Bord de mer

Nadia Galbiati, Strutture sulla riva del mare, 2002

Nadia Galbiati, Strutture sulla riva del mare, 2002

“Il giorno temuto era giunto. La mattina presto Hanno aveva già detto addio al mare e alla spiaggia; ora lo diceva ai camerieri, che intascavano le mance, al chiosco della musica, alle aiuole di rose e a tutta l’estate […] Dentro le scarpe sentiva ancora un po’ di rena della spiaggia… avrebbe pregato il vecchio Grobleben di lasciarcela per sempre…” (T. Mann, I Buddenbrook, 1901)

Chi da bambino non ha vissuto il momento solenne del saluto al mare, compagno mitico e inafferrabile dei lunghi giorni d’estate? Quale romantica adolescente non si è allontanata, di nascosto, dai preparativi del ritorno per scappare da lui, e provare a rubargli gli ultimi colori, gli ultimi istanti malinconici di un’estate sfiorita?

Anch’io da ragazzina raggranellavo sempre, nel ripetuto percorso dalla stanza all’ingresso, dall’ingresso all’automobile per caricare i bagagli, qualche attimo prezioso solo per lui, solo per me; e dopo l’ultima lenta colazione, cucivo insieme quegli attimi raccolti e correvo via, alla spiaggia. Là toglievo le scarpe e le tenevo per i lacci mentre mi avviavo per l’ultima volta davanti a lui. Sentivo la sabbia morbida e tiepida sotto i piedi. Avanzavo di corsa, poi mi fermavo, mi arenavo dove si scioglie l’onda e lentamente immergevo i piedi. C’era una malinconia strana in tutti quei gesti, una malinconia solenne, cercata. Mi guardavo dall’esterno come la protagonista di un film o di un romanzo. Del mio romanzo.

Nel viaggio di ritorno continuavo a guardarlo dal finestrino, fino all’ultima curva che lo portava via per un altro, intero anno.

Ripetere questo romanticismo oggi ha un fascino diverso. Non lo trovo fuori tempo; non è l’atteggiamento un po’ ridicolo di una donna appassita ancora intenta allo specchio: il tempo per vivere in un romanzo non ha scadenze. Ha però un altro sapore, aggiunge nuova nostalgia. Si sente la mancanza di quello che non si è fatto o non si è stati. Ti domandi perché non hai vissuto un’altra vita, un’altra giovinezza. Perché non sei stata un’altra persona, anche solo un po’ diversa. Vorresti riscrivere, da capo, tutto il romanzo. E non puoi.

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