Nomi di luoghi

Swann e Guermantes non sono soltanto due strade,
due parti, sono anche fonetismi…
(R. Barthes)

Sono sempre state le parole ad incantarmi, più dei luoghi. E anche dei luoghi ho amato prima i loro nomi…

Quando ero piccola mi fermavo spesso davanti alla grande libreria del salotto, immensa rispetto a me così piccola, che copriva tutta una parete. I miei compagni di classe, quando venivano a casa per la mia festa di compleanno o a fare i compiti, restavano tutti a bocca aperta di fronte a quella quantità inaspettata di libri. Per me era normale che ci fossero tutti quei libri e ogni volta mi sorprendevo più dei miei amici, pensando che tutti a casa dovessero avere una libreria come la mia. Quando mi fermavo lì davanti, ci mettevo sempre un po’ prima di prendere qualcosa; guardavo verso l’alto, i bordi delle copertine, ferma in piedi, e con la mente viaggiavo, fantasticavo… Non ricordo cosa pensassi, di sicuro non di leggerli. Alla lettura mi sono avvicinata dopo; i libri sono stati innanzitutto degli oggetti: da guardare, ammirare, sfogliare e talvolta visitare…

Quando finalmente ne sceglievo ed estraevo uno, di solito molto grosso, lo appoggiavo per terra, sul grande tappeto persiano, mi sedevo a gambe incrociate e piano piano iniziavo ad entrarci… Erano quasi sempre libri di luoghi: qualche pesante e polveroso volume del Milione ‒ un’enciclopedia che la mamma aveva lentamente costruito aspettando i fascicoli in edicola, di ben quindici volumi, indicati ciascuno da un numero romano (ed anche questo era motivo di fascino) che io pensavo avesse scritto Marco Polo in persona; oppure il mio preferito: l’Atlante. In realtà dovrei dire gli atlanti, perché erano due ed io li sfogliavo sempre insieme.

Quando li riprendo in mano oggi, mi perdo a ricordare quei momenti, come allora mi perdevo in quelle immagini (poche a colori, la maggior parte in bianco e nero), o sulle cartine geografiche o ancora sulle schede con i nomi. Ed erano i nomi i luoghi dentro i quali mi perdevo… Afghanistan, Pakistan, Bangladesh… erano suoni dolcissimi, capaci di rievocare un fascino remoto e lontano… come una nostalgia di luoghi mai calpestati ma che in qualche modo (o in qualche sogno) avevo un tempo conosciuto.

Nella vastità del mondo, dei mari e delle terre, preferivo sempre la grande e infinita Asia, l’estremo Oriente. In Europa mi attiravano poche cose, pochi nomi: Praga, Sofia, Jugoslavia… in Italia solo Torino e la Basilicata. E intanto le ore passavano senza che me ne accorgessi. Quando scoprivo un Paese degno del mio interesse, lo cercavo anche sul Milione e tra le tante pagine che illustravano la geografia, la storia e la cultura di quel Paese, io mi arenavo sempre su un piccolo paragrafo che raccontava i nomi delle persone. Mi piacevano i nomi giapponesi: avrei voluto chiamarmi Kyoko.

Qualcosa però mi lasciava ogni volta perplessa e non riuscivo mai a darmi una spiegazione… Sul primo Atlante c’era, vicino all’India, il Bangladesh; mentre sul secondo compariva il Pakistan Orientale. Sul primo, a sinistra dell’India, stava il Pakistan, ma sul secondo il Pakistan aveva anche un altro nome, un’altra parola che lo identificava: Occidentale. Avevo capito che si trattava sempre degli stessi Paesi e che era solo il nome ad essere diverso, ma quella diversità non prevista mi destabilizzava! Forse la mamma aveva anche provato a spiegarmi che gli atlanti erano stati editi in periodi diversi e che anche la geografia e i nomi dei luoghi possono cambiare, ma io in quel ragionamento proprio non ci entravo! Per le capitali degli Stati era diverso, perché era la città a cambiare, non il nome. Che i nomi potessero mutare era qualcosa di inaccettabile. Sarebbe stato come se un giorno mi fossi svegliata e i miei genitori avessero iniziato a chiamarmi con un nome diverso, nel quale io non mi riconoscevo (e per fortuna tra i miei luoghi prediletti non figuravano l’Africa e i suoi tanti Paesi, che, per le ragioni storico-politiche che ho capito poi, hanno cambiato nome ben più di una volta. Altrimenti sarei impazzita su quelle cartine che non si corrispondevano nemmeno per sbaglio…).

Oggi che sono diventata grande (ma per fortuna non troppo) continuo a vivere nei bei nomi e dai nomi parto per i luoghi delle mie vacanze. Così anni fa ho scelto il borgo di Dolceacqua, per poi scoprire che, nell’origine del toponimo, l’acqua forse non sgorga nemmeno. Tempo dopo ho cercato una casetta nella minuscola frazione Latte di Ventimiglia, e per il mio compleanno ho voluto mangiare in un paesino chiamato Ameno, sul Lago d’Orta.

Un pomeriggio di diversi anni fa leggevo l’autobiografia di Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto: “Però, che bello essere stato a Ulan Bator! Soprattutto per me che vivo nei bei nomi. Vivo in essi come in dimore di sogno che mi siano state assegnate. Così ho vissuto, godendo di ogni sillaba, nel nome di Singapore, in quello di Samarcanda. Quando muoio voglio essere sepolto in un nome, in un nome sonoro ben scelto, affinché le sue sillabe cantino sulle mie ossa, di fronte al mare”.

Ritrovare lì dentro, tra i ricordi di un grande poeta, il mio stesso amore per i nomi è stato più di una civettuola conferma. È stato come trovare un compagno; un compagno di quei giochi di bambina sul grande tappeto persiano, che io non potevo vedere ma che era lì con me, e che oggi mi fa pensare di non essere mai stata sola.

AtlantiTappeto

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8 commenti

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8 risposte a “Nomi di luoghi

  1. bellissimo davvero 🙂

  2. Lo sai che anch’io ho il Milione? E da piccola era uno dei miei libri preferiti, mi piacevano le foto e i luoghi lontani, a differenza tua mi affascinavano molto i paesi africani.
    E poi la geografia cambia in fretta, un atlante non è certo per la vita, semmai è un testimone del passato!
    Ciao Tiptoe, buona domenica!

  3. Mi sembra di vederti seduta sul tappeto con il libro in grembo! Io per la verità non ho mai amato molto Atlanti e carte geografiche ma ho splendidi ricordi della mia infanzia in mezzo ai libri. Di solito però si trattava di libri illustrati, un antico libro sull’ornitologia, uno sui fiori di montagna che dovevo sfogliare con la più grande attenzione e molte, moltissime fiabe. Un abbraccio

    • Anch’io amavo i libri illustrati; la mamma ne aveva fatti rilegare alcuni da un vicino di casa in un unico grande volume ed io spesso lo sfogliavo immaginando di essere lì dentro, con i personaggi i fiori e le piante raffigurati.
      Buona settimana, cara Stravagaria.

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