La degenerazione della vita politica al liceo

Inizio degli anni Novanta. Nonostante la fine annunciata della Prima Repubblica, non è ancora venuto il tempo per il disimpegno di massa e l’antipolitica e qualcosa continua a muoversi e a brulicare anche tra i banchi del liceo. Nella cornice storica del teatro cittadino si presentano i candidati alle elezioni studentesche: la solita lista di sinistra, la solita lista di destra “ciellina” (noi al nord possiamo vantare certe formazioni perfettamente in equilibrio tra il cattolico e il malavitoso), le solite dimenticabili (e dimenticate) liste di centro e dintorni. Da anni il liceo è governato dalla destra cattolica di A.F., un nome che tutti conoscono ma pochi osano pronunciare senza timori di ritorsioni. Il dibattito si accende fin da subito, tra la lista di destra del governo uscente (che anche questa volta non uscirà) e la lista di sinistra, candidata perfetta all’opposizione.

‒ Le proposte della destra: tappare ogni singolo buco formatosi nella calotta del liceo, compreso naturalmente quello dell’ozono, con qualsiasi materiale possibile e reperibile in loco (malta, palta, colla, sabbia, calcestruzzo, uova di pernice, pasta di sale rubata ai lavoretti dei bambini, caviale, catrame, rifiuti tossici, cicche, zecche, sputi);
‒ le proposte della sinistra: gemellaggio con la Tanzania (perché a noi comunisti vincere non ci piace proprio…).

Gli anni del leaderismo indiscriminato sono alle porte e tutto ruota intorno al mito del self-made man, all’uomo carismatico che tanto ha fatto prima per sé e poi per il liceo. Questo sostengono i candidati della destra, in un tripudio di lodi e apologie degne del Cicerone più spregiudicato; questo accusano i candidati della sinistra, tra arringhe costruite ad arte per poi ricadere subito nel vuoto. «Perché F. ha fatto… F. ha detto… F. ha costruito…», declamano dall’ala destra. All’ennesimo “Effe ha salvato il mondo” un candidato di sinistra si lancia sul palco e picchiando il pugno per terra esclama: «Bravo Effe!». Dalla platea immediata si leva la risposta: «Demagogo!». La folla è in delirio. Io e le mie amiche siamo esaltatissime!

Come sempre in democrazia le urne decreteranno il vincitore, ma il dibattito andrà avanti per tutto l’anno sulla stampa, di regime e “clandestina”, tra giornalino ufficiale del liceo (formato A4, fresco di ciclostile e gratuito) e contro-giornalino dell’opposizione (formato dimezzato, fotocopiato a proprie spese e a pagamento… perché essere extraparlamentari è come essere già tagliati fuori).

Il tempo passa e arriva l’anno della maturità. Niente è più come una volta, il dibattito politico è ormai spento, l’autogestione un pallido ricordo; ci rimangono solo i buchi nel tetto del liceo. La lista che vincerà le elezioni si presenta come “apolitica” e ne fa il suo cavallo di battaglia; i candidati schierano come carta vincente la secchiona (ci mancavano giusto un paio di professori ed eravamo pronti per il governo dei tecnici…). Se penso che tutto sia irrimediabilmente finito, è perché ancora non ho visto il peggio…

Gli anni continuano a passare ed io sono sempre al liceo, ma questa volta dall’altra parte della cattedra. Accompagno le classi in aula magna alla presentazione delle liste, giusto due per avere un briciolo di suspense sul risultato: da una parte il giovane sbarbato e pulito di sani ideali, dall’altra il curato di campagna, testimone di vita e desideroso di «crescere insieme» (e a me sembra di essere di colpo ritornata all’oratorio…). Inutile dire che vincerà il curato di campagna. E il baratro si fa sempre più largo…

Passa un altro paio d’anni e dalle ceneri dell’Uomo Qualunque risorge un vecchio mito che i nostri nonni non aveva incantato, ma tra di noi sembra avere trovato la sua fase storica ideale. I tempi sono cambiati e se tra le mura della scuola si gioca ancora alla guerra delle proposte, oggi è a suon di “specchi nei bagni” versus “felpe del liceo”. Non volano insulti, non minacce. L’atmosfera è pacata. Il risultato non è ancora scritto, ma il vincitore c’è già: è seduto tra il pubblico e gioca anche lui col suo telefonino. Voterà per quella lista dal nome simpatico che ha proposto un talent-show come quello di Canale5.

Intanto l’assemblea si è conclusa. Lentamente raduno le mie pecore e le riporto in classe. Dal fondo controllo che ci siano tutte, che nessuna fuoriesca dal gregge; ma forse mi preoccupo invano: eccole perfettamente in fila ed obbedienti. Sospiro, e ripenso con nostalgia a noi pecore nere. Mi domando, rassegnata, chi abbia preso il nostro posto, chi sia stato più abile e più cinico da riuscire a guidare oggi la testa del gruppo…

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6 commenti

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6 risposte a “La degenerazione della vita politica al liceo

  1. Mi sono fatto parecchie risate leggendo questo post. Io ho finito il liceo nell’estate del 2003 e ti assicuro che le cose non erano molto diverse. Solo che le discussioni politiche le facevamo al bar, per strada, o al massimo in piazza. Le rare assemblee erano più un motivo per non fare scuola che per altro. Bel post.
    Ciao!

    • Grazie. Volevo innanzitutto che fosse spiritoso; poi la chiusa malinconica è uscita da sola, ma era inevitabile.
      I primi anni da ragazzina non ci capivo molto, ma vedevo che c’era dibattito e mi entusiasmavo. Poi anche noi eravamo contenti di saltare scuola, ma almeno eravamo nel mezzo di qualcosa.
      Grazie della visita e buona serata 🙂

  2. Io ho studiato in un liceo privato lontana dalla politica studentesca ma non dalle idee e spesso quel che lascia di stucco è l’assenza di idee, dell’ideologia ne faccio a meno volentieri

  3. Io a differenza di Viv ho studiato in un Liceo pubblco ma come lei non ho ricordi in tal senso, i ragazzi di adesso hanno davanti grandi punti interrogativi, incertezza totale sul futuro.
    Buona serata Tiptoe!

    • In effetti navigano in pessime acque… Noi, che si fosse d’accordo o meno, avevamo qualcuno da ascoltare; loro hanno solo un sacco di cose, che li lasciano però senza alcuna idea…
      Buona serata, Miss 🙂

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