Solo prostitute

“Tutti dovrebbero sapere che vita vogliono, e quindi farla, o provarci. A patto che siano in grado di poter scegliere, ovvio. E allora perché invece c’è tanta gente che fa una vita non sua? Perché tutti, o quasi tutti, hanno una vita che non è quella che vorrebbero?” (P. Mastrocola, Non so niente di te, 2013).

L’ultimo romanzo di Paola Mastrocola racconta la storia di Fil, protagonista per buona parte in absentia, che tutti finalmente cercano quando lui ha finalmente deciso di inseguire solo se stesso. Figlio promettente della classica “famiglia bene”, Fil si presenta ad Oxford niente meno che in veste di conferenziere seguito da un gregge di pecore. Come nulla fosse, si siede in cattedra ed inizia a parlare incantando gli astanti, che, rapiti dalle sue parole, non si accorgono più di quelle pecore fuori luogo. Il gesto, immediatamente “rimbalzato” in Italia, getta scompiglio tra i parenti, che partono alla ricerca di quel figlio che, forse, non hanno mai realmente conosciuto.

Fin da bambino Filippo non ha osato deludere le aspettative di genitori insegnanti parenti, finendo col tradire solo se stesso, assecondando una natura ed una identità che non gli appartengono. Tradire la propria indole significa però anche accettare – e condurre – una vita che non si è scelta, l’unica vita che un individuo ha a disposizione. «Ma qualcuno ha la vita che vorrebbe?», si domanda la voce narrante e con essa il lettore. Se ci guardiamo intorno, anche molto vicino, non facciamo che sentire persone che si lamentano della vita che conducono. Quando Filippo decide di smettere, di smettere di assecondare tutto e tutti, torna in possesso del bene più prezioso che – non sa quando, non sa perché, non sa da chi – gli è stato tolto: il tempo. Filippo ora può spendere il proprio tempo come vuole, scegliendo le attività, i luoghi, i pensieri che lo rendono, finalmente, se stesso.

Seguendo il ragionamento al contrario, partendo non dall’identità negata, dai genitori che decidono la vita migliore per il proprio figlio, ma dal sacrificio del tempo, ci si accorge che la famiglia e le difficoltà di comunicazione e reciproca comprensione tra gli individui hanno una responsabilità relativa. Chiunque oggi potrebbe essere nella situazione di Filippo. Senza saperlo.

Il tempo è il primo elemento, il dono preziosissimo, che la società attuale ci ha sottratto. Le nostre giornate – la giornata tipo di un individuo detto “medio” – sono un susseguirsi imposto e ripetitivo degli stessi gesti, svolti meccanicamente negli stessi luoghi, con la stessa quotidiana illusione di fare qualcosa di nostro. Ognuno di noi trascorre la maggior parte della sua giornata lavorando, andando e tornando dal luogo di lavoro, mangiando sul luogo di lavoro, riposandosi dalla stanchezza del lavoro e preoccupandosi per questioni di lavoro. Non c’è differenza tra chi lavora con le mani e chi sul computer, tra l’operaio e l’impiegato. E nemmeno tra chi svolge il lavoro che ha trovato e chi ha il privilegio di fare il lavoro che ha scelto. O meglio: che pensa di avere scelto.

Il giovane manager rampante, laureato e ultraspecializzato, che trascorre tre mesi negli Stati Uniti per portare a termine una trattativa d’affari, poi torna e la settimana seguente riparte per Pechino, dove rimarrà sei mesi ad avviare il lavoro nella sede cinese dell’azienda, non decide la sua vita. Non lavora per sé, per mantenere una famiglia che probabilmente non ha perché senza legami può farsi spedire in giro per il pianeta. È al servizio di qualcuno, o – meglio –  di una struttura, che sta sopra di lui, che lo manda dove vuole e quando vuole per i suoi fini, per il suo tornaconto. Un tornaconto economico.

Non è un caso, forse, che il giovane Filippo studi proprio economia. La questione infatti è di natura puramente economica. Il capitalismo, riducendo tutto a merce (le cose, i servizi, il sapere, le persone), ha agito anche sul bene del tempo, nel quale la vita scorre per l’ottenimento quotidiano e materiale dei beni, visceralmente necessari alla sopravvivenza.

Si potrebbe obiettare che anche il giovane manager ha un suo tornaconto, un tornaconto che però deriva dal desiderio di promozione sociale figlio dello stesso meccanismo: rispetto a un passato nel quale il lavoratore era legato ad una condizione o ad un gruppo (caste, arti, corporazioni…) dal quale non poteva in alcun modo svincolarsi per salire ad un altro status, nella società capitalista il lavoratore è teoricamente libero: di progredire e di ottenere il successo personale. Il capitalismo offre un desiderio. O forse un’utopia… Mi chiedo infatti questo desiderio, che nasce fuori dall’individuo, all’interno della società dei consumi, a quale libertà dia diritto: alla libertà del cittadino o del consumatore? Quando i beni conquistati verranno finalmente goduti, e per quanto tempo?

Se il mio tempo non è più mio, anche la mia vita non è la vita che avrei voluto, ma quella che mi sono ritrovato a fare per ottenere i beni-merce, per soddisfare i bisogni-merce e per assecondare l’immagine, anch’essa mercificata, che la società capitalista vuole dare di me.

Le strade, giunti a questo punto, possono essere soltanto due. Una è molto breve e riesce facile a molti: compiere l’ultimo passo verso la negazione di se stessi e della propria identità. L’altra, più rischiosa, non porta da nessuna parte, se non davanti ad uno specchio dove riconoscerci per quello che oggi siamo: solo prostitute.

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6 commenti

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6 risposte a “Solo prostitute

  1. La vera ricchezza è il tempo. A volte bisogna combattere per ritagliarsi lo spazio per riconoscere quali sono le nostre vere esigenze. Seguire se stessi a volte è un lusso ma perdersi del tutto è un delitto… Ho letto diverse cose della Mastrocola ed anche questo libro mi sembra ricco di spunti. 🙂

    • Me l’ha regalato un’amica quest’estate e mi ha “presa”, perché riflette proprio su questioni che a me sembrano fondamentali. In ogni caso, bisogna provarci: pessimismo dell’intelligenza ma ottimismo della volontà. Sempre.
      Sogni…

  2. Che recensione Tiptoe! La recensione di un libro che non mi sembra per nulla leggero. Conosco molte persone che per non deludere amici e parenti soprattutto, hanno negato i loro veri sentimenti e desideri. Seguire se stessi penso sia la cosa migliore. Un bacione Tiptoe, buona domenica sera.

    • Il libro in verità è condotto con leggerezza ed ironia, la lettura risulta scorrevole e coinvolgente. Certo, sviluppa interrogativi consistenti, ma meno male che c’è la letteratura a farci riflettere!!
      Sogni…

  3. Brava Tiptoe, hai scritto una splendida recensione.
    E sai, questa riflessione sul tempo mi appartiene parecchio, è davvero la cosa più preziosa che abbiamo, quando ho avuto la sensazione che le circostanze me lo rubassero ho provato un grande disagio, proprio come se fuggisse via qualcosa che non tornerà più.
    Fai bei sogni cara Tiptoe!

    • In realtà solo nella prima parte parlo del libro, il “ragionamento alla rovescia” è mio; anche se qua e là il romanzo lascia intuire le stesse riflessioni…
      La questione del tempo per me è fondamentale e considera che faccio un lavoro che di tempo libero ne lascia eccome! Contenta che ti sia piaciuto.
      Buona settimana (corta!!).

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