L’è par sempar: ricordi dalla Grande Guerra

L’avevamo trovata quassù la piccola Irma Maria, su questo balcone, insieme alla sua mamma che le indicava le montagne dov’era a combattere il papà.

A cent’anni esatti dall’omicidio dell’erede al trono d’Austria, l’arciduca Francesco Ferdinando, e dall’inizio della prima guerra mondiale, passata alla storia come la Grande Guerra, non è facile trovare ancora in vita qualche testimone. La signora Mariuccia non poteva essere sul fronte, ma quel conflitto ha fatto parte anche della sua vita, allora appena incominciata…

La piccola Maria aveva circa due anni quando l’Italia è entrata in guerra e il suo papà è dovuto partire. La vita quotidiana di questa piccola famiglia lombarda, come quella di quasi tutte le famiglie italiane, cambiò drasticamente quel lontano 24 maggio 1915. Mamma Lisa lavorava già, poiché da queste parti, nel Nord appena industrializzato, le donne avevano iniziato ad uscire di casa da tempo. Tante altre giovani spose, invece, iniziarono a lavorare proprio durante la guerra, perché gli uomini erano tutti al fronte e in qualche modo bisognava sopravvivere. L’unico “merito” della Grande Guerra è stato di avere contribuito all’emancipazione delle donne italiane, che, fuori di casa e nelle fabbriche, hanno iniziato ad assumere consapevolezza dei diritti loro negati.

La signora Lisa lavorava in tessitura e lavorava dodici ore al giorno. Ai bambini badava il nonno, il pà Peder, come veniva chiamato un tempo il capostipite della famiglia. Il pà Peder era soprannominato ül Radetzky, perché – così si racconta – somigliava moltissimo al noto generale austriaco. Per questo motivo in paese era rispettato e tenuto in considerazione. Come tutti i bambini dell’epoca la piccola Maria e il fratellino Bruno dovevano aiutare la famiglia, facendo i “mestieri”, ma come tutti i bambini di sempre pensavano a giocare e ne facevano “una pelle”, come si dice da queste parti. Ricorda la signora Mariuccia che, quando la mamma tornava dal lavoro, il povero Radetzky, sfinito, le restituiva i suoi bambini e non ne voleva sapere più niente.

In quel periodo la vita si era fatta più difficile di quanto non lo fosse già e i sacrifici che si dovevano affrontare erano parecchi. Per mangiare era necessario avere la tessera, a causa del razionamento dei generi alimentari. L’economia doveva marciare a pieno ritmo seguendo le priorità dettate dalla guerra, tra le quali il sostentamento della popolazione era contemplato solo in virtù del funzionamento dell’industria bellica. Nel 1917 la situazione era peggiorata al punto che fu vietata la vendita di pane fresco, i macellai vennero chiusi di giovedì e venerdì e i pasticceri il sabato la domenica e il lunedì, giorni in cui era proibita anche la vendita dello zucchero. Inoltre il possesso di alcuni generi – granturco, fagioli, riso e patate – doveva essere notificato in Municipio.

In questo clima di restrizioni la domenica la signora Lisa si concedeva una merenda speciale con i suoi bambini. Prendeva dalla credenza il servizio di bicchierini piccolissimi che custodiva gelosamente e versava per tutti un goccino di vino, accompagnato da un pezzettino di formaggio gorgonzola. A raccontarmi questo particolare è la signora Pinuccia, proprio lei che in quegli anni non c’era ma conosce tutte le storie che, quando era piccola, le raccontava mamma Lisa, per la quale quel momento con i suoi bambini doveva essere davvero prezioso.

I ricordi più vivi della signora Mariuccia sono legati ai ritorni e alle partenze di papà Ernesto. Quelle rare volte che il papà riusciva ad ottenere una licenza di pochi giorni, prima di presentarsi a casa, passava a prendere i bambini all’asilo. All’improvviso sulla porta dell’aula compariva la suora ad annunciare che era arrivato il soldato e la piccola Maria sapeva che si trattava del suo papà. Felicissimi i bambini tornavano a casa con lui, che avrebbe finalmente riabbracciato anche la moglie. Questa felicità effimera mutava però in tristezza quando il signor Ernesto doveva ripartire e i suoi bambini lo salutavano con la mano. La signora Mariuccia ricorda ancora che in quei momenti dentro di sé pensava se mai l’avrebbe rivisto il suo papà…

I ritorni in licenza erano accompagnati dai racconti della guerra e dei luoghi che i soldati imparavano a conoscere. Il signor Ernesto diceva che nella zona di Trento le case erano bellissime, molto diverse dalla sua e da quelle dei suoi compagni, e che quelle persone prima del conflitto conducevano una vita tranquilla e dignitosa e non avevano alcuna intenzione di diventare italiani. L’irredentismo che studiamo sui libri di scuola nella realtà quotidiana era roba per pochi, per Cesare Battisti e altri borghesi che si potevano permettere di avere delle idee. I contadini pensavano solo a come sopravvivere e sotto il dominio austriaco non andava poi troppo male.

Più spesso i racconti del signor Ernesto erano altri e terribili. Tutte le guerre sono feroci e la seconda guerra mondiale non fu da meno della prima. La Grande Guerra però è stata soprattutto una guerra di trincea, combattuta in prima linea da tanti giovani impreparati che non potevano accettare di trovarsi lì, in quelle fosse sporche e strette che avevano dovuto scavarsi da soli, tanto vicini al nemico e alla morte. Quelle fosse, dal fondo delle quali Giuseppe Ungaretti scriveva le poesie che tutti abbiamo letto, erano lo spazio vitale occupato dai soldati, giorno e notte. Il signor Ernesto, quando tornava in licenza e persino quando tornò definitivamente a casa, dormiva per terra, perché non era più abituato a dormire in un letto.

L’unica consolazione dei soldati costretti là dentro era custodita nelle fotografie che ritraevano madri, mogli, figli e fidanzate che li attendevano a casa e sognavano di vederli tornare. Anche papà Ernesto ne aveva una, che la signora Mariuccia conserva ancora e mi ha dato perché io la inserisca nel mio racconto. In posa come in un ritratto dell’Ottocento ci sono mamma Lisa e i suoi bambini, il piccolo Bruno – che avrà avuto due o tre anni al massimo – e la bella Maria, che oggi è qui seduta accanto a me con solo cento anni di più. In quei momenti difficili di lontananza il signor Ernesto teneva con sé anche un’immagine del Sacro Cuore di Gesù, che lo proteggeva soprattutto quando usciva dalla trincea. Quel piccolo portafortuna, insieme ai suoi documenti, ha voluto lasciarlo alla figlia minore, la signora Pinuccia, che l’ha sempre custodito tenendolo dentro la sua patente di guida. Non è credente la signora Pinuccia, ma quell’immagine sacra era del suo papà e per lei è un oggetto di valore indescrivibile.

Quando la guerra stava ormai per finire un’altra calamità arrivò inaspettata a decimare la popolazione mondiale: l’influenza spagnola. Nel giro di due anni la cosiddetta “spagnola” uccise decine di milioni di persone, tra cui la madre del signor Ernesto, la nonna Giò. Questa tragedia ebbe almeno il merito di accelerare il ritorno a casa di molti soldati.

Un giorno infatti, passati oramai più di tre anni dall’inizio della guerra, papà Ernesto arrivò all’asilo a prendere i bambini. Anche quella volta si aprì la porta dell’aula e anche quella volta la suora annunciò che era arrivato il soldato. Quella volta però c’era qualcosa di diverso, qualcosa in più; qualcosa che bisogna aver vissuto per poterlo capire: quel giorno il papà era tornato per sempre. La piccola Maria era riuscita a trattenersi per tutta la strada del ritorno, ma una volta arrivata vicino a casa non resistette più: lasciò la mano del signor Ernesto e corse dalla mamma per dirle che il papà era tornato, ed era tornato per sempre. La signora Lisa in quel momento si trovava in giardino, sulla pianta a cogliere le ciliegie, ignara della felicità che la sua bambina le stava portando. Non so immaginare cosa avrà pensato e cosa avrà provato. Mi sembra però di riuscire a vederle, la mamma e la bambina, insieme sotto l’albero, felici, mentre il papà è ancora per strada con il fratellino e la piccola Maria non smette di ripetere queste poche, bellissime parole: «L’è par sempar, l’è par sempar!». Le stesse parole che nello stesso giardino quella bambina di cento anni ripete ancora oggi per raccontarle a me.

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12 commenti

Archiviato in Storie di famiglia

12 risposte a “L’è par sempar: ricordi dalla Grande Guerra

  1. Ecco, oggi tu e Miss Fletcher mi avete servito i post che preferisco tra i vostri, un modo egregio per cominciare il week end!
    Intenso e commovente il racconto che hai saputo trarre dalle parole della signora Maria. Una storia da tramandare… Buon sabato!

    • Grazie, cara. Quando l’ho “intervistata” la prima volta ho capito subito che questi ricordi dovevano avere un post(o) a parte, perché relativi ad un periodo di cui oggi non abbiamo quasi più testimoni e perché nati nell’animo di una bambina piccolissima. Ho poi atteso l’anniversario di ieri per pubblicarlo.
      Buona domenica 🙂

  2. Che splendido racconto Tiptoe, la storia della signora Maria è davvero toccante!
    Un abbraccio a te!

    • Già, è proprio una storia bellissima e delicata. E che lei si ricordi di quei momenti, di quelli più intensi come i ritorni e le partenze, è la dimostrazione della grandezza dell’animo umano.
      Buona domenica, cara Miss.

  3. Bellissima storia. Grazie per averla raccontata. Anche la moglie del mio bisnonno morì di spagnola, poi lui si risposò e nacque mio nonno. Mio nonno materno invece era sergente nella grande guerra e tornò poco più che ventenne con tutti i capelki bianchi

  4. …mi sono davvero commossa!!! grazie per questi racconti, mi sembra di sentire la nonna Mariuccia che li tramanda, in dialetto… penso che abbiamo troppa poca coscienza di quello che i nostri antenati hanno vissuto… sono avvenimenti così vicini a noi (solo un secolo fa, per non parlare della seconda guerra…), e sembra che non ci riguardino quasi più.
    Che bella la foto della signora Mariuccia!! Sai che assomiglia tantissimo a mia figlia!?

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