Parla piano

Inaspettatamente, in queste sere sanremesi sul divano, sono stata raggiunta dalle innumerevoli note, tutte emozionate, di un pianoforte. Al festival ho sempre trovato protagonista, con le canzoni, l’orchestra; quest’anno il mio protagonista è stato il pianoforte. Tra ospiti ed artisti in gara, diversi hanno fatto cantare il mio strumento preferito.

Il piano è un richiamo irresistibile, quando parla da solo o quando dialoga insieme a una canzone. Non ha bisogno della voce per esprimersi, ma con la voce può raccontare storie diverse…

Si inizia con Chopin, sempre. Il miglior amico del pianoforte non smette di essere attuale; ce lo ricorda l’incantevole Leonora, comparsa all’improvviso da un mondo antico, come il suo nome. Lo scherzo Op. 10 N° 3, il pezzo scelto dalla pianista, alterna le note intime e sottili della malinconia romantica all’anima leonina e ruggente dell’artista solo contro il mondo. In esso è racchiusa e liberata l’idea dell’arte come mezzo per arrivare all’infinito, che talvolta non è lontanissimo e trascendente, ma si ritrova ingabbiato in ognuno di noi. Il suono di Leonora, pulitissimo, con poco pedale ma pur sempre morbido, fa sognare e ricorda quello di un maestro come Maurizio Pollini.

Il romanticismo si riversa nel jazz tutto personale di Stefano Bollani, quel genio che, una volta seduto al pianoforte, guarda la tastiera, appoggia le mani e fa quello che vuole: con tanta sapienza ed altrettanta ironia.

L’emozione non si esaurisce con la musica “colta”, poiché altre storie arrivano con le parole, quelle di Raphael Gualazzi, che unisce al jazz la canzone d’autore, con testi non banali. Le sue mani grandi e ruvide sanno diventare morbidissime sulla tastiera. Guardarlo è un’emozione che affiora piano piano e poi esplode con la sua voce potente, che comunica tutta la sua ingenuità di giovane che insegue un sogno. Ascoltandolo mi veniva in mente un’intervista di De Andrè, che ricordava con tenerezza la spontaneità della sua Inverno e di un ragazzo di vent’anni che pensava di poter scrivere con il cuore in mano.

La vera scoperta del pianoforte non è stata però nei virtuosi, bensì in due artisti che si esprimono prevalentemente con la voce: Asaf Avidan e Daniele Silvestri. Per entrambi il pianoforte non ha fatto da accompagnamento, ma ha cantato con loro, costringendo a confessare qualcosa che, senza piano, sarebbe rimasto nascosto. Asaf Avidan in dialogo con la chitarra non racconta quello che ha comunicato a Sanremo, sorprendendo tutti. La sua voce ruvida, che ti mette i brividi addosso, con il suono morbido del pianoforte non stride, ma acquista nuova grazia.

Infine il mio personale vincitore: Daniele Silvestri. La sua canzone sociale parla piano, si esprime in modo intimo, sommesso ed interiore; è il messaggio di chi crede e vuole lottare non senza forza, ma con sentimento. La musica si dipana anch’essa con delicatezza, e appoggiate dal pianoforte le parole “sembrano più belle”. Ogni nota è pensata con il testo, parla con il testo. Segue e precede le parole riempiendole di altri significati… Tutt’altro che “a bocca chiusa” musica e parole hanno raggiunto l’io, seduto sul divano e vagante, “senza scudi né armi né caschi” per difendersi…

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