In latteria

Sono le cinque del mattino e il sole non è ancora sorto, ma bisogna essere già in piedi. Tra poco arriva il camion del latte dalla Centrale di Monza e occorre sbrigarsi: senza latte qui non si fa niente. Tutti devono dare una mano, anche i bambini, che a piedi o in bicicletta faranno le consegne prima di filare dritti a scuola. La piccola Elena, poverina, deve portare ben venti litri al collegio delle suore ed arriva sempre con le mani tutte rosse e rovinate. Per fortuna c’è quella vecchissima sorella che, mossa a compassione, la ripaga con una brioche calda fatta in casa. Lei allora è ben contenta di fare la consegna, perché tutte le mattine si guadagna una colazione buonissima.

Siamo alla fine degli anni Cinquanta e questa è la latteria dei miei nonni. Dopo anni faticosi da operai allo stabilimento Targetti, con i soldi messi da parte hanno acquistato un piccolo locale in centro al paese, dove si sono trasferiti con i bambini. La latteria si trova proprio davanti al portone della casa del Papa. In questa piccola città, infatti, nel lontano 1857 nacque un bambino che un giorno sarebbe salito al soglio pontificio. Ancora una volta la storia dei grandi personaggi e degli avvenimenti epocali e quella delle persone umili sono una di fronte all’altra.

Sulla sinistra il portone della casa del Papa, di fronte l'entrata della latteria (foto del mio papà).

Sulla sinistra il portone della casa del Papa, di fronte l’entrata della latteria (foto del mio papà).

La latteria non è molto grande e, insieme al bancone, c’è posto solo per due tavoli, ai quali le persone si siedono insieme. Nei locali al piano superiore ci sono le stanze da letto e quella dei bambini funge anche da magazzino. Il latte è davvero il sovrano indiscusso del luogo, con cui si prepara e si vende di tutto: dalla panna montata alla cioccolata, dalla torta di latte per la festa del paese al frappé e persino al gelato. Gli spazi nella gelatiera sono però solo quattro e così i gusti vengono alternati: panna e cioccolato non possono mancare, mentre gli altri (pistacchio, fragola, limone e nocciola) girano. Il sabato e la domenica ci sono i pasticcini e quando arriva la stagione calda si prepara la granite. I nonni hanno anche la licenza per il caffè, che – pare – è molto apprezzato. Inoltre, sottobanco, vendono gli alcolici, che contribuiscono non poco a riempire il piccolo locale a tutte le ore del giorno. Per procurarsi un buon vino per i suoi clienti il nonno prende la sua fidata 600 e se ne va fino in Piemonte.

La torta paesana, detta anche "di latte", fatta dal mio papà seguendo l'antica ricetta della nonna.

La torta paesana, detta anche “di latte”, fatta dal mio papà seguendo l’antica ricetta della nonna.

In latteria si vendono biscotti, caramelle, mentine, meringhe, tutte nel loro bel vaso di cristallo; e ci sono delle strane bustine con la farinetta di castagne che – mi raccontano – è più buona mangiata con un bastoncino di liquirizia. E a proposito di liquirizia, ci sono anche gli asabesi, qualcuno se li ricorda? Quelle caramelle nerissime a forma di animaletto. Anch’io li ho mangiati qualche volta, ma non sapevo si chiamassero così. C’è una storia dietro a queste caramelle, una storia che ci porta ancora più lontano nel tempo e nello spazio…

È il 1884 e ci troviamo a Torino, tra i viali del Parco del Valentino, dove è stata allestita l’Esposizione Generale Italiana. Tra le attrazioni di maggiore successo figura un gruppo di autentici africani della baia di Assab, in Eritrea. In pieno periodo coloniale in Europa spopolavano le esposizioni etniche e l’Italia, che aveva coraggiosamente conquistato il suo fazzoletto di terra, non voleva certo sentirsi da meno delle altre potenze. E così, in occasione dell’Expo, viene allestito un piccolo villaggio in “stile Africa” per la curiosità delle dame torinesi, che guardano con stupore misto a tremore questi esemplari di pelle scura: si dice persino che siano antropofagi… In loro “onore” i biscotti al cacao presentati all’Expo vengono chiamati Assabesi, asabesi in dialetto. Poi verranno le liquirizie, a forma di faccette africane e di animaletti.

F.lli Lovazzano "Ritratto di gruppo degli Assabesi" (Collezione Giglioli, Museo Pigorini, Roma).

F.lli Lovazzano “Ritratto di gruppo degli Assabesi” (Collezione Giglioli, Museo Pigorini, Roma).

La latteria è un luogo di ritrovo conosciuto ed apprezzato in paese e la posizione dietro la gesa granda, come si chiamava una volta la basilica, è un bel vantaggio: qui intorno si allestisce il mercato settimanale e le bancarelle sono sistemate anche davanti al negozio. Gli ambulanti approfittano del retro del locale per sedersi a colazione e a pranzo: dopo aver preso il pane e l’affettato al banco del salumiere, comprano il vino dal nonno, che fa un prezzo di favore a questi lavoratori che se ne stanno tutto il giorno fuori casa.

La latteria è un luogo vivo, dove le persone vanno e vengono. Ecco un bambino che si avvicina agli ambulanti: ha la faccia da monello ma sembra simpatico; e infatti riesce in qualche modo a guadagnarsi un fettino di salame ed ora corre a scuola tutto contento. Se lo merita, in fondo. Si è alzato presto anche lui ed è già stato a portare il latte alla villa di una facoltosa famiglia tedesca. Corri, papà, che altrimenti fai tardi e il maestro non ti chiede mica la giustificazione!

Il tempo passa e gli affari vanno avanti. I bambini, ormai cresciuti, sono oggi dei bei ragazzi. La zia Elena aiuta la mamma in negozio, dove, tra gli avventori, c’è sempre quel giovanotto che le fa la corte e la invita a ballare. Lei però non ne vuole sapere, perché le piace l’altro, il suo amico, e con lui sì che andrà a ballare un giorno… e infatti tra pochi anni arriverà anche la prima nipotina, che erediterà la stanzetta al piano superiore, passando le giornate a rubare le caramelle dagli scatoloni. Mio papà non è più quel bambino un po’ discolo che giocava in cortile, è un bel ragazzo, magro e con i capelli lunghi, come richiede la nuova moda. Le ragazze sedute al tavolo lo guardano ed oggi ce n’è una nuova tra loro, una che di solito non si vede da queste parti. Lo adocchia anche lei il bel figlio dei proprietari, lo trova carino; ma la curiosità non va oltre un apprezzamento e qualche risata con le amiche. Cara mamma, ci vorrà ancora qualche anno perché quel bel ragazzo ti accolga emozionato sull’altare…

D’altra parte la storia è una ruota che gira e prima o poi gli incontri si ripetono, tra gli umili come tra i potenti… Così un giorno un altro Papa passa davanti alla latteria dei nonni. Siamo arrivati al 1983 e Giovanni Paolo II è in visita alla casa natale di quel suo lontano predecessore. La strada è blindata, le case sequestrate: nessuno si può avvicinare. Anche i nonni sono chiusi dentro, in casa loro, senza potersi nemmeno affacciare alla finestra. C’è tensione: sono passati solo due anni dall’attentato in Piazza San Pietro. La polizia è dappertutto. Intanto, nella casa del vecchio Papa, il nuovo pontefice avverte un po’ di sete – è maggio e inizia a fare caldo –, ma non c’è niente da offrirgli, santo cielo! C’è però la latteria qui davanti… e appena si presenta alla porta la delegazione incaricata, il nonno non si fa certo pregare, ma sfodera il servizio buono, di cristallo, per questa occasione imperdibile. Ed eccolo che attraversa la strada, nella sua giacchetta di raso azzurro, scortato dai poliziotti, per portare da bere al Santo Padre.

Con o senza grandi avvenimenti il tempo va avanti inesorabile e da un po’ sono arrivata anch’io. La latteria è sempre lì, in centro al paese e il papà dice di avermici portata, ma io non mi ricordo: ero troppo piccola. Ricordo solo che, un po’ più grande, quando mi capitava di passare in quella via dietro la chiesa, sapevo che lì c’era, o c’era stata, la latteria dei miei nonni. Nel 1986 infatti, dopo trent’anni esatti di lavoro, i nonni andarono in pensione e il negozio fu venduto, le stanze soprastanti sgomberate. Il locale restò una latteria per molto tempo, anche quando venne trasferita vicino al vecchio cinema “Corallo”, dove si trova ancora oggi. L’ultimo aneddoto legato a questo luogo pieno di vita è la storia del letto di mia cugina. Quando lo staccarono dal muro per portarlo via, con grande stupore di tutti, dalla testata caddero a terra dodici anni di carte e cartigli di ottime caramelle gustate di nascosto!

Sulla destra dopo il portone la serranda chiusa della vecchia latteria (foto del mio papà).

Sulla destra dopo il portone la serranda chiusa della vecchia latteria (foto del mio papà).

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13 commenti

Archiviato in Storie di famiglia

13 risposte a “In latteria

  1. Questo post è un magnifico intrecci di ricordi, sulle memorie di famiglia sai construire dei quadri reali e appassionanti, mi sono dispiaciuta cheil post sia finito, Tiptoe!
    Spettacolo tuo nonno con il servizio buono dal Papa!
    Non sapevo la storia delle caramelle di liquirizia, tra il resto, molto interessante.
    Senti ma…la ricetta della torta di latte 🙂 ? Dai, scrivila per me Tiptoe, dai!
    Un bacione, carissima!

    • Eh… la ricetta della torta di latte… Sai che mio papà ne è gelosissimo? Facciamo che, se fai la brava, te la invio tramite mail… ma non diciamolo a nessuno! Io, per altro, odio la torta di latte!
      La storia delle caramelle è pazzesca; appena l’ho trovata cercando quel nome strano in rete ho detto: “Questa la devo proprio mettere!!”.
      Un bacione a te 🙂

  2. Quanti intrecci dietro a questa latteria, quanti incontri e quanta vita! I tuoi racconti di famiglia sono sempre avvincenti ed è bello ascoltarti mentre ricostruisci questi bei ricordi. Non mi stupisce che tu abbia una passione per i romanzi autobiografici: sai rendere vivida la memoria di fatti lontani come se stessero accadendo vicino a noi. Abbracci

    • Grazie, il tuo parere per me è sempre prezioso. Stavolta ho fatto un po’ di fatica a mettere insieme tutto: ho interrogato prima mio padre e poi mia zia e i particolari continuavano ad aumentare! Mio papà mi ha già fatto fare una rettifica sul luogo dove la latteria fu trasferita. E’ uno molto precisino lui…
      Buona settimana 🙂

  3. Bellissimo!!!!
    Intanto ti dico che anch’io vorrei la ricetta della torta paesana… mia zia la faceva sempre, avevo trascritto la ricetta ma l’ho persa, e le mie cugine (sue figlie), ora che lei non c’è più, ne fanno una versione diversa… però già dalla foto vedo i pinoli, che mia zia non metteva… ricordo che metteva a mollo il pane raffermo nel latte tutta notte e poi la farciva di uva passa a non finire…
    Tuo nonno che porta l’acqua al Papa è commovente :°°°)

    • Eccone un’altra che vuole la ricetta… Mio papà ha detto che è disposto a cederla solo per delle cifre esagerate (ma magari per te possiamo fare un’eccezione…).
      Mio nonno non era molto religioso; diciamo che era più interessato a dire che aveva portato da bere al Papa che non al fatto in sé. Certo, è un ricordo particolare, che non tutti possono vantare.
      Buona settimana, cara. 🙂

  4. Che bellissima storia, di famiglia certo, ma anche di un’epoca, della Storia che passa davanti a casa, dell’intreccio tra vita quotidiana e vita del Paese. Bella davvero. Grazie per averla condivisa

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