Altre lune

La luna in letteratura non è solo la romantica amica dei poeti, ma anche una luna che all’uomo ha sempre suscitato curiosità, ha suggerito aneddoti e fantasie, e gli scrittori non ne sono certo rimasti immuni. E allora leggiamoci qualcosa…

“Verso mezzogiorno, quando l’isola non era più in vista, sorse improvvisa una tempesta che sollevò la nave in un vortice a quasi tremila stadi senza più deporla in mare; anzi, la portava, sospesa com’era nell’aria, un vento che con forza soffiava nelle vele fino a gonfiarle. Sette giorni e sette notti andammo per il cielo: all’ottavo vediamo, sospesa, una grande terra, come un’isola, splendente, a forma di sfera, e rischiarata da una forte luce. Ci portiamo vicino e, dopo aver gettata l’ancora, scendiamo; fatta un’ispezione, troviamo che il luogo è abitato e coltivato. Di giorno non si vedeva nulla, ma, al giungere della notte, si potevano scorgere, non lontano, molte altre isole, alcune più grandi, altre più piccole, di color di fuoco, e un’altra terra giù in basso, con città fiumi mari monti boschi: vi ravvisammo questa abitata da noi” (Luciano di Samosata, Storia vera, II sec. d.C., trad. di U. Montanari).

Così ha inizio il viaggio del primo uomo letterario sulla luna e dei suoi compagni di inaudite avventure, e così inizia anche una tradizione letteraria che non sembra stancarsi di accompagnare i lettori sul nostro satellite.

Dopo avere annunciato che l’unica cosa vera nella sua Storia vera sia il fatto che non c’è nulla di vero, anche l’ironico e stralunato Luciano di Samosata comincia con una breve descrizione del mondo lunare, che ai naufraghi nello spazio appare sospesa, «come un’isola, splendente, a forma di sfera, e rischiarata da una forte luce». Subito dopo iniziano a presentarsi le stranezze, di cui l’autore non fa mistero, anzi… alla fine del viaggio – in cui il “nostro” viene coinvolto persino in un’improbabile guerra contro gli abitanti del Sole – nulla resta celato, soprattutto sugli abitanti lunari, che «non nascono da donne ma da uomini: si sposano tra uomini e di donne non conoscono neppure il nome. Ciascuno fino all’età di venticinque anni viene preso in moglie, poi è lui a far da marito. Portano il bambino non nel loro ventre, ma in quello della gamba […] Si servono del ventre come di un sacco per riporvi tutto il necessario, poiché lo possono aprire e chiudere a piacere e pare che non vi siano contenuti intestini o altro; il ventre è poi molto peloso all’interno, così che quando fuori fa freddo vi entrano i bambini». Questo è solo un minuscolo assaggio, il resto, a qualche animo troppo sensibile, potrebbe apparire addirittura sconveniente…

All’ironia lucianesca viene sapientemente mescolata anche una buona dose di lirismo: «Quando l’uomo giunge a vecchiaia, non muore, ma si dissolve in fumo e diventa aria»; e la leggerezza dell’aria compare anche nel momento del ristoro: «Mentre si fa l’arrosto, seduti tutt’intorno come ad una tavola, annusano il fumo che esala e con questo banchettano: è il loro cibo. La bevanda è l’aria, che spremono in un calice, ricavandone un liquido come di rugiada». Ma la più grande meraviglia Luciano la trova nella reggia: «un grande specchio sopra un pozzo non molto profondo. Se uno scende nel pozzo ode ogni cosa che si dice sulla terra, qui da noi; se invece guarda nello specchio può vedere tutte le città e tutti i popoli come se vi fosse sopra».

Inutile dire come Luciano fu modello per tanti scrittori che seguirono: chi ha letto Il Barone di Müncahusen avrà forse riconosciuto qualcosa… Noi proseguiamo con un altro che a Luciano si è ispirato, ma che poi, a sua volta, è stato modello per gli altri che seguiranno…

“Tutta la sfera varcano del fuoco,
et indi vanno al regno de la luna.
[…]
Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.
 
Non stette il duca a ricercare il tutto;
che là non era asceso a quello effetto.
Da l’apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, là si raguna.
 
Non pur di regni o di ricchezze parlo,
in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch’in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giù divora:
là su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.
 
Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desidèri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai”.

(L. Ariosto, Orlando furioso, 1532)

Il viaggio di Astolfo sulla luna è una delle pagine più note ed anche amate della nostra bella letteratura. Persino i giovani studenti liceali sembrano apprezzarla più di tante altre. L’ironia dell’Ariosto si manifesta qui in modo evidente ma leggero: la musica dei versi accompagna in modo cadenzato tutte le maraviglie e le stranezze tra cui Astolfo dovrà muoversi per ritrovare il senno del povero Orlando, impazzito – come molti – per amore. La luna è quasi una terra alla rovescia: c’è quello che qui manca e manca tutto ciò che qui rimane.

La poesia alterna elementi nobili quali «Le lacrime e i sospiri degli amanti» ad altri dal sapore più popolare, come gli «infiniti prieghi e voti» di noi peccatori. Il tutto nasce da un intento parodistico e di critica alla società del tempo, che ogni buon intellettuale deve saper mettere in discussione: la prima cosa che Astolfo intravede sulla luna è la fama, che non dipende dalla Fortuna ma dall’uomo, il quale si lascia troppo spesso ingannare da vani desideri di potere e gloria eterna.

L’idea popolare ed ariostesca della luna quale ricettacolo di tutto ciò che si perde sulla terra verrà ripresa anche in una operetta morale di Leopardi, una di quelle che purtroppo sui manuali scolastici non compaiono mai…

Terra. Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere; per essere una persona; secondo che ho inteso molte volte da’ poeti: oltre che i nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro; e che lo veggono essi cogli occhi propri; che in quell’età ragionevolmente debbono essere acutissimi. Quanto a me, non dubito che tu non sappi che io sono né più né meno una persona; tanto che, quando era più giovane, feci molti figliuoli: sicché non ti maraviglierai di sentirmi parlare. Dunque, Luna mia bella, con tutto che io ti sono stata vicina per tanti secoli, che non mi ricordo il numero, io non ti ho fatto mai parola insino adesso, perché le faccende mi hanno tenuta occupata in modo, che non mi avanzava tempo da chiacchierare. Ma oggi che i miei negozi sono ridotti a poca cosa, anzi posso dire che vanno co’ loro piedi; io non so che mi fare, e scoppio di noia: però fo conto, in avvenire, di favellarti spesso, e darmi molto pensiero dei fatti tuoi; quando non abbia a essere con tua molestia.

Luna. Non dubitare di cotesto. Così la fortuna mi salvi da ogni altro incomodo, come io sono sicura che tu non me ne darai. Se ti pare di favellarmi, favellami a tuo piacere; che quantunque amica del silenzio, come credo che tu sappi, io t’ascolterò e ti risponderò volentieri, per farti servigio.
Terra. Senti tu questo suono piacevolissimo che fanno i corpi celesti coi loro moti?
Luna. A dirti il vero, io non sento nulla” (G. Leopardi, Operette morali, 1824).

Inizia così un intenso dialogo tra monna Terra e monna Luna, lungo il quale il nostro pianetucolo si trova continuamente smentito. Leopardi, altro grande maestro di ironia, guarda alla luna anche in modo divertito, ma mescolando sempre scienza e lirismo… già in questo incipit si fa riferimento ad una teoria che ha poi avuto seguito e fortuna, quella della vicinanza e del successivo allontanamento di Terra e Luna: «io (la Terra) ti sono stata vicina per tanti secoli, che non mi ricordo il numero». La parte poetica non viene meno e si sente già nel dolce saluto iniziale: «Cara Luna»; poi nel riferimento virgiliano alla «amica del silenzio» e nell’uso di termini musicali come il verbo “favellare” e i superlativi assoluti. Tutto questo è inserito in un contesto leggero sia nel tono del discorso tra i due corpi celesti, sia negli elementi di sapore popolare: «i nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro».

Sul finale, dolcemente amaro, Terra e Luna troveranno qualcosa che le avvicina anche oggi…

Una volta, secondo Sir George H. Darwin, la Luna era molto vicina alla Terra. Furono le maree che a poco a poco la spinsero lontano: le maree che lei Luna provoca nelle acque terrestri e in cui la Terra perde lentamente energia.

Lo so bene! – esclamò il vecchio Qfwfq, – voi non ve ne potete ricordare ma io sì. L’avevamo sempre addosso, la Luna, smisurata: quand’era plenilunio – notti chiare come di giorno, ma d’una luce color burro –, pareva che ci schiacciasse; quand’era lunanuova rotolava per il cielo come un nero ombrello portato dal vento; e a luna crescente veniva avanti a corna così basse che pareva lì lì per infilzare la cresta d’un promontorio e restarci ancorata. Ma tutto il meccanismo delle fasi andava diversamente che oggigiorno: per via che le distanze dal Sole erano diverse, e le orbite, e l’inclinazione non ricordo di che cosa; eclissi poi, con Terra e Luna così appiccicate, ce n’erano tutti i momenti: figuriamoci se quelle due bestione non trovavano modo di farsi continuamente ombra a vicenda.

L’orbita? Ellittica, si capisce, ellittica: un po’ ci s’appiattiva addosso e un po’ prendeva il volo. Le maree, quando la Luna si faceva più sotto, salivano che non le teneva più nessuno. C’erano delle notti di plenilunio basso basso e d’alta marea alta alta che se la Luna  non si bagnava in mare ci mancava un pelo; diciamo: pochi metri. Se non abbiamo mai provato a salirci? E come no? Bastava andarci proprio sotto con la barca, appoggiarci una scala a pioli e montar su.

[…] Ora voi mi chiederete cosa diavolo andavamo a fare sulla Luna, e io ve lo spiego. Andavamo a raccogliere il latte, con un grosso cucchiaio ed un mastello. Il latte lunare era molto denso, come una specie di ricotta. Si formava negli interstizi tra scaglia e scaglia per la fermentazione di diversi corpi e sostanze di provenienza terrestre, volati su dalle praterie e foreste e lagune che il satellite sorvolava. Era composto essenzialmente di: succhi vegetali, girini di rana, bitume, lenticchie, miele d’api, cristalli d’amido, uova di storione, muffe, pollini, sostanze gelatinose, vermi, resine, pepe, sali minerali, materiali di combustione…” (I. Calvino, Cosmicomiche, 1965).

Per concludere un’altra pagina da fiaba di Italo Calvino. La distanza della luna è la sua primissima cosmicomica e nasce proprio da quella teoria scientifica cui accennava già il Leopardi. Calvino, con la sua inesauribile ed acrobatica fantasia, la trasforma in un racconto delicato, divertente e fiabesco, nel quale la luna diventa persino oggetto d’amore.

Tutto qui è poesia, a partire dall’aggettivo «smisurata» per definire quella luna immensa agli occhi di Qfwfq e degli altri personaggi. Poi la descrizione delle fasi, con quella bellissima similitudine per la luna nuova, che «rotolava per il cielo come un nero ombrello portato dal vento». Ma all’improvviso si torna all’ironia con «quelle due bestione» che continuano a farsi ombra a vicenda. Poi di nuovo riappare la bellezza: dalle «notti di plenilunio basso basso e d’alta marea alta alta» fino all’immagine della scala a pioli appoggiata da una barca, che non ha eguali.

Dopo la lettura, siccome la bellezza non fa che generare altra bellezza, chiudo le mie pagine lunari con alcune immagini nate proprio da questo racconto calviniano…

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7 commenti

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7 risposte a “Altre lune

  1. Oggi oltre a far impazzire me hai fatto impazzire anche topomarito con questo video del racconto di Italo Calvino. Lui lo adora, conosce tutto di questo autore. Brava Tiptoe, un post fantastico davvero. Un bacione.

    • Quel video è incredibile, poeticissimo. Mi fa piacere che vi sia piaciuto e sono contenta di averlo fatto conoscere a qualcuno, perché merita.
      Calvino è tra i miei autori preferiti, un punto fisso. Come Leopardi… entrambi capaci di poesia ed ironia al tempo stesso.
      Buona giornata e un saluto a topomarito.

      • Anche noi amiamo Leopardi e Calvino. Questa della Luna, appartenente alle cosmicomiche è tra le più belle.

      • Calvino amava moltissimo Leopardi e i riferimenti nelle sue opere sono tantissimi.
        “La distanza della Luna” continua a rimanere la mia cosmicomica preferita, anche se negli anni Calvino ne ha scritte altre di cui era più soddisfatto. Vorrei che Calvino si studiasse di più, ma a scuola si continua a rimanere ancorati ad un programma che sembra un dogma, dove non c’è tempo per niente di nuovo.
        Bacioni.

      • Parole sante amica mia! Mio marito a topino come primo libro gli ha regalato “Il barone rampante” e gli ha detto con un sorriso -tè…. sogna-, ho detto tutto.

  2. bello l’argomeno, ben scritto il post e interessantissimi i riferimenti. grazie!

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