Scuola di classe

Pier Paolo Pasolini durante la preparazione del film "Accattone", 1961.

Pier Paolo Pasolini durante la preparazione del film “Accattone”, 1961.

Mi capita ogni tanto di perdermi a guardare questa foto di Pier Paolo Pasolini con i suoi ragazzi di vita, quei piccoli ultimi raccolti dalla strada e per i quali, già quando viveva in Friuli, quell’uomo straordinario si è speso. La guardo perché mi aiuta ogni volta che il mio lavoro diventa difficile, a volte impossibile, spesso del tutto vano.

Chi legge o si è qualche volta imbattuto in questo blog avrà capito che l’autrice è un’insegnante precaria della scuola pubblica italiana, un’insegnante di lettere. In questi pochi anni di insegnamento ne ho già viste tante di scuole, di storie, di situazioni di svantaggio o privilegio, ma non riesco mai a farci l’abitudine… forse purtroppo – perché poi ne soffro – o forse per fortuna, perché altrimenti, come mi ha detto una collega “molto motivata”, mi stancherò un giorno di ascoltare i ragazzi, di prendermi cura di loro. Beh, se dovesse arrivare, credo che quel giorno smetterò di insegnare.

In questi anni ho lavorato soprattutto nei licei, su cui ho investito per poter insegnare la mia amata letteratura. Tuttavia mi è capitato di improvvisarmi insegnante di sostegno o di avere incarichi alle scuole medie come, ad esempio, quest’anno. Avendo lavorato molto bene nella scuola media dove ero stata qualche anno fa, mi sono illusa che chi lavora con bambini e ragazzini in crescita, provenienti da tutti gli strati della società, voglia costruire una vera scuola dell’accoglienza. Ma purtroppo sono stata un’altra volta smentita, come mi è successo nei licei, dove gli stranieri vengono bocciati fin dal primo giorno e i DVA (come oggi vengono siglati i cosiddetti “diversamente abili”) non sono graditi, meglio tenerli fuori dalla classe. Anche alle medie infatti ci sono insegnanti e insegnanti, i primi che insegnano, i secondi che si recano tutte le mattine in un edificio chiamato scuola; e soprattutto ci sono alunni ed altri alunni, i figli di quelli che si presentano come amici del preside e i soliti figli di nessuno, come, questa volta, il negretto schifoso rompipalle. La sua storia è purtroppo esemplare di quello che voglio comunicare con questo post.

Figlio di madre straniera e padre italiano disoccupato semianalfabeta (per compilare una giustificazione si faceva dettare le lettere dal figlio) è stato bocciato in quinta elementare – bocciatura sicuramente molto utile, visto che in prima media l’alunno si è trovato comunque sprovvisto degli strumenti per affrontare la nuova scuola; e pertanto noi l’abbiamo ribocciato perché alla fine della prima non ha gli strumenti per andare in seconda. Temo però che un ragazzino con un simile background culturale e socioeconomico (l’economia c’entra purtroppo, c’entra sempre: perché se non hai i soldi per acquistare il materiale di tecnologia tuo figlio non sarà mai al pari degli altri) questi cavolo di strumenti non li avrà mai, se non è la scuola a darglieli. E per la seconda volta la scuola gli ha detto che lui non ce la può fare. Ma gli insegnanti hanno provato di tutto, è lui che non ha risposto… In effetti urlargli in faccia che è inutile che venga a scaldare la sedia perché tanto è una nullità è un ottimo modo per stimolarlo… Forse però hanno provato ad aiutarlo quei docenti che a giugno non sapevano neanche che questo ragazzino è italiano, dopo averci lavorato un intero anno… E siccome, come al solito, oltre al danno deve starci anche la beffa, persino chi gli ha dato 7 ha alzato la mano per bocciarlo, sostenendo che «così resta a scuola un anno in più ed è protetto»… e se invece al compimento dei sedici anni se ne andasse dalla scuola senza la licenza media in tasca come già hanno fatto in tanti? Non è un problema, perché, come dice un’altra docente, un giorno si iscriverà «al centro EDA, dove fanno fare un esamino del cavolo e la licenza media l’avrà anche lui». Chissà cosa ci stiamo a fare noi, allora… me lo dica la preside, che non solo non ha chiesto di discutere la situazione, andando direttamente al voto, ma addirittura, quando ho spiegato i motivi per cui non ero d’accordo con gli altri, non mi ha neanche ascoltata.

Passa qualche giorno e mi fermo a guardare i quadri dei risultati fuori dalla scuola: anche quest’anno i bocciati sono in prevalenza stranieri, alunni con un’altra bocciatura alle spalle e ragazzi con situazioni di disagio di vario genere.

A questo punto mi domando se la laurea, la scuola di specializzazione, gli anni di precariato siano serviti a rendermi complice di questo: perché anche se lavoro con coscienza, spendendomi per gli alunni, in fondo, dai licei agli istituti tecnici alle scuole medie, faccio parte di un sistema classista, che promuove i figli dei dottori (che conoscono la legge e sanno come rompere le scatole) e mortifica gli ultimi, che non sanno neanche di avere dei diritti. Così oggi in Italia un genitore non si trova più a dover scegliere tra la scuola pubblica e la scuola privata per l’istruzione del figlio, ma tra la scuola privata e una scuola di classe.

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8 commenti

Archiviato in Pensieri

8 risposte a “Scuola di classe

  1. Penso che la tua sia una delle professioni più importanti che esistano.
    Un bravo insegnante può cambiarti la vita, dovrebbe davvero essere prestata maggiore attenzione a chi è in difficoltà, hai ragione.

    • Il mio primo incarico annuale l’ho avuto in una quinta del liceo sociopsicopedagogico e mi ricordo di avere salutato le mie alunne con la raccomandazione, a loro che, visti gli studi scelti, avrebbero lavorato con le persone, di prestare sempre attenzione e cura verso ogni persona che gli sarebbe capitata. Chi lavora con le persone (che sia un medico, un insegnante, un assistente sociale…) fa un lavoro che è anche un servizio per la comunità.
      Ci si lamenta sempre delle decisioni e dei tagli imposti dal ministero, dall’alto, ma purtroppo anche dentro la scuola ci sono tante cose che non vanno…
      Un abbraccio…

  2. Hai toccato un tasto Tiptoe che sarebbe da discutere a lungo! Quanta ragione hai. Mi sono sempre impresse nella mente le parole di mio marito che mi racconta del suo maestro delle elementari. Ogni volta che doveva iniziare una lezione, entrava in classe e, solo a lui, chiamandolo in disparte diceva “vai a correre in corridoio, 10 minuti, poi torna”. E altre attenzioni le aveva per altri bambini. Grazie a lui mio marito ha sempre amato lo studio, si è laureato e oggi, lo considera il suo maestro di vita. ovvio, non posso ora scriverti un romanzo ma tutto è nato dal capire di cosa aveva bisogno quel particolare bambino. Ha ragione Miss, la tua è una delle professioni più importanti che esistano. Un bacione Tiptoe.

    • Vorrei tanto non averlo scritto questo post, non avere avuto la necessità di raccontare quello che – quasi inevitabilmente – ogni anno si ripete. A volte mi sembra che basterebbe un po’ di buon senso per capire certe cose, eppure i miei colleghi (laureati, abilitati, professionisti) sono i primi a non accorgersi delle difficoltà e delle richieste di aiuto dei ragazzi e delle loro famiglie.
      Stare in classe è bellissimo, sempre; ma, appena apro la porta ed esco, ritrovo il mondo orribile degli adulti, costruito e mantenuto intatto anche da tanti insegnanti…
      Grazie del sostegno e delle tue parole per me preziosissime.
      Un abbraccio…

  3. Io avuto bruttissime esperienze sia con maestre che con professori. Io avevo il diritto di non capire loro, ero lì per imparare, ma loro non si sono sforzati minimamente di capire me. Erano così ottusi, volgari, con un capacità sociale evoluta al primo stadio dell’ homo erectus.
    Avrei preferito come insegnanti dei galli e delle galline piuttosto che bipedi truccati e vestiti alla moda con il dono della parole che, purtroppo per me e pochi altri come me, hanno usato nel peggior modo possibile, facendolo troppo bene, davvero troppo bene.

    • Vorrei dirti che sei un’eccezione, ma purtroppo non è così. Pensa che il mio post all’inizio comprendeva altre storie, ma poi ho deciso di raccontarne solo una un po’ bene.
      Una volta diventare insegnanti era facile e sicuro e molte persone hanno scelto questa strada per comodità (e per le ferie e per il tempo libero) e non certo per vocazione. Il risultato è quello che tu hai vissuto. Non sai quanto odio la sala insegnanti, il luogo della scuola che frequento di meno. Poi ci sono persone meravigliose e capaci anche tra gli insegnanti, ma purtroppo si tratta di una minoranza…
      Beh, alla fine però sei sopravvissuto e hai anche imparato a scrivere piuttosto bene…

      • Certo con il mio commento non volevo dire che tutti gli insegnanti sono stati negativi, per carità, come dici tu, ho incontrato anche ottime persone con cui ho instaurato un bellissimo rapporto, persone che sapevano stimolare, persone che ci tenevano a fare bene il loro lavoro.
        La cosa spaventosa è che la negatività di alcuni professori si proietta sulla psicologia degli alunni, magari più deboli, che non possono fare altro che accettare passivamente una situazione inspiegabile, una situazione creatasi da fattori che nessuno sa bene quali siano, ma ci sono, è un dato di fatto.
        Giocano con il futuro delle persone e pensa un po’, pure pagati.

  4. @Franco. Non capisco perché non appaia il tasto risposta… Va Beh…
    Quando andavamo a scuola noi, il problema erano tutti quei docenti che svolgevano un lavoro molto delicato con troppa superficialità; oggi purtroppo c’è anche dell’altro. C’è che i presidi (soprattutto nei licei) hanno solo paura dei ricorsi e pertanto noi siamo caldamente invitati a non dare problemi, che tradotto significa: non bocciare. In questo modo gli unici bocciati restano quelli che, per motivi culturali e socioeconomici, non hanno i genitori che possono rompere le scatole, e cioè gli stranieri e i disagiati. Poi ci sono anche le eccezioni, ma la tendenza ormai è questa.
    Ci vorrebbero poi dei sistemi di controllo, perché non è giusto che, quando finalmente si approda al ruolo, si diventi intoccabili. Così molti diventano ancora più superficiali, perché non rischiano niente.
    Buona serata.

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