Lo zio “Voglio morire”

Questa è una storia un po’ triste; una storia simile a tante altre di un’Italia ormai lontana, appena uscita dalla miseria e dalla guerra. Era un’Italia diversa, in cui, nonostante le difficoltà quotidiane, si viveva meglio, grazie a quel senso della comunità che noi – da quando il boom economico ci ha messo quattro soldi in tasca – abbiamo perso.

Questa storia inizia molto tempo prima, quando i protagonisti ancora non si conoscevano o non c’erano proprio. Siamo in Lombardia, a casa di una delle mie bisnonne, anzi: di una delle mie bisnonne Natalina, perché una volta anche la fantasia doveva essere un lusso e allora bastava nascere intorno al giorno di Natale per sentirselo ricordare per tutta la vita. È una casa nuova, di proprietà del conte Longoni, aristocratico e proprietario terriero. Tra i suoi fittavoli c’è il mio bisnonno, Natale pure lui, al quale con il terreno è stata data “a fitto” anche questa casa. La mia bisnonna si trasferì qui da non so dove appena sposata, e all’età di ventidue anni iniziò a sfornare bambini. Ne ebbe cinque, due femmine e tre maschi, da uno dei quali un bel giorno arrivò mia madre. Questa è la storia del terzogenito, lo zio Giuseppe.

Dello zio Giuseppe non posso raccontare molto, di lui sappiamo poco e forse anche ai tempi nessuno poteva dire di conoscerlo bene. Mia madre sostiene che lavorasse a Milano, ma mia nonna dice di no, che era in giro tutto il giorno a far niente. L’unica certezza è che lo zio Giuseppe, come molti all’epoca, beveva. Non si sa se ci fosse una ragione precisa, forse erano anni difficili, o forse lo zio aveva qualcosa dentro, qualcosa di non detto…

Vorrei avere una sua fotografia, vorrei provare a cercare nella sua immagine, nel suo volto. Era sicuramente un bel volto, e qualcuno della famiglia lo ricorda come lo zio bello; ma quel bel ragazzo di donne non ne aveva, e non si sposò.

Lo zio Giuseppe, quand’era ubriaco, lasciava l’osteria e se ne andava a spasso per il paese continuando a ripetere a gran voce: «Voglio morire! Voglio morire!». E così in breve tempo, con quell’umorismo un po’ cinico, un po’ fatalista di una volta, iniziarono a chiamarlo il “Voglio morire”.

Lo zio “Voglio morire”, nei suoi vagabondaggi alcolici, finiva sempre a casa di mia madre e lei, che era ancora piccolina, lo accoglieva contenta e restava a tenergli compagnia. L’altra nonna, quella materna, le diceva di cacciarlo via, che era un ubriacone, uno che non faceva niente; ma la mamma si divertiva a starlo ad ascoltare e in fondo era anche abituata, visto che proprio quella nonna che le diceva di mandar via lo zio Giuseppe, la portava a trovare sua sorella, che se ne stava sempre all’osteria! Quando arrivava la bella stagione, prendevano il tram e andavano a far visita ai parenti. Tra questi c’era la zia Teresa, che, rimasta vedova, si era trovata un secondo marito, col quale andava proprio d’accordo e condivideva i piaceri dell’alcool. Lo chiamavano “ül cichet”; e nessuno oggi si ricorda quale fosse il suo vero nome. All’osteria erano tutti allegri e la mamma si divertiva un mondo.

Un bel giorno, quando forse non se l’aspettava, lo zio “Voglio morire” finalmente morì. Di ritorno da Milano camminava lungo i binari del tram, probabilmente barcollando, sicuramente ubriaco. Non si è mai saputo come fossero andate esattamente le cose, di chi fosse la responsabilità dell’accaduto. Di sicuro, sebbene fosse estate, doveva essere già buio e l’illuminazione elettrica usata con più parsimonia che adesso. Fatto sta che un’automobile lo investì. Era il 1959, e per fortuna la mia bisnonna era morta l’anno prima, e non vide la fine di quel figlio sfortunato.

Ci fu il processo e l’assicurazione dell’automobilista dovette pagare ben 300000 lire ai parenti della vittima. La notifica del vaglia arrivò a casa di mio nonno e gli altri due fratelli non ne sapevano niente. Quando entrano in gioco i soldi – si sa – anche quel bel senso di comunità di una volta viene meno, soprattutto tra parenti… Così qualcuno aveva suggerito al nonno di non dargli niente a quelli là, che ai meritan no i danee, che lui non l’avevano mai guardato! Per ritirare i soldi, però, ci volevano le firme di tutti e così, volenti o nolenti, quella sera si riunirono nel salottino dei miei nonni. Se ne dissero di tutti i colori, si ricoprirono d’insulti dalla testa ai piedi; e mentre la mamma origliava dall’altra stanza, lo zio “Voglio morire” origliava dall’aldilà, e bevendosi il solito goccetto, si godeva divertito tutta la scena.

U. Boccioni, "Il bevitore", 1914. Olio su tela, cm 87 x 87 (Milano, Museo del Novecento).

U. Boccioni, “Il bevitore”, 1914. Olio su tela, cm 87 x 87 (Milano, Museo del Novecento).

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9 commenti

Archiviato in Storie di famiglia

9 risposte a “Lo zio “Voglio morire”

  1. E’ una storia molto interessante, se presa con distacco… io cerco spesso di immaginarmi come fosse la vita “d’altri tempi”… certo che quando ci sono di mezzo eredità o comunque “i danè” è sempre un disastro.. chissà perchè…
    Buona serata!

    • I “danee” fan sempre danni. A discolpa dei miei antenati posso dire che quei soldi potevano davvero essere una manna; oggi invece abbiamo tutto ma vogliamo di più.
      La vita d’un tempo per noi rimane comunque affascinante…
      Buon Primo maggio.

  2. Povero zio…il racconto però sembra un romanzo!

    • Già, povero zio… Una volta non ci andavan giù mica tanto per il sottile con soprannomi e commenti… forse sapevano sdrammatizzare meglio di noi che viviamo in tempi meno drammatici, chissà…

  3. Che storie nella tua famiglia! Brava tu a raccoglierle e a scriverle prima che vadano perdute 🙂 così anche il povero zio voglio morire ha avuto il suo quarto d’ora di gloria 😉

  4. Pingback: (Cog)nomi di una volta: la scomparsa di una “t”. | tiptoe to my room

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