad aspettarlo. La brigata nera locale era a caccia di giovani detti “renitenti alla leva”, i quali avevano rifiutato di arruolarsi non con il Regio Esercito (nel ’40 Angelo aveva solo quattordici anni, era troppo giovane per la guerra), ma con la RSI, il governo fantoccio che appoggiava e serviva la Germania di Hitler, occupando militarmente il nostro Paese. L’azione fu rapida e inevitabile, l’agguato vile e meschino. Angelo cadde a terra, colpito a morte.

Era l’ultimo inverno di guerra, ma presto avrebbe lasciato il posto al primo della commemorazione. Tutti gli anni, alle undici del mattino della domenica a ridosso del 16 gennaio, mentre le auto sfrecciano incuranti lungo via Angelo Pegoraro, un piccolo gruppo di persone si ritrova qui, per ricordare. Sono circa una ventina, sulle decine di migliaia che abitano la città. Qualcuno porta i bambini, qualcun altro viene da solo. Tutti sono coperti di lana dalla testa ai piedi, perché in questo giorno fa sempre freddo. Ma sui cappotti e le giacche spunta ben visibile il fazzoletto rosso con il volto eloquente di Angelo.

Pego1

Il rito dura circa un’ora: l’introduzione del presidente dell’ANPI, poche parole del sindaco e il discorso dell’oratore scelto. In questi anni per due volte il compito di ricordare Angelo Pegoraro è toccato al mio compagno: «Nel nostro immaginario collettivo il termine ‘eroe’ rimanda ad un individuo dotato di qualità morali, intellettive, fisiche straordinarie, fuori dalla normalità. Credo che questa idea vada combattuta perché troppo facile: c’è chi nasce con queste doti e chi no. E allora giustifichiamo il nostro meschino agire quotidiano: tanto noi non siamo eroi. Non intendo ricordare Angelo come un eroe: “l’eroismo non è sovrumano” scriveva Italo Calvino nel testo di una nota canzone sulla Resistenza: Oltre il ponte. Angelo era un ragazzo normale, come tanti, che ha scelto, certo con enorme coraggio, la strada più difficile, ma forse l’unica strada possibile per chi dentro di sé sentiva l’esigenza quasi dolorosa di essere libero; di essere libero per sempre. Ha combattuto e ha pagato questa scelta con la sua vita. Mi piacerebbe dire che la sua sia stata una scelta normale, una scelta naturale. Tutti noi possiamo credere, tutti noi dobbiamo credere di avere dentro di noi un poco di questo coraggio» (dal discorso del 2008).

Mi piacerebbe raccontare la storia di Angelo come una storia ordinaria, come la storia di mio nonno catturato dai tedeschi dopo l’8 settembre e deportato in Germania insieme a tanti altri innocenti come lui. Anche quelle sono storie di resistenza, perché ai soldati italiani nei Lager tedeschi veniva offerta la libertà in cambio dell’arruolamento nella RSI. Si trattava, come sempre, di scegliere e solo una misera percentuale fece la scelta più comoda, accettando di barattare la possibilità di salvarsi con il tradimento. Ma oggi anche la storia degli IMI (internati militari italiani) è una storia stra-ordinaria, perché la libertà che altri hanno guadagnato per noi l’abbiamo barattata da tempo con la tranquillità, la mitezza, di altri valori. Abbiamo accettato il fascismo, in pieno. Non perché nel fascismo crediamo, ma perché credere è impegnativo, costa fatica. E non rende. Allora è più conveniente chiudersi nei propri egoismi, nell’individualismo sicuro del proprio paese e della propria ristretta famiglia, scegliere di non costruire democraticamente insieme ad altri.

«Siamo gente di un pianeta diverso ‒ scriveva Giovanni Pesce, comandante “Visone” ‒ Anche noi combattiamo una dura lotta, in cui si dà e si riceve la morte. Ma ne sentiamo tutto l’umano dolore, l’angosciosa necessità […] Loro ridono. Hanno appena ucciso 15 uomini e si sentono allegri. Contro quel riso osceno noi combattiamo. Esso taglia nettamente il mondo: da un lato la barbarie, dall’altro la civiltà» (G. Pesce, Senza tregua, 1967). Le scelte non sono tutte uguali ed essere partigiani, stare dalle parte della civiltà, è oggi la scelta meno ordinaria.

Angelo Pegoraro, Scorzè (VE) 5/06/1926 - Gallarate (VA) 16/01/1945.

Angelo Pegoraro, Scorzè (VE) 5/06/1926 – Gallarate (VA) 16/01/1945.

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13 commenti

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13 risposte a “16 gennaio 1945

  1. Che storia, le vicende dei partigiani sono spesso drammatiche come questa. E’ bello però che le persone abbiano il desiderio di ricordare e commemorare Angelo e la sua giovinezza perduta.

  2. Un post pieno di verità amare… Che però bisogna avere il coraggio di dire.

  3. Grazie per il tuo bel post.
    Non conoscevo la vicenda personale di questo partigiano ma conosco bene molte di quelle storie. Ti ringrazio anche per aver ricordato la storia degli Internati militari italiani, troppo spesso dimenticata. Così come si dimenticano le vicende di tutti coloro che combatterono nell’esercito del Sud insieme agli Alleati.
    Ciao!

    • E’ una “piccola” storia locale, molto sentita dai compagni dell’ANPI e dei circoli di sinistra della zona.
      Ogni territorio ha le sue storie e in quel periodo nord e sud hanno avuto vicende diverse, ma ugualmente di lotta.
      Buona giornata.
      PS: non so perché ma il tuo “nick” mi diceva che questo post ti sarebbe piaciuto…

  4. Allora la facero in molti quella scelta, ma non era ordinaria. Molti la pagarono cara e ricordarli, soprattutto ai nostri figli, è doveroso. Grazie per questo ricordo

  5. E’ molto bello ricordare queste storie, così come è bello condividerle; il monito “per non dimenticare” vale (sopratutto) in questi casi, Grazie per avermi fatto conoscere la storia di Angelo!

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