La ruota dei nascosti (2)

(Continua da qui)

Intorno alla saletta c’è via vai. La porta è aperta e si vedono sfilare diverse figure. Le serventi e le “comarine”, le studentesse della scuola di ostetricia, hanno il passo spedito e deciso di chi non ha tempo da perdere. Solo qualcuna delle giovanissime sembra ancora titubante, ma imparerà presto anche lei a camminare in quel modo. Le pazienti si spostano con pigrizia. Una mano sulla schiena, l’altra sul ventre, si sono alzate solo perché la levatrice ha detto di camminare per agevolare il travaglio, e loro da lì se ne vogliono andare, il prima possibile. Le nutrici, invece, si spostano giusto per andare a prendere il bambino all’ora della poppata e per riportarlo al suo posto una volta finito. Solo in questo caso si sente piangere e si può stare sicure di essere arrivate nel posto giusto. I bambini devono essere tenuti da un’altra parte, lontani dall’ingresso e dall’indiscrezione di chi capita lì dentro solo per errore.

Il cortile interno della Pia Casa di Milano (G. Grossi, 1889-1969).

Il cortile interno della Pia Casa di Milano (G. Grossi, 1889-1969).

Le tre donne sedute non si parlano. Ciascuna tiene qualcosa tra le mani (sembra una busta), che guarda e riguarda e stringe come se fosse la cosa più preziosa che ha, come se da quel pezzetto di carta dipendesse l’intera sua vita. Forse non sanno leggere cosa ci sia scritto, non sanno decifrare i segni neri e impenetrabili vergati dall’ufficiale del Comune per l’ennesima volta. Ma ne conoscono il significato, la sostanza, e in fondo è questo che conta.
         Durante l’attesa i pensieri e le storie si accavallano. Ognuna ricorda tutto perfettamente, i particolari, i gesti, le parole… e in fondo sono gli stessi gesti che tutte hanno compiuto, le stesse parole che tutte si sono sentite sussurrare, gli stessi particolari che ogni notte ritornano sempre più reali: un uomo che si avvicina, le guarda, le lusinga, le intimorisce…

La levatrice entra senza salutare e deposita il pesante registro sul tavolo con un tonfo che fa sobbalzare le tre donne assorte. Agisce in modo meccanico e perentorio; è evidente che si tratta di gesti ripetuti, compiuti chissà quante altre volte e che non lasciano immaginare che forse la prima volta era titubante ed incerta anche lei come le donne con cui da anni viene in contatto. Chiede chi è la prima e, quando la domestica si alza per farsi avanti, le indica la sedia di fronte a sé dove sedersi per procedere. La giovane donna si avvicina ed esibisce subito la fede di povertà con il timbro del Comune. La levatrice la apre e dà un’occhiata veloce. Riconosce la firma e non legge altro. Butta la busta e ne prende una nuova su cui segna un numero ed inserisce la fede di povertà. Poi dice alla donna di scrivere nome e cognome su un altro foglio, che prontamente inserisce nella stessa busta su cui appone il fresco e rosso sigillo di cera lacca. La domestica è visibilmente preoccupata e guarda con sospetto e terrore la busta sigillata. La levatrice capisce ed ha un moto di pietà:
         ‒ Quando uscirete dalla casa questo verrà strappato e voi non sarete mai passata di qua.
La giovane domestica sorride rincuorata e chiede cosa venga scritto sul registro.
         ‒ Mese di gravidanza, data d’ingresso e provenienza. Siete di Milano?
         ‒ Sì.
         ‒ Quando nascerà la creatura qui scriveremo il nome, ‒ aggiunge indicando un punto preciso del registro; ‒ e quando uscirete, qui la data della vostra partenza ‒. Conclude, facendo scorrere l’indice da una casella all’altra lungo la pagina.
Vorrebbe sorridere forse, ma ha già concesso troppo in rassicurazioni e così congeda la domestica, chiedendo alla seconda donna di accomodarsi di fronte a sé.
         Anche la sarta consegna la fede di povertà, che viene aperta, sbirciata velocemente e messa in un’altra busta sui cui la levatrice segna il numero progressivo. Come la domestica prima di lei, anche la sarta si mostra preoccupata appena le viene detto di dover scrivere il proprio nome e cognome, sebbene abbia sentito che la busta verrà strappata quando tutto sarà finito. La levatrice questa volta si spazientisce:
         ‒ Insomma, come ve lo dobbiamo dire che il vostro nome non viene scritto da nessun’altra parte? Su questo registro non lo scrivo. Scrivo che siete l’illegittima numero duecento e rotti dell’anno in corso! Non va bene neanche il numero? In qualche modo vi dovremo pur riconoscere!
La sarta è un po’ contrariata, ma non fa altre domande e se ne torna al posto senza dire una parola.
         La levatrice ora posa lo sguardo stanco sull’ultima donna, la più giovane e la più spaventata. Anche l’operaia si siede ed allunga timorosa la mano che impugna la fede di povertà. La levatrice la prende, la apre e la mette nella nuova busta senza nemmeno guardarla. Il numero l’ha già scritto ed ora chiede anche all’operaia da dove proviene e di scrivere nome e cognome sul foglio da inserire nell’ultima busta. L’operaia però non sa scrivere. Nemmeno nome e cognome.
         ‒ Sono allora costretta a chiedervelo nome e cognome. Ditelo piano ma non preoccupatevi, tanto qui nessuno sente e anche chi sente dimentica in fretta.
L’operaia però non si fida nemmeno a sussurrarlo quel nome.
        La levatrice aspetta, rassegnata.
        L’operaia allora indica con gli occhi la fede di povertà. La levatrice capisce e riapre la busta, prende il documento al suo interno e legge mentalmente il nome della ragazza; lo trascrive sul foglio e lo inserisce nell’ultima busta, che finalmente può chiudere una volta per sempre. La ragazza però sembra ancora preoccupata.
         ‒ Cosa c’è?
         ‒ Ma questa busta… davvero non verrà mai aperta?
La levatrice sposta lo sguardo, sembra non voglia rispondere. Ma la ragazza la supplica, con gli occhi.
         ‒ Solo in caso di decesso. Per avvisare i vostri parenti…
Chiuso il registro, la levatrice alza il braccio destro e senza bisogno di guardare afferra la corda che aziona il campanello. Poco dopo compare una servente sulla porta:
         ‒ Trova un posto alle signore e chiama il medico per la visita d’ingresso.
Le tre donne si alzano e seguono la servente; solo l’operaia si volta a guardare la levatrice come per salutarla, ma quella sta già riordinando il tavolo, incurante e persino dimentica delle tre donne e delle loro storie, che nessuno le ha raccontato ma che conosce. Prende con sé il registro e lascia in un angolo ben impilate le tre buste: passerà il curato a ritirarle e a portarle in archivio, dove verranno riposte insieme alle altre in attesa solo di essere eliminate.

Quando la levatrice è uscita chiudendo la porta, mi avvicino al tavolo e noto qualcosa che mi colpisce: su tutte e tre le buste è scritto lo stesso numero: 292 anno 1884 (continua…).

RegistroPartorienti

Il registro delle partorienti dell’Ospizio Provinciale degli Esposti di Milano, anno 1884.

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12 commenti

Archiviato in Storie di famiglia

12 risposte a “La ruota dei nascosti (2)

  1. Perché è scritto lo stesso numero su tutte e tre le buste? Non dovrebbe essere, appunto, progressivo?
    (Questo racconto è avvincente)

  2. Qui la cosa si fa torbida… mi fa temere che ci sia sotto qualcosa di illecito. Aspetto ma non farmi consumare nell’attesa, eh?

  3. Ci tieni col fiato sospeso…

  4. E no, come sei arrivata fino qui? Ora vogliamo sapere il seguito, è davvero avvincente questo racconto, brava Tiptoe!

  5. bellissimo! stavo già per piangere!

  6. Pingback: La ruota dei nascosti (3) | tiptoe to my room

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