Un po’ di felicità

Tutto è cominciato così, con un po’ di felicità.

Avevo quindici anni, tanti sogni, pochi giorni all’inizio della scuola. I compiti li avevo fatti tra fine agosto e inizio settembre, come sempre, e come sempre mancava qualcosa: la lettura. Leggere allora non mi piaceva, addirittura mi annoiava, mi pesava. Alle medie odiavo l’ora di narrativa e talvolta persino antologia. Le storie volevo inventarle io, e infatti amavo scrivere. Anche al liceo non ero cambiata e continuavo a ignorare tutti quei libri senza i quali oggi non sarei la persona che sono. Non capivo come fosse possibile spendere tempo in un’attività così monotona, statica, io che credevo ancora che la vita fosse un treno veloce senza stazioni. Non ricordo nemmeno quale sia stata la prima volta che ho letto un libro di mia iniziativa, che ho cercato un libro per provare ad immergermi nelle sue pagine. Qualcosa tuttavia si preparava a cambiare, mentre io, ignara, non me ne accorgevo…

Il mio insegnante di lettere del biennio era il classico professore di liceo: colto, distinto, poco incline a penetrare il nostro piccolo mondo di adolescenti impacciati, alle prese con qualcosa di molto più grande di noi come la letteratura. Le ore di antologia con lui iniziavano a farsi interessanti, piacevoli, perché piano piano imparavo che la lettura non si esauriva alla fine della pagina, ma continuava in tutte quelle osservazioni, in tutte quelle sfumature che il professore dispiegava per raccontare ogni parola del testo. E ascoltandolo capivo che su quelle letture imposte e mal digerite potevo scrivere, e farle diventare anche mie.

A settembre ero pronta per tornare a scuola dopo la lunga e incantata parentesi estiva. Mancava solo l’ultimo compito: lettura e commento di un testo a scelta tra quelli proposti. Erano tutti racconti, poiché il professore preferiva farci lavorare su poche pagine piuttosto che affidare al nostro sguardo miope e maldestro un intero e nobile romanzo. Con poco tempo a disposizione non potevo permettermi di scegliere e così recuperai in fretta e senza pensarci il racconto letto da una compagna di classe: Un po’ di felicità, di Thomas Mann. Una decina di pagine e quel titolo irresistibile per una quindicenne vaga e sognante come me. In ogni caso non mi aspettavo molto ‒ lo confesso; ma quando apro il libro e trovo il mio racconto, ecco che davanti a me, durante un festa per ufficiali, si muovono tra le pagine quei pochi personaggi: il barone Harry e la sua timida moglie Anna, la ballerina Emmy ed un giovane cadetto del quale quasi nessuno si accorge. Quel piccolo universo, raccolto in una stanza da ballo, ruota intorno alle figure di Harry e della giovane Emmy, ammirati dalla baronessa che se ne sta in disparte, insicura e schiva, scambiando poche parole con chi le siede accanto. Tra i due mondi, quello della vita e della giovinezza di chi sa danzare e quello solitario e silenzioso di chi osserva a distanza, agisce un campo di forze che inevitabilmente li avvicina, ed impone a chi ne fa parte di sentirsi attratto solo dal suo opposto.

Ho riletto il racconto varie volte da allora e l’ho disperatamente cercato nella stessa traduzione di quella raccolta economica della mia compagna, l’unica che potesse restituirmi le emozioni violentissime della prima lettura. Oggi mi piace pensare che quel po’ di felicità, di cui ho trascritto le parole conclusive su tutti i miei diari, fosse racchiuso in quel tardo pomeriggio sulla poltrona di pelle del salotto, quando in casa non c’era nessuno ed io, ragazzina, mi addentravo nel mondo e nei pensieri della baronessa Anna, che «dopo ogni festa, nella sua stanza pensava alle cose che avrebbe potuto dire per mettersi in risalto in mezzo agli altri». Proprio come me.

Da allora non ho iniziato subito la mia avventura infinita in mezzo ai libri, ma qualcosa è cambiato e forse già me ne accorgevo, rileggendo felice il mio piccolo commento. La letteratura si era finalmente e definitivamente introdotta nella mia vita e nel mio mondo interiore, senza che potessi più permetterle di lasciarmi stare… di lasciarmi sola.

“…perché un po’ di felicità, un piccolo brivido e una ventata di felicità sommuovono il cuore quando quei due mondi, tra cui errano desiderio e nostalgia, si incontrano in un breve, illusorio contatto”.

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9 commenti

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9 risposte a “Un po’ di felicità

  1. Cara Tiptoe, quanto ti capisco.
    E quanto è vero e vivido quel quadro di te con il libro in mano.
    Bello e davvero commovente questo tuo post.
    E capisco che quelle parole di Mann ti abbiano colpita, sono parole che toccano, non conosco il racconto ma mi hai fatto venire il desiderio di leggerlo!

    • Il racconto è più diffuso col titolo “La felicità” e si trova – credo – in tutte le raccolte di racconti di Mann. Per me è stato determinante e ricordare quei momenti, soprattutto da dove mi trovo oggi, è sì commovente. Felice che ti sia piaciuto.
      Buona giornata uggiosa…

  2. Quando ero al liceo ho adorato Thomas Mann, peccato non aver incrociato questo racconto. Il tuo ricordo tocca il cuore di chi ha un rapporto di felicità speciale col mondo dei libri, io sono stata un bambina vorace da subito ma ho ricordi tenerissimi di alcune letture che mi hanno legato a doppio filo.

    • Anch’io amo molto Mann e dopo quel racconto ci sono stati i suoi romanzi brevi e soprattutto “I Buddenbrook”. Entrambi i miei “maestri”, il prof. del biennio e il mio relatore, mi hanno accompagnata nella sua conoscenza.
      Le letture che ci legano, come dici tu, soprattutto da ragazzine, sono un ricordo che non ha eguali…

  3. in fondo leggere è sempre il modo di spalancare una porta verso nuovi magnifici mondi

  4. E che ti piace leggere oggi lo si percepisce da come scrivi, da come sai rendere belli i tuoi post e soprattutto da come li fai vivere a noi. Proprio come questo. Bellissimo. Un bacione Tiptoe.

    • Grazie, cara Pigmy, delle tue parole sempre belle tutte per me. Pensa che quando non leggevo tutti mi dicevano che per imparare a scrivere bisognava leggere ed io (presuntuosa) non ci credevo. Come mi sbagliavo!
      Un sorriso…

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