Epifanie

Mi piace andare a caccia di epifanie.

Nei lenti pomeriggi piovosi, come questo, mi alzo dalla sedia ed apro la credenza dei ricordi, una credenza di fine Ottocento che la mia famiglia si tramanda da generazioni lungo la linea femminile, ed ora è arrivata a me. Mia madre la usava per custodire quello che un tempo si chiamava “il servizio buono”; io ne ho fatto un piccolo angolo di passato… Mi siedo per terra, a gambe incrociate, e rileggo diari, lettere, cartoline… annuso vecchie boccette di deodorante che usavo in un periodo particolare e attendo che l’aria si riempia delle atmosfere scivolate lontano… Come Proust con la sua madeleine, uso suoni e odori per richiamare il passato. A volte spira una remota aria liceale, proveniente da non so dove, e mi porta a riascoltare le canzoni di quegli anni. Tutte le volte, però, all’improvviso e forse senza motivo, ritorno alle canzoni di adesso… e ritorno io.

È bello respirare le atmosfere dei quindici anni, quelle che ora vivono le mie alunne, quelle che ti facevano sobbalzare all’improvviso e ogni cosa sembrava portatrice di eventi romanzeschi. Ma non sono più le mie, come quelle canzoni.

In questi anni si sono aperti nuovi mondi, grazie agli studi, alle persone che ho incontrato, ai libri letti. Altri mondi invece si sono chiusi, o li ho chiusi io. Ma a volte mi va di riaprirne alcuni… e con essi si riapre la finestra della nostalgia, anch’essa dimenticata… nostalgia dei luoghi, dell’adolescenza, delle persone care… nostalgia di me com’ero prima. E scopro che mi manco. Se mi guardo allo specchio, mi mancano le mie lentiggini, i miei sogni, i miei diari; gli incontri improvvisi con anime che diventavano subito tutto e poi si dileguavano rapidamente… mi mancano i miei viaggi solitari e i colori che sceglievo per truccare gli occhi. Il cuscino sporco di maskara al mattino e mia nonna che si arrabbiava… Mi manca il mio modo di ascoltare musica, il mio modo di affascinare. Non so se si possa recuperare tutto questo, ma a volte mi scopro a provarci, a ricercare il tempo perduto.

Lentamente mi sono dimenticata. Ora tutto è filtrato da nuovi punti di vista: il mio modo di vedere le cose si è allargato, invadendo territori che non immaginavo, e mi piace. Certi giorni, però, mi accorgo che silenziosamente mi sono persa, quasi dissolta, assorbita insieme alla vita che conduco.

A volte mi sembra di non avere più pensieri. Le giornate si svegliano per recarsi al lavoro. La colazione, le operazioni di lavaggio, l’abbigliamento… tutto è orchestrato inseguendo gli orari di lavoro. Solo durante il tragitto si riesce – parzialmente – a pensare ad altro. La testa infatti non è mai sgombra, libera di vagolare, di riflettere se stessa. Ogni azione ogni idea ogni istante è pieno del lavoro che fai. Alcuni ci sono immersi fisicamente per otto ore al giorno, altri – come me – ci stanno molto meno, ma anche quando ritornano, con il corpo, dentro casa continuano a vagarci per ore. Una volta pensavo di vendere il mio tempo; ora mi accorgo di prostituire tutto. Forse per questo, quando incontro la vecchia cara nostalgia, cerco di ritornare…

Con le epifanie solo la scrittura è il mezzo per riportarmi nel passato. O nel presente.

(Scrivendo queste riflessioni ho recuperato un po’ del mio vecchio lessico dimenticato).

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