Il primo treno

La prima volta che ho preso il treno da sola, completamente da sola, senza genitori e senza amiche, avevo diciannove anni. Destinazione: Bolzano. Il motivo di quel viaggio? Ma l’amore, che domande!

Era agosto, subito dopo la notte delle stelle cadenti, e il mio desiderio era solo lui. Lui non era uno qualsiasi, uno dei tanti, uno dei tanti che mi avevano fatta sospirare. Era il mio primo amore, il mio primo bacio. Cinque anni prima dentro la stessa cornice: le Dolomiti di tutte le mie estati di luglio. Quel ragazzo, a dire la verità, all’inizio nemmeno mi intrigava; ma il potere della lusinga agisce subdolo su noi donne, figuriamoci su una ragazzina di soli quattordici anni che si ritrova all’improvviso e per la prima volta una rosa tra le mani! Ma dopo quei giorni, quegli incantati giorni di fine luglio, uno spazio di cinque anni ci ha separati: cinque anni in cui il mio atteso mese di luglio trascorreva immobile sulle panchine dell’oratorio…

Ma un pomeriggio, il pomeriggio dopo il tema di maturità, mentre la mia vanitas si rimirava allo specchio per rifarsi il trucco, mia madre proponeva alla nonna dieci giorni in montagna. Ed io ero pronta: pronta a partire, pronta a rivederlo, a ritrovarlo. A non preparare l’esame di maturità. E così è stato. Quei dieci giorni interminabili che allontanavano la seconda prova dalla temuta interrogazione, li ho vissuti in un altrove in cui niente della mia vita ufficiale esisteva.

Ciò che ancora mi sbalordisce quando ci penso, è la naturalezza con cui l’ho seguito. In fondo chi era quel ragazzo di ventun anni, che faceva il poliziotto, che era venuto a prendermi in albergo e mi aveva fatta salire sulla sua macchina? Cosa gli era capitato in quei cinque anni tanto densi come solo il periodo tra adolescenza e giovinezza può essere? Lo guardavo e pensavo che non mi importava, che era lui. Lui e basta.

Ci siamo raccontati tante cose in quei giorni: delle volte che ci eravamo pensati, che avevamo immaginato di rincontrarci, che avevamo studiato l’orario dei treni. Eravamo seduti per terra, abbracciati guardando il lago di Carezza, il lago di quella leggenda che la mamma mi leggeva quando ero piccola, e la mia vita era lontanissima da casa. Nessuna delle persone della mia quotidianità poteva immaginare dove fossi e con chi, cosa vivevo in quel momento sospeso.

Salutarsi era stato difficile, dopo quella notte: in macchina per mano davanti all’albergo, alla luce di un’alba lenta di montagna. Pensavo a quando lo avevo salutato cinque anni prima, a quando l’avevo visto sfrecciare via con la sua moto verso le montagne dove ogni giorno lavorava, mentre io attendevo la sera per stare con lui. Sapevo già che sarei tornata.

E così ripensavo la notte di S. Lorenzo, sul balcone di un’amica, mentre attendevo quella stella che mi avrebbe portata da lui.

Il mattino seguente ero a Milano, stazione Centrale, accompagnata da mio padre che aveva percorso tutto il treno avanti e indietro per trovare il posto adatto alla sua bambina: un bel vagone carico di suore. Ironia della sorte, poco lontano da me si era seduto un ragazzo con la borsa dell’esercito, forse al rientro da qualche giorno di preziosa licenza. Mio padre naturalmente mi aveva fatta allontanare, mentre io, sorridendo, pensavo che il pericolo non era sul treno, ma all’arrivo…

Su quello stesso treno mi ritrovai seduta qualche anno dopo, salutando un’amica che raggiungeva il fidanzato militare a Merano. Prima di scendere e di augurarle buon viaggio, mi venne una di quelle idee che solo chi ama i romanzi e i personaggi letterari può avere e, soprattutto, può pensare di mettere in pratica. Dalla borsa presi carta e penna e scrissi velocemente una poesia che avevo composto per lui tempo prima. La diedi alla mia amica dicendole di lasciarla da qualche parte alla stazione di Bolzano, dove il treno faceva una sosta prima di ripartire, magari davanti al comando della polizia.

E chissà cosa è stato di quel foglio scritto in azzurro, se qualcuno l’avrà trovato, se avrà riconosciuto i nostri nomi, le nostre date…

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15 commenti

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15 risposte a “Il primo treno

  1. bellissima storia, sarebbe bello lasciar eogni tanto pezzi della propria anima in giro come quel foglio azzurro 🙂

  2. Bellissimi ricordi! Mi hai fatto ripensare alle mie estati di luglio al mare e al primo amore.. Non corrisposto! 🙂
    Quanto tempo è passato, eppure sembra ieri..

    • Una volta ero impaziente di crescere, di iniziare la mia vita “da sola”, fuori dalla casa dei miei genitori. Oggi mi capita spesso di voler tornare indietro… sarebbe bello poterlo fare almeno ogni tanto, anche mettendoci in disparte ad osservare come eravamo…
      Buon sabato nostalgico 🙂 🙂

  3. Un messaggio “in bottiglia senza bottiglia” abbandonato sulla panchina di una stazione è veramente un gesto da romantici. I tuoi racconti nostalgici sono sempre belli da leggere…

  4. Eccomi! Questo post è bellissimo, mi piace moltissimo quando scrivi della tuo passato, che sia l’infanzia o l’adolescenza è sempre così dolcemente nostalgico.
    E quel fogliettino azzurro? Che pensiero romantico, Tiptoe, voglio credere che sia stato trovato da qualcuno capace di apprezzare le tue parole.
    Un bacione cara!

  5. Che bello questo racconto! Chissà che fine ha fatto il biglietto, chi lo avrà raccolto, letto…

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