Giacomo Leopardi e il computer

Durante la riunione per materie di febbraio si discuteva sull’insegnamento della letteratura nella scuola media. Molti tra i miei colleghi di quest’anno alla storia della letteratura preferiscono l’educazione linguistica, talvolta l’educazione letteraria.

È bello e forse anche “di moda” dire che i bambini possono capire la bellezza, che la sanno cogliere con più spontaneità dei ragazzi grandi o degli adulti. E in fondo non è sbagliato: i bambini sanno vedere, in un paesaggio o in un quadro, aspetti particolari, nascosti, semplicemente belli. Altra cosa è però riconoscere il bello quando tra la forma e il significato si frappone il medium di un linguaggio peculiare, al quale occorre essere pazientemente educati, accompagnati, lungo il tempo necessario per ricevere le parole e le cose. Lungo il tempo dell’attesa.

La bellezza della poesia possono accoglierla anche i bambini, ma non la bellezza di qualsiasi poesia. Con loro si può parlare la lingua di alcuni poeti, ma non di tutti. E non è solo un fatto di linguaggio: il testo di Dante appare più oscuro di una poesia di Ungaretti, ma anche l’uomo Dante, uomo medievale, è più lontano dell’uomo del Novecento. La poesia contemporanea è intessuta di parole e versi leggibili anche dai ragazzini senza il bisogno di torturarli con la parafrasi o di semplificare i contenuti impoverendo il testo. Anche la cosiddetta letteratura per ragazzi non manca di autori che sanno suonare la musica delle parole, quella senza la quale persino il filologo più erudito non potrà mai sentire la bellezza della poesia. Ecco che allora, durante l’infanzia e il timido affacciarsi dell’adolescenza, diventa essenziale costruire agli alunni quegli strumenti che loro stessi prenderanno in mano più tardi per leggere Petrarca o Ariosto.

Mentre si discute, una collega entrata in ruolo ad agosto inizia a mostrarsi poco convinta, quasi in imbarazzo, di fronte a chi propone simili teorie pseudoeretiche. Dovrebbe essere normale, ovvio, insegnare la storia della letteratura già alle scuole medie; far leggere i testi di Dante, Tasso, Leopardi a bambini e preadolescenti. Il contrario sarebbe una ingiusta deprivazione. Forse però – azzarda qualcuno – quando a tredici anni si scoppia di vita, si riesce a sopravvivere benissimo anche senza Leopardi e Montale, e anzi ci si domanda perché, ad esempio, dovremmo proporre ai nostri giovanissimi alunni una visione della vita cruda e senza scampo come quella di Rosso Malpelo.

Ancora più scandalizzata la collega prova ad illustrare quanto sia semplice far capire Leopardi ai ragazzi di terza media… racconti la sua storia, spieghi che cos’è il desiderio (forse allude alla “teoria del piacere”) e fai l’esempio del computer: loro, che desiderano il computer, capiscono immediatamente, senza il bisogno di studi critici o filologia, la poesia di Leopardi. In quel momento credo si sia istantaneamente proiettata sul mio viso quell’espressione che troppo spesso durante una riunione mi scatta in automatico… Non voglio dilungarmi sulla storia del dolore e della gobba, che, sebbene Leopardi stesso abbia chiarito nel Dialogo di Tristano e di un Amico, sembra ancora l’unica chiave di lettura della sua poesia persino tra chi è in possesso del diritto di entrare in un’aula di liceo a parlare di uno dei nostri maggiori poeti. Mi sento solo un po’ stupida nell’avere speso ore lezioni e parole cercando di far sentire la poesia, senza la pretesa di distenderla e spiegarla, quando per capire Giacomo Leopardi basta non avere un computer e desiderarlo all’infinito! D’altra parte, se il piccolo Giacomo avesse avuto quattro amichetti con cui giocare a pallone, nessuno di noi sarebbe stato tormentato da donzellette, pastori erranti e galli silvestri!

Mi viene da pensare, allora, che se davvero è così non solo la storia della gobba ritorna attuale, ma addirittura i nostri ineffabili dolori, a cui anche Giacomo Leopardi ha prestato un po’ di voce, altro non sono che le misere sofferenze di chi non è abbastanza bello o abbastanza famoso per sentirsi felice. E chi invece ha incontrato un po’ di felicità e di bellezza resta soltanto un’anfora vuota, incapace di vedere e di sentire, di raccontare quello che ha dentro.

 

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3 commenti

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3 risposte a “Giacomo Leopardi e il computer

  1. P66

    Condivido pienamente il tuo punto di vista.
    P66

  2. saggioantico

    Sacrosanto.

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