25 aprile

Abito nella via intitolata a un partigiano. Mio nonno è stato deportato in un campo di lavoro, non per motivi politici né razziali, ma semplicemente perché, dopo lo sbandamento, di ritorno dalla campagna di Grecia si è ritrovato su un treno diretto in Germania. Il 25 aprile per me è una festa importante, sentita; la festa che attendo tutto l’anno per ritrovarmi, per vivere almeno un giorno migliore.

Sono da poco rientrata dalle celebrazioni nella piazza del paese. Quest’anno l’amministrazione e l’A.N.P.I. cittadina hanno cambiato registro e insieme al corteo e ai discorsi di rito uno spettacolo teatrale si è riversato per le strade e tra la gente. Dopo le parole della sindaca, una voce femminile ha richiamato l’attenzione dei presenti – anziani, giovani e bambini – e sulle scale del municipio è comparsa una giovane molto bella, dai lunghi capelli biondi, la pelle chiara e gli occhi vibranti, che lavava un fazzoletto rosso nell’acqua della fontana raccontando la sua storia: una staffetta partigiana che ha contribuito alla liberazione del Paese e alla nostra libertà. Mi sono commossa come se si trattasse della mia storia.

Da lì lo spettacolo ha preso il via e il paese – bambine e bambini in prima fila – si è incamminato tra i luoghi della vita civile, seguendo le storie che ad ogni angolo venivano narrate. Storie di uomini e donne. Storie della vita quotidiana al tempo del regime. Storie di lavoratori, come il maestro elementare che raccontava la sua vicenda senza smettere di pulire il fucile. Sulle parole di un’altra giovane partigiana ho visto una donna commuoversi… All’ombra della biblioteca e di tutte quelle calde parole anche gli alberi sembravano più grandi.

Purtroppo questo spirito si risveglia una volta all’anno, per poi riassopirsi come tanti anni fa. Dopo la Liberazione abbiamo colpevolmente creduto che tutto fosse tornato normale, a posto, e per troppo tempo abbiamo lasciato andare il Paese senza di noi, senza la coscienza e la voce del popolo. Abbiamo guardato la televisione, ci siamo occupati solo del nostro piccolo giardino. Abbiamo lasciato che decidessero gli altri.

E mentre ce ne stavamo tranquilli nei nostri paesini, dietro le belle tendine delle nostre tiepide case, nuovi oppressori si affacciavano, con sorridente cortesia, dai palazzi del potere. Niente guerre, niente rivoluzioni, niente dittature… ma anche niente altro. In questo niente ci siamo lasciati guidare, ci siamo finiti dentro, senza vederlo, e ci sembrava di essere nella pienezza, quella della pancia e delle tasche.

Oggi paghiamo questo niente con poco: una contenuta indignazione, qualche lamentela dalla rete, la diserzione delle urne. Facciamo finta di alzare un po’ la voce, ma poi ce ne torniamo come prima nelle nostre belle casette, a guardare gli stessi programmi alla televisione, ad ascoltare gli stessi millantatori, a preoccuparci solo di noi.

Forse resistere è qualcos’altro. Non è alzare un po’ la voce e gridare “Vaffanculo!”. Non è nemmeno partecipare dalla rete, protetti e al sicuro. Per me resistere è avere il coraggio di agire ogni giorno – nella società e nei luoghi di lavoro – per la giustizia e la libertà. Resistere significa cercare senza tregua – leggendo, informandosi, parlando con gli altri – la via che conduce al bene di tutti. Forse è per questo che le nostre grida di oggi si smorzano rapidamente, perché non cercano il bene comune.

Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
le parole di un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce.
 
Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te s’accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

(F. Fortini, Una volta per sempre, 1963)

Annunci

2 commenti

Archiviato in Pensieri

2 risposte a “25 aprile

  1. P66

    Condivido il tuo pensiero, non ci si sente più parte di una comunità, di un paese, di una civiltà. Tutto è globalizzato, tutto è appiattito in nome di un enorme egoismo e di un triste individualismo. “Divide ed impera” era una delle strategie degli antichi romani; il pensiero dominante ci vuole consumatori, ignoranti, insensibili e malati di solitudine profonda che ci rende deboli, fragili e incapaci di pensare non solo al bene comune, ma anche al proprio. L’antidoto potrebbe essere l’elaborazione di riflessioni che facciano scaturire nuove opinioni alternative in nome di una coscienza comune.

    • Wow… quante cose… Io faccio sempre più fatica a ipotizzare delle soluzioni, figuriamoci un antidoto! E continuo a pensare che la colpa sia soprattutto nostra e proprio per questo la soluzione deve arrivare da noi…
      Tiptoe
      PS: grazie, come sempre, della visita.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...