Infanzia e bellezza

G. Courbet, L’atelier dell’artista, 1855. Olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay. Particolare.

G. Courbet, L’atelier dell’artista, 1855. Olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay.

Durante l’infanzia, il periodo magico dell’età illusa, si formano molti degli schemi mentali attraverso i quali, come attraverso una lente, si imparerà a guardare il mondo. Colorare quella lente è un’operazione possibile solo da bambini, quando gli occhi non sono ancora appannati dal grigiore del mondo brutto in cui viviamo. Immaginare un mondo senza colori sembra impossibile per un bambino; eppure, nel giro di pochi anni, senza nemmeno il tempo di accorgerci, ecco che i colori sbiadiscono e i nuovi giovani, gli adulti, si muovono tra lande desolate di grigi, ai quali non fanno più caso…

Mi piace pensare che anche negli adulti resista un eroe moderno, un sopravvissuto alla colata di cemento, un Marcovaldo della bellezza capace di vedere, scovare, a volte cercare, la bellezza intorno a noi. L’atteggiamento di Marcovaldo, il personaggio fresco e ingenuo creato dalla coloratissima penna di Calvino, è l’atteggiamento di chi non si rassegna alla vittoria del brutto. Pervaso di malinconia, il nostro eroe si aggira tra la periferia della Grande Città, scoprendo la Natura negli angoli remoti, negli istanti dimenticati, in un Altrove appartato dalla vita moderna. Marcovaldo è anagraficamente un adulto e sa prendere le distanze, sa ri-flettere, spostare lo sguardo dall’oggetto percepito alla mente che contempla. Il distacco, questa capacità di passare dall’oggetto al soggetto, dal momento percettivo alla fase della riflessione, avviene in tutti gli individui.

Il concetto, per quanto riguarda i mondi della fantasia e della scoperta, è sapientemente espresso da Cesare Pavese, in un saggio sul mito: “Nessun bambino ha coscienza di vivere in un mondo mitico. Ciò s’accompagna all’altro noto fatto che nessun bambino sa nulla del “paradiso infantile” in cui a suo tempo l’uomo adulto s’accorgerà di esser vissuto. La ragione è che negli anni mitici il bambino ha assai di meglio da fare che dare un nome al suo stato. Gli tocca vivere questo stato e conoscere il mondo. Ora, da bambini il mondo s’impara a conoscerlo non – come parrebbe – con immediato e originario contatto alle cose, ma attraverso i segni di queste: parole, vignette, racconti. Se si risale un qualunque momento di commozione estatica davanti a qualcosa del mondo, si trova che ci commoviamo perché ci siamo già commossi; e ci siamo già commossi perché un giorno qualcosa ci apparve trasfigurato, staccato dal resto, per una parola, una favola, una fantasia che vi si riferiva e lo conteneva. Al bambino questo segno si fa simbolo, perché naturalmente a quel tempo la fantasia gli giunge come realtà, come conoscenza oggettiva e non come invenzione”[1].

Per la bellezza, però, questo passaggio è possibile solo se durante l’infanzia i colori sono stati filtrati con attenzione, “studiati” e vissuti con la capacità di visione propria solo di questa fase della vita. Chi non ha potuto ammirare la bellezza da bambino, non la vedrà mai più.


[1] C. Pavese, Del mito, del simbolo e d’altro, 1943-44, ora in Id. Feria d’agosto, Torino, Einaudi, [1945] 2002 p. 152.

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