Sguardi dall’infanzia 2: la paura.

Quando ero piccola facevo solo due cose: mi vergognavo e avevo paura. Anche adesso ho paura, ma almeno non mi vergogno più.

Quando ero piccola mi vergognavo così tanto – di me, di esserci, forse di esistere – che ogni cosa che facevo, prima la osservavo attentamente dall’esterno, per valutare se fosse o meno il caso di realizzarla, di metterla in pratica, e solo dopo un accurato esame mi decidevo. Sono sicura che dietro tutto questo ci fossero mia madre e la sua prepotente influenza su di me, ma non saprei spiegare come.

Mi vergognavo soprattutto di fronte ai “grandi”, ma la cosa poi si è estesa ai coetanei, ai tempi delle medie. I terribili tempi delle medie, quando non sei più una bambina ma non ancora una ragazza e non riesci a trovarti un senso. Vedi il tuo corpo mutare, non appartenerti più, non rispecchiare più quella che eri fino a pochi istanti prima… Va beh… Dov’ero? Ah. Mi vergognavo soprattutto con gli adulti e quella volta in cui una bambina un po’ più grande di me mi ha invitata a mangiare il gelato, e la nonna mi ha dato il permesso e mille lire per comprarlo, arrivate al bar la mia amica ha preso il suo gelato e io no, perché mi vergognavo. E mi vergognavo tanto che ho ugualmente dato il mio soldo al gelataio, che mi sembrava ordinarmelo in modo impellente. Non che sapessi cosa significasse “impellente”, né di certo sentivo ronzare quel vocabolo nella mia testa, ma la sensazione era quella. Invece poi quel signore minaccioso non l’ha neanche voluto il mio soldo, perché non avevo comprato niente.

Quando ero piccola avevo anche paura, ma avere paura era diverso. Non era il timore del timido che mi imponeva di nascondermi al mondo senza mangiare il mio gelato. Era proprio terrore. Terrore che mi accadesse qualcosa o terrore degli altri. Ora che sono grande capisco che non avevo nulla da temere, protetta e al caldo nella mia infanzia a forma di conchiglia; e capisco anche che il problema, l’unico, era sempre lei: mia madre.

Mia madre ha la capacità di amplificare con un enorme megafono tutto ciò che dice e quando ero piccola le sue altisonanti parole finivano sempre a rimbombare dentro la mia testa, senza più riuscire ad uscirne, come una falena impazzita contro le pareti della lampada che l’ha attirata e la tiene prigioniera. Il guaio era che io a mia madre ho sempre creduto, ho continuato a vederla come un’indiscussa autorità aristotelica fin oltre i vent’anni. Ma ritorniamo all’infanzia…

Correvano gli anni ’80 e l’AIDS era lo spauracchio preferito dai telegiornali. Una volta le mie orecchie innocenti hanno involontariamente captato la notizia di un pomodoro infilzato da una siringa, con l’inevitabile chiosa di mia madre e le sue parole che non ricordo ma di sicuro efficaci, perché quella notte mi sono sognata la siepe del giardino piena di siringhe! Da quella volta mi è sembrato che al telegiornale si parlasse solo di drogati ed ero convinta che tutti i ragazzi fossero dei drogati e quando per strada ne incrociavo qualcuno, anche se ero con i miei genitori, mi scostavo e contorcevo per passargli il più possibile a distanza, nel timore che quello estraesse di tasca una siringa e mi infilzasse! A tradimento.

Ma l’episodio “migliore” doveva ancora arrivare… e iniziava a prepararsi quella sera che – sempre a causa del tg delle 20 – mia madre ha tirato fuori la sua bella frase ad effetto, con il solito effetto terrorizzante solo su di me: “Nel ’90 ci sarà il boom dell’AIDS, tutti saremo contagiati!”. Anni dopo, la sera di Capodanno del 1990, scattata la mezzanotte io ero in attesa dell’incombente contagio, di veder comparire all’improvviso i sintomi dell’AIDS su tutto il mio corpo…

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