Disturbatori della quiete

Tornando da Roma nei primissimi anni ’90, si chiacchierava amabilmente con gli altri passeggeri, sconosciuti compagni di viaggio, che condividevano per qualche ora lo scompartimento e la propria storia. Ricordo una signora di Fidenza con il figlio, poco più grande di me e di mio fratello e forse per questo per nulla interessato a noi. Era stata la mamma ad aprire la conversazione e l’altra signora non si era mostrata affatto stupita, sembrava anzi abituata a scambiare esperienza. Col passare del tempo è successo anche a me, durante i primi anni di università, di scambiare qualche parola con gli altri viaggiatori, di ritrovarli a volte sullo stesso treno e di sedermi nuovamente al loro fianco. Quando l’anno scorso ho ripreso a frequentare i treni, non ho mai parlato con nessuno.

Queste considerazioni me le ha suggerite una vecchia trasmissione di Nanni Loy, riproposta di recente da Rai Storia. Alcuni attori, dopo avere nascosto le telecamere in accordo con i macchinisti, trascorrevano tutto il viaggio a discutere con i passeggeri, allo scopo di raccontare l’Italia dell’epoca, di mostrare un quadro semplice e genuino di quello che oggi viene chiamato “paese reale”. Realizzare la stessa trasmissione nell’epoca 2.0 potrebbe risultare piuttosto difficile.

Accomodarsi oggi tra i sedili di intercity, interregionali e frecce varie significa chiudersi in un piccolo mondo privato, dove gli altri passeggeri non possono entrare, né avvicinarsi. Sfili dalla borsa il tuo tablet, o iPhone o il “vecchio” telefonino e tutto intorno a te scompare… È bello, dopo una giornata di studio o di lavoro, rintanarsi in un altrove morbido e rassicurante, dove tornare finalmente ad ascoltarsi. Tutto il mondo diventa all’improvviso vicinissimo, a portata di “click”: ed ecco apparire luoghi esotici mai calpestati o gli amici d’infanzia che cinguettano da Twitter; musiche di culture antiche e lontane o la dimenticata colonna sonora del liceo. Il dialogo di un tempo non sparisce, semplicemente si allontana, nella sicurezza o nel fascino di chi non ti è seduto accanto. Mentre ti dimentichi, perduta in qualche maglia della rete, qualcosa ti riporta alla realtà… uno squillo intermittente, una musica assordante, una risata chiassosa che ti infastidisce, ti indurisce contro gli altri, che sono sempre stati lì, vicino a te.

Pare che in islandese il cellulare abbia un nome che tradotto letteralmente significa “disturbatore della quiete”. Immaginare le lande gelide e solitarie dell’Islanda turbate dagli squilli dei telefonini ci disturba; eppure anche nelle nostre metropoli o province accade ripetutamente lo stesso: per strada, sui treni, nei negozi si palesa sempre qualche disturbatore, annunciato da una musichetta che di solito non gradisci, fastidiosa, dissonante, ruvida, come quella voce che ti aggredisce senza che tu possa difenderti. Nonostante il telefonino sia ormai accessibile a tutti, rimane quel desiderio di esibirsi, di ostentare la propria presenza, ingombrante, invadente.

Vorresti fingere di non sentire, o allontanarti, ma tutti i posti ritornano occupati e ti accorgi all’improvviso che ci sono gli altri… Resta ora da capire cosa realmente abbiamo perso, se la capacità dell’incontro sincero e piacevole con l’altro, o la possibilità di perderci in un mondo solo nostro, dove l’altro non ci può turbare.

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