I nuovi barbari

Custode del Centro "Ahmed Baba" che raccoglie i resti dei manoscritti danneggiati (foto: Reuters).

Custode del Centro “Ahmed Baba” che raccoglie i resti dei manoscritti danneggiati (foto: Reuters).

Sono passati ormai diversi mesi da quando il 26 gennaio scorso un gruppo di fondamentalisti islamici, costola maghrebina di Al Qaeda, ha fatto irruzione nella più grande biblioteca di Timbuctu, dando alle fiamme centinaia di manoscritti antichi.

L’Istituto di “Alti Studi e Ricerca Islamica Ahmed Baba”, nato nel 1973, è la casa di migliaia di fogli parole segni in numerose e antichissime lingue (arabo, tamasheq, songhai, bambanà, ebraico, turco…), sopravvissuti nei secoli grazie alla cura dei cittadini di Timbuctu, che li hanno custoditi e protetti nelle proprie case, in biblioteche private e persino in rifugi di fortuna sparsi in tutta la città. Anche questa volta gli abitanti di Timbuctu sono stati gli autori di un’opera salvifica che è quasi un miracolo, tanto che la maggior parte dei preziosissimi testi che tramandano il sapere africano si è salvata. Racconta Mohamed, l’anziano custode della struttura: «Appena si è sparsa la voce che i barbuti stavano arrivando, molta gente è corsa al Centro a prendere i testi e li ha portati a casa propria, per proteggerli».

È facile e forse riduttivo definire barbari coloro che sono in grado di compiere simili azioni, di mandare in polvere pagine di storia e di cultura custoditi con amore e sapienza per centinaia di anni.

Dietro ogni azione, anche la più barbara, si cela sempre un motivo, una ragione, e che i libri facciano paura, da sempre, non è certo una novità: Ray Bradbury ha scritto un romanzo meraviglioso sulla faccenda. Nella nostra storia di occidentali civilizzati, chi non ha bruciato i libri li ha per lo meno vietati, messi all’Indice piuttosto che esposti alla censura, istituendo commissioni apposta tipo MinCulPop e simili. Qualcuno ogni tanto ci prova ancora, come accaduto un paio di anni fa in Veneto, dove dagli scaffali di varie biblioteche sparivano misteriosamente i libri di Roberto Saviano ed altri autori sgraditi a qualche amministrazione…

Questi fatti dimostrano come i libri siano ancora (o – ahimè – dovrebbero essere) lo strumento per conquistare qualche scampolo di libertà, e questi “signori” che li danno alle fiamme lo sanno bene. Saper leggere l’articolo di un quotidiano o di una rivista, muoversi in modo consapevole nella rete trovando quanto ci interessa, capire cosa raccontano dal telegiornale, se veniamo presi in giro, se sono riportati solo i fatti o se viene subdolamente suggerita un’interpretazione, un punto di vista, una qualunque (o qualunquista) opinione, significa saper leggere la realtà, la società, quella ristretta porzione di mondo in cui siamo capitati. Chi non lo sa è il cittadino medio, disinteressato, disinformato, convinto che gli unici beni che valga la pena accaparrarsi siano beni materiali. Beni che sembrano dare il diritto di sentirsi migliori di altri, arrivati, riusciti.

Riconoscere il valore della cultura, cosa che in Italia dal boom economico degli anni ’50 abbiamo perso, è un gesto di umiltà. L’umiltà dei cittadini di Timbuctu di fronte a tutti quei fogli semi-inceneriti e mal ridotti. L’umiltà dei nostri nonni che ritenevano degni di stima il medico o il farmacista, il maestro dei propri figli, chi aveva la casa piena di libri. Nel mare di oggetti (tecnologici e non solo) che quotidianamente ci sommerge i nuovi barbari sono quelli che il valore della cultura e della conoscenza non lo riconoscono.

Sono gli amministratori comunali, che consentono ai TIR di passare e ripassare sul selciato della via Appia antica. Sono i genitori dei miei alunni, che non spendono 10 euro per un libro, ma ne sborsano centinaia per telefonini ed iPad di ultima generazione; che parlano di educazione e promettono vestiti di Abercrombie in cambio di un buon voto in geografia. I nuovi barbari sono gli onesti cittadini, che quando prendono la multa danno la colpa al vigile, mentre i loro figli a scuola partecipano ad utilissimi progetti di educazione alla legalità. Sono gli analfabeti di ritorno, gli analfabeti funzionali, che relegano l’Italia (OCSE docet) in fondo alla classifica dei Paesi “sviluppati”.

I nuovi barbari sono i miei alunni. Che in terza media e ormai anche al liceo non sanno leggere a voce alta senza incepparsi. Non sanno leggere a mente comprendendo il messaggio globale di un testo. Non sanno scrivere senza fare errori. E non se ne vergognano.

Forse allora avevano ragione gli antichi greci, che tutti dai banchi di scuola abbiamo definito spocchiosi e razzisti quando abbiamo scoperto che con il termine “barbaro” indicavano il balbuziente, colui che non sapeva parlare la lingua greca. Accostamenti provocatori a parte, oggi in Italia i nuovi barbari mi sembrano proprio questi: i ragazzi che ogni giorno mi ritrovo davanti, disarmata: perché si perdono nel seguire un semplice ragionamento, perché se non gli do subito la parola quando alzano la mano poi non ricordano cosa volevano chiedere, perché non sanno cosa vuol dire “oramai”…

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4 commenti

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4 risposte a “I nuovi barbari

  1. Mamma mia…le tue riflessioni aprono un dibattito veramente malinconico. Di tre figlie -due mie e una acquisita- tutte laureate o in dirittura solo una parla e scrive in modo inappuntabile. Certo non siamo ai livelli minimalisti cui fai riferimento ma parliamo della cosiddetta élite…basta farsi un giro in metropolitana e le due che a casa critico per la loro povertà di linguaggio diventano due “intellettuali” integraliste…

    • Assistere ogni giorno al progressivo impoverimento lessicale e a tutto quel che ne segue mi dispiace moltissimo, ma quello che più mi fa rabbia è che non c’è attenzione per queste cose… fino a quando qualche studio statistico ci mette di fronte alla realtà. Indagare le ragioni non è facile, ma mi sembra doveroso e purtroppo anche a scuola non viene fatto, o ci si limita a registrare i dati senza riflettere…

  2. Le tue parole sono amare e dipingono purtroppo il quadro della nostra società.
    Resta la speranza che insegnanti come te possano fare molto, piantare il seme dell’amore per il bello e suscitare curiosità e interesse verso la nostra bella lingua e la nostra cultura.
    Io ci credo davvero, Tiptoe.

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