La tradotta

LaTradotta

Io non lo sapevo cosa fosse la tradotta. Sapevo solo imparare la canzoncina col flauto, brano per altro molto facile, soprattutto per me che suonavo il pianoforte. La prof. di musica l’aveva scelta per un evidente legame con il programma di storia, eppure neanche le parole erano riuscite a pormi le giuste domande.

Dopo l’8 settembre del ’43 sulla tradotta c’era mio nonno Felice, il nonno che non ho mai conosciuto. Viaggiava su una nave, di ritorno dalla campagna di Grecia; non so se a conoscenza o meno degli ultimi avvenimenti: dell’armistizio sicuramente sì, dello sbandamento dell’esercito in cui era stato arruolato e della nascente RSI forse no. Le notizie non viaggiavano come oggi, si muovevano più lentamente. Partivano; non sempre arrivavano… Dopo quei giorni lieti di navigazione, perché si stava tornando a casa, attraccò coi suoi compagni al porto di Genova. Nessuno sapeva dove andare, cosa fare, cosa stava succedendo… se c’erano ancora ordini da rispettare o se si stava veramente ritornando a casa. Ma c’erano i tedeschi che li attendevano, i tedeschi alleati fino a poco tempo prima. Li presero tutti e li fecero salire sulle tradotte dirette a nord, forse a Milano. Probabilmente quei soldati italiani, quei giovani ragazzi, pensavano che i tedeschi fossero ancora alleati, o magari sapevano che qualcosa era cambiato, che era in corso un mutamento, ma erano disorientati. E li seguirono. Quel treno naturalmente non si fermò a Milano. Non si fermò nemmeno oltre, più a nord. Si fermò soltanto in Germania.

Come è ovvio, mio nonno tornò dal campo di lavoro. Oggi non sappiamo in quale si trovasse, non essendo mai riuscito a decifrare quel nome dal suono impronunciabile. Il fatto di non essere ebreo né comunista, ma un semplice prigioniero di guerra, gli salvò la vita, poiché mio nonno coltivava patate, tutto il giorno. A volte dava anche una mano in cucina, e mangiava. Al campo lavoravano tutti, uomini e donne insieme, ed una volta aiutarono una giovane incinta a partorire tra le piante di patate.

L’8 settembre del ’43 mia nonna aveva diciotto anni. Non conosceva mio nonno e non lo aspettava. La notizia arrivò subito, dalla radio di qualcuno, e lei l’aveva sentita in piazza o, come più spesso succedeva, in fabbrica. Ricorda poco, solo che in paese erano contenti. Tutti. Il duce era stato preso e la guerra era finita. Non potevano immaginare quello che ancora li attendeva… dopo anni di ingiustizie e soprusi del regime fascista, l’occupazione dei tedeschi.

Non ricordo se mia nonna mi abbia mai raccontato questa storia. Ricordo che mi ha parlato del 25 aprile, la Liberazione, un giorno indimenticabile. Della prima volta che ha votato, di come vivevano sotto il regime e durante la guerra, delle bombe, dell’omicidio Matteotti che io, piccolina, avevo capito che quel signore era stato ucciso nel mio paese in via Matteotti! Tante cose le ho poi ritrovate sui libri di storia, nei film, tra le parole dei filosofi e degli scrittori che amavo. Nelle canzoni. All’inizio le ho messe da parte, incuriosita da altro. Poi all’improvviso ne ho sentito il richiamo e finalmente l’ho ascoltato.

Sicuramente i libri sono stati determinanti nella crescita delle mie idee. Ma oggi non lo so se senza i racconti di mia nonna quella bambina che suonava La tradotta senza sapere avrebbe un giorno deciso di iscriversi all’ANPI.

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2 commenti

Archiviato in Storie di famiglia

2 risposte a “La tradotta

  1. Un racconto scritto proprio con il cuore in mano, mi hai emozionata Tiptoe!
    Brividi a pensare ai nostri nonni giovani, agli orrori della guerra.
    Un abbraccio e grazie di avermi fatta riflettere!

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