Il mestiere di poeta

“Italiani popolo di poeti” recita il detto popolare… e a quanto pare gli italiani si sentono poeti davvero; oggi, grazie ad internet, ne abbiamo la dimostrazione inconfutabile. Capita infatti di imbattersi in blog, post, pagine varie, dove le velleità artistiche del “bel paese” si esibiscono, vanesie, riscuotendo anche un discreto successo. I “mi piace” più diffusi – a parte quelli riservati a cagnolini e cuccioli vari – sono proprio quelli “poetici”, almeno così dicono le statistiche. Il paradosso, che in Italia non manca mai, riguarda però le vendite, perché dalle classifiche delle librerie (statistiche tradunt) mancano proprio i libri di poesia… e così si scopre che in Italia tutti scrivono poesia, ma nessuno la legge.

Critica e poesia non sempre si accordano e non sempre è necessario avere studiato letteratura o filologia per essere poeti: la poesia è un dono e “chi tocca… tocca”. Non tocca però chiunque, e allora leggere poesia potrebbe far capire che scrivere poesie non significa andare a capo ogni tanto o usare parole stravaganti. Purtroppo molti dei testi che ambiscono ad essere definiti poesia, della poesia hanno solo quell’andare a capo un po’ bizzarro che, dal Novecento, non è nemmeno più costretto a seguire alcuna fastidiosa ed incomprensibile regola. La metrica però, a dispetto di tutti quelli che non l’hanno digerita sui banchi di scuola, è parte irrinunciabile della poesia, di cui compone la musica.

La metrica nasce con la lirica greca, quando musica e poesia erano inseparabili e le parole venivano accompagnate dal suono della lira. Con la poesia latina musica e parole si allontanano, ma la poesia non rinuncia alla sua musicalità. La musica del verso è racchiusa e resa possibile dalla metrica, che impone al poeta di comporre parole che cantano. Grazie alla metrica la parola e la voce che la pronuncia vengono elevate al rango di musica. Si può facilmente obiettare che andare a capo senza seguire le regole metriche e conferire musicalità al verso è possibile; ma bisogna saperlo fare, bisogna saper dare al proprio a capo un senso. Seguire la metrica non è un gioco di costruzioni fine a se stesso: ogni parola in una poesia è parola poetica, non mucchio di sillabe da incastrare per completare il verso, come le “zeppe” nelle canzoni. Il professor Rambaldi Feldman, nei suoi corsi su Leopardi, invitava gli studenti a scovare una sola parola di troppo, impiegata dal poeta per riempire gli spazi di endecasillabi e settenari, anziché per costruire il senso del testo. Prometteva cento lire per ogni parola superflua, ma non è superfluo dire che non ha mai dovuto aprire il portafoglio…

Altre sedicenti poesie sono invece infarcite di termini altisonanti, che l’aspirante poeta non si sognerebbe mai di pronunciare, né di inciamparci per sbaglio durante la sua quotidiana conversazione. Non si tratta dei “bossi, ligustri e acanti” di Montale, piuttosto di una malcelata esibizione di presunta sapienza lessicale. In una nota intervista Giorgio Caproni sosteneva che per lui l’importante fosse «risparmiare al massimo il rumore delle parole»: forma e contenuto sono inseparabili e nascono insieme, e la forma non deve precedere il messaggio o sostituirsi ad esso.

Fare poesia non è inseguire l’ispirazione di un momento; è, al contrario, un mestiere[1]. Vorrei provare a dimostrarlo aiutata da una brevissima poesia di Sandro Penna, che contiene tutto ciò che testi, in superficie più ricchi ed articolati, non hanno:

Il mare è tutto azzurro.

Il mare è tutto calmo.

Nel cuore è quasi un urlo

di gioia. E tutto è calmo.

Quattro versi settenari, con un lessico all’apparenza semplicissimo, al limite della banalità. In vero chi volesse provare a cambiare una sola tra le parole del testo non vi riuscirebbe, se non altro senza stravolgere il senso e gli effetti fonici creati dall’autore. La parola “azzurro”, ad esempio, è trisillaba come il sinonimo “celeste”, ma iniziando per vocale si lega alla precedente “tutto” per sinalefe, dando origine appunto ad un settenario. Inoltre è in assonanza con “urlo” ed insieme a “cuore” e “quasi” apre una sequenza di termini giocati sulla cupa vocale “u”, adatta a far riecheggiare il mugghio del mare. Infine, trattandosi di mare, “celeste” non può funzionare, perché darebbe un’idea diversa, richiamando il cielo.

Il testo di Penna sembra inoltre scritto apposta per scoprire l’importanza della metrica: anche in questo caso le vecchie e antipatiche regole della tradizione risultano il modo migliore per dare alla poesia la sua musica. Il giovanissimo Penna ha giocato tutto il testo intorno ad un unico artificio, utilizzato dai poeti per creare effetti sempre diversi, l’enjambement. Nella quartina l’enjambement è uno solo, tra i versi 3 e 4, ma senza di esso la poesia non sarebbe completa. Ripetendo i versi ad alta voce, continuamente, ricominciando ogni volta che si arriva alla fine, ci si accorge di riuscire a sentire il rumore del mare… “Il mare è tutto azzurro”: prima onda, semplice; “Il mare è tutto calmo”: seconda onda, anch’essa semplice; “Nel cuore è quasi un urlo / di gioia”: terza onda, più lunga grazie all’enjambement. Pausa (creata dalla cesura) e risacca: “…E tutto è calmo”.

Infine fare poesia significa soprattutto dire qualcosa, porgere un messaggio, anche silenzioso. Il testo di Penna non è una nitida poesia di immagini, come potrebbe apparire, ma è una poesia che dice qualcosa, che esprime un pensiero. Il mare è tutto azzurro è una poesia sul delicato e desiderato equilibrio tra moto e stasi, tra mondo interiore e mondo esterno: le ripetitive e rassicuranti onde del mare sono rotte dall’enjambement, ma dopo la risacca riprendono il loro moto incessante; l’animo si emoziona, ma il turbamento (“quasi un urlo”) non intacca la calma del paesaggio ed è subito rappacificato dalla serenità del mare.

Il mare è trasparente, ma la parola poetica è opaca, perché non è solo denotativa, ma anche e soprattutto connotativa.

Anch’io ho composto poesie fino ai diciotto anni, e forse anche un po’ oltre. Poi ho iniziato a leggere quelle degli altri, dei poeti veri, incontrati e amati sui banchi di scuola. Ed ho smesso. Non ho esaurito il mio bagaglio interiore di mirabilia, di immagini e pensieri da rivelare agli altri. Mi sono solo accorta che le mie non erano poesie. Erano frasi grammaticalmente corrette con qualche bella immagine. C’erano anche dei bei versi, qua e là. Ma la poesia è un’altra cosa. La poesia è un mestiere. Tornando a leggere, con umiltà, i vecchi poeti “impolverati” – i Dante, i Leopardi, i Montale, quelli che per fortuna la scuola non cambia mai – anche le poesie “da blog” guadagnerebbero un po’ di grazia e bellezza…


[1] L’espressione “mestiere di poeta” non rimanda ad un’idea di professione comunemente intesa. È il titolo di un saggio di Pavese, scritto nel 1934 e ripreso poi come titolo di una raccolta di interviste ai maggiori poeti del Novecento italiano, pubblicata da Ferdinando Camon per Garzanti nel 1982. Il mestiere di poeta è il lavoro di ricerca, assidua e quotidiana, dentro e fuori di sé, che il poeta compie intorno alla parola.

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