Tempi

Un’ora, non è solo un’ora, è un vaso colmo di profumi,
di suoni, di progetti, di climi.
(M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto)

Penso spesso di avere sbagliato epoca. Di avere sbagliato a nascere. Oh Dio, non proprio a nascere… diciamo… a scegliermi il tempo, ecco.

Al liceo, persa nel Romanticismo tedesco – quello di Novalis e Chopin, quello impregnato di Sensucht e altre nostalgie – ero convinta di essere un’anima esiliata, estirpata e trapiantata dall’Ottocento in un mondo inadeguato a contenermi, come l’Albatro di Baudelaire non appena poggia i piedi a terra.

All’università rimpiangevo di non essere nata solo una manciata d’anni prima, tipo al posto di mia mamma, e di non avere vissuto il Sessantotto, di non avere camminato gli stessi anni di Calvino e di Montale. In realtà li ho calpestati anch’io, ma troppo tardi, o troppo presto, quando quei miti, quegli esseri speciali, stavano ormai per lasciare questa terra ed io ero troppo piccola per poterli salutare…

Anche oggi mi domando perché dovevo nascere proprio alla fine degli anni Settanta, crescere durante i Novanta e provare a raggiungermi in questi insipidi anni Zero. Mi sembra che tutto quello che doveva succedere – perlomeno in Italia – sia accaduto da un pezzo ed io mi sono persa tutto. E tutti. Quando mia madre a vent’anni accendeva la televisione, poteva immergersi nel volto denso ed eloquente di Pier Paolo Pasolini; quando andava all’università uscivano le poesie di Montale, si iniziava a scoprire Fenoglio… tutti leggevano Evtušenko e Camus. Quando ha votato per la prima volta poteva mettere la “x” sul Partito Comunista, o anche sulla Democrazia Cristiana, non certo sui nomi di comici imprenditori come potrei fare io…

Questa cosa di sbagliare i tempi mi ha poi tormentata anche dentro il tempo che mi è capitato, è una specie di condanna. Mi accorgo di essere – e di essere stata – in ritardo su tutto: di avere prolungato l’adolescenza fino ai vent’anni, di avere incontrato tardi alcuni gruppi o cantautori (quando usciva un album io compravo sempre il precedente), di non avere letto Kerouac quand’era il momento di leggere Kerouac e se lo leggessi ora non avrebbe più lo stesso senso, lo stesso sapore. Mi succede anche oggi, che ho una gran voglia d’Irlanda ma l’Irlanda è un sogno dei vent’anni, dovevo andarci prima… (Ma uno in Irlanda non ci va quando gli pare!?).

Il mio complicato rapporto con il tempo trova finalmente pace solo dentro di me. Il tempo dell’animo, la durata in cui gli istanti non si accumulano ma fluiscono e si aggrovigliano come in un gomitolo, ha un fascino che mi trascina. Non mi succede solo per caso che granelli di passato riaffiorino nella coscienza, a volte ne vado alla ricerca. Le epifanie di cui ho già parlato o – come le chiamava Proust – le “intermittenze del cuore” sono l’Altrove in cui tutto improvvisamente coincide, si ritrova, dà forma al tempo vissuto. Forse è questo il mio unico tempo: perduto o ritrovato, tangibile e infinito…

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